LA DIFESA DI GALILEO GALILEI

di Guglielmo di Burra

Processato e condannato due volte, a causa delle sue idee,

Galileo conobbe l’umiliazione dell’abiura.

Anche dopo la morte fu accusato di lesa umanità:

“Si introdusse nel regno della macchina,

costringendo gli uomini a fare altrettanto e

ad abbandonare il mondo vivo della natura per

perdersi in un deserto senza vita.”

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Dunque, lei vuol parlare con me.

Quali curiosità può ancora destare questo vecchio dopo quasi trecentottantuno anni dacché furono terminate le sue fatiche terrene?

Sul suo conto, Maestro, si parla ancora molto. Lei certamente non lo ignora.

Ella è stato, ed è ancora oggi, uno dei personaggi più discussi dell’umanità: processato e condannato due volte nella sua vita a motivo delle sue idee, diciamo così, rivoluzionarie.

Ha conosciuto l’umiliazione dell’abiura.

E’ stato, per così dire, riabilitato dopo oltre tre secoli dalla morte.

Tuttavia, contro di lei si sono levate e si levano ancora molte accuse…

Lei mi ricorda fatti dolorosi. L’abiura*… Si è trattato di un gesto necessario. Umiliante, ridicolo, ma necessario. Come ridicole ed umilianti erano le accuse che mi venivano rivolte. Le parole che mi fecero pronunciare “abiuro, maledico e detesto li suddetti errori ed eresie” rimbalzano ancora nella mia mente e turbano la mia pace, ormai non più di questo mondo.

Lei ha definito “necessario” il suo atto di abiura… Vuole spiegarmi perché?

E come altro avrei dovuto chiamarlo. Ero uno scienziato, non un eroe. La mia missione non era quella di compiere atti di eroismo ma di affermare ragionevolmente i diritti della scienza. E questi non chiedevano gesti clamorosi, ma pacate dimostrazioni. Se fossi salito sul rogo, con me sarebbero salite le mie idee, i miei studi, le mie ricerche, le mie osservazioni cui avevo dedicato anni di fatica e di rinunce. Lo scopo della mia vita si sarebbe dissolto tra le fiamme con me. Era troppo, e non mi si poteva chiedere!

Fu un certo Niccolò Lorini, un domenicano che, per accattivarsi la simpatia di alcuni prelati del Sant’Offizio si ritenne in obbligo di denunciarmi a costoro per eresia. A sentir lui avrei offeso le Sacre Scritture perché, confermando le teorie di Copernico, secondo cui non il Sole ruota intorno alla Terra, ma la Terra intorno al Sole, le mie “certe dimostrazioni” avrebbero contrastato col passo biblico nel quale si narra come Giosuè, nell’assedio di Gerico, ritardasse il tramonto invocando: “fermati, Sole”.

Amenità, come anche lei può constatare, ma tragiche amenità di cui io, Galileo Galilei, ho fatto largamente le spese.

Eppure avevo dato spiegazioni, non una ma più volte, e con parole chiare, come oggi non si usa più fare, preferendo nascondere il pensiero piuttosto che esporlo.

Può constatare lei stesso leggendo le frasi che ho sottolineato nella lettera ch’io scrissi a don Benedetto Castelli il 21 dicembre 1613.

Ricordo. Più o meno diceva: “ La natura, non meno delle Sacre Scritture sorge dal Verbo Divino, con la differenza che, mentre le Scritture hanno dovuto adattarsi alla mentalità di popolazioni primitive per essere comprese, la natura non ha mai dovuto subire tali adattamenti. Pertanto, pur escludendo che le Scritture possano errare e tanto meno mentire per certe questioni come quelle naturali, esse non dovranno essere prese alla lettera e la loro autorità dovrà, anzi, essere tenuta all’ultimo luogo”.

Parole al vento, come lei sa.

Anche se, qualche secolo dopo, ho potuto constatare con soddisfazione, ma anche con amarezza, che la Chiesa, dopo aver respinto sdegnosamente le mie tesi, ha ritenuto di farle proprie e di usarle senza troppi scrupoli per superare lo sconquasso apportato dalle rivoluzionarie teorie di un certo Darwin…

Vedo che conserva qualche risentimento. Cosa dovrebbe mai dire Giordano Bruno che per sostenere le proprie idee – non troppo dissimili dalle sue – fu bruciato sul rogo…

Caro signor… mi scusi, non ricordo il suo nome, forse non l’ho inteso bene quando ci siamo presentati…

Non mi sono presentato.

Maestro, lei non me ne ha dato il tempo. Del resto il mio nome è privo di interesse. Mi chiami pure Burradi.

Caro signor Burradi, se è così che preferisce. Il mio risentimento, qualora esistesse, non sarebbe senza motivo. Tuttavia debbo dichiararle che esso non alberga nel mio animo. E’ semmai l’amarezza a rattristarmi, ora che con le sue domande lei mi costringe a rivivere le emozioni della mia lunga battaglia. Quell’amarezza che fu compagna fedele della mia vita e che deriva non già dalle difficoltà ad essere inteso, ma dalla malafede di chi non voleva intendere.

Lei, Maestro, parla del Santo Offizio, ovviamente…

Non solo quello. Non fu soltanto la Chiesa ad avversare i miei risultati, ottenuti con le “sensate esperienze” e le “certe dimostrazioni”. Gli avversari più ottusi furono gli aristotelici. In loro c’era tutta la cattiveria accademica di chi non vuole abbandonare la comoda rendita delle proprie idee. Non un avversario, dunque, ma due: l’ottusità della Chiesa, ostinata a voler confondere la verità della scienza con quella della fede; l’ottusità degli aristotelici decisi a contrapporre un astratto “mondo di carta” alla concreta realtà della natura.

Non così si sarebbe comportato Aristotele. Quanto ai suoi indegni seguaci, essi sono stati capaci di negare anche la più solare evidenza, con l’asserire che “essa è talmente aperta e sensata, che quando il testo di Aristotele non fosse in contrario, bisognerebbe per forza confessarla per vera”.

Comunque, lei non ebbe la mano leggera quando, dopo le sue straordinarie scoperte scientifiche e le sue innovazioni dei metodi della scienza, non esitò a parlare di “funerale della pseudo filosofia”…

Certo. Il “castello di carta” stava miseramente crollando, un colpo dietro l’altro, finché non rimase più niente da tramandare alla storia se non l’immagine negativa di una resistenza ferocemente illiberale, di un dogmatismo contrario ad ogni progresso del pensiero rivolto alla conoscenza dell’oggettivo.

Si vuol dire che lei sia stato, tra l’altro, l’inventore del cannocchiale che poi usò per “vedere da vicino” i corpi celesti…

Storie. Venni a conoscenza che in Olanda era stato costruito un cannocchiale che consentiva di “avvicinare” gli oggetti all’osservatore senza che né gli oggetti, né l’osservatore, si muovessero dalla loro posizione iniziale. Ne costruii una copia sulla base di alcune indicazioni. Fu un gioco da ragazzi. Fu quello un “gesto rivoluzionario”.

Da quel momento, nessuna verità di scienza poteva essere accettata che non fosse il frutto di “sensate esperienze”. E gli uomini dovevano imparare a leggere non un libro di carta, ma il grande libro della natura.

Mi creda, la mia amarezza sta anche nel venire ancora oggi frainteso…

Conosco l’errore in cui sono caduti anche alcuni dei suoi estimatori.

Il pregiudizio. Ci si fa un’idea approssimata di un oggetto, di un fatto, di un uomo. Magari non giusta. E con quella idea non giusta si costruisce un mito, si forma una “tradizione”. In effetti si alimenta un pregiudizio lontano dalla verità come la Terra è lontana dal Sole. E il pregiudizio imprigiona la mente.

Così è accaduto per gli aristotelici coi quali ho dovuto lottare. In essi la ragione era asservita dal pregiudizio e si sono resi incautamente colpevoli di due imperdonabili errori. Erravano quando non si attenevano alla realtà, ed erravano quando a quella realtà aderivano tanto fortemente da lasciarsi ingannare dalle apparenze. Troppa teoria senza il supporto dell’esperienza, nel primo caso. Troppa passività nell’ammettere i fatti, privandoli del benché minimo esame critico, nel secondo.

Mi farebbe piacere comprendere qualcosa di più di quanto lei ha detto. Allude, forse, alle esperienze sulla caduta dei gravi svolte gettando oggetti dal campanile di Pisa?

Ahimè, le leggende. Dure a morire. Qualcuno mi ricorda come inventore del cannocchiale. Qualcun altro come colui che gettava oggetti pesanti dal campanile pisano. Quale tristezza! Ebbene le devo confessare che nemmeno io ricordo di aver gettato un solo oggetto dal campanile. Eppure… E’ più tenace la memoria dei fatti attribuiti, della memoria dei fatti realmente accaduti.

Il mio caso è esemplare. Per gran parte degli uomini io resto il toscano che costruiva cannocchiali con cui si dilettava a guardare curiosamente il cielo e che, a tempo perso, saliva sulla torre di Pisa per divertirsi a gettare di sotto oggetti pesanti di vario genere…

Adesso sta esagerando, non crede? Altre sono le “dicerie” che la riguardano, a mio parere non del tutto infondate.

Ne sono edotto. L’accusa che mi viene tristemente rivolta è di alto tradimento, Avrei indicato all’umanità una strada sbagliata che avrebbe condotto all’errore.

Dicono che ne avrei distolto l’attenzione dal “tutto”, per costringerli ad osservare soltanto “la parte”; di aver preferito l’ ”oggetto”, trascurando il “soggetto”; di aver ridotto il mondo alla sola “oggettività”, uno tra i tanti mondi possibili, separandolo dalla soggettività, unico mondo possibile e plausibile per ciascuno di noi e perciò infinitamente più importante.

Mi accusano di avere contrapposto e preferito la verità della ragione alla verità della rivelazione, il conoscibile (perché oggettivo) all’inconoscibile (perché soggettivo)… Come vede sono al corrente.

Lei ha diviso il mondo in due parti, quella composta di corpi isolati e senza vita e l’altra, composta dagli organismi, ricca e complessa, formatasi in miliardi di anni di evoluzione. Lei ha ritenuto soltanto la prima degna di essere studiata.

Mi consenta di ricordare. Lei disse, più o meno: “Quando osservo una sostanza corporea, sento il bisogno di accertarmi se è grande o piccola, se è in questo o in quel luogo, in questo o quel tempo, se si muove o sta ferma, se tocca o non tocca un altro corpo, se è una o poche o molte. Non provo altrettanta necessità di conoscere se la sostanza corporea da me osservata, debba essere bianca o rossa, dolce o amara, sonora o muta, di grato od ingrato odore…E ciò perché tali qualità non risiedono in essa, ma nelle capacità sensitive di chi la osserva, sicché, eliminato l’osservatore, queste qualità vanno tutte perdute”.

Lei – è evidente – ha ritenuto di dover apprezzare soltanto la quantità, escludendo a priori tutti i significati della qualità.

Con ciò, come qualcuno ha detto, “ha cacciato l’uomo dalla natura viva relegandolo in un deserto cosmico, con lo stesso modo perentorio del Dio biblico che caccia Adamo ed Eva dall’Eden”.

Di fatto, ha bloccato per alcuni secoli le conoscenze del mondo organico e del suo principale protagonista ed estinguendo, conseguentemente, ogni interesse verso quel mondo organico, così come è stato modificato dalla cultura, vale a dire dai simboli del rituale e del linguaggio, dalle arti, dagli strumenti, dalle leggi, dalle istituzioni, dalle ideologie…

Lei non aggiunge molto a quanto io stesso avevo descritto. Non dice, invece, alcune cose molto importanti per comprendere il senso di quello che lei, ma non solo lei, ha definito il delitto di “Galileo”.

Non dice, ad esempio, che il mio metodo rappresenta il nucleo centrale della scienza moderna.

Non dice che la scienza, lungi dal domandarsi “perché” la natura opera in un certo modo, si limita a ricercare “come” essa opera e che perciò, essa scienza è un sapere universale, ad un tempo sperimentale e matematico, valido per tutti.

Quante inesattezze, quanti romanzi, quante commedie – e anche quante tragedie – su di me e sul mio lavoro. Berthold Brecht, un drammaturgo di qualche successo presso i suoi contemporanei, inventa situazioni e fatti. Ma almeno lo dice, non fa come gli altri che pretendono di essere fonti di verità. Mi fa dire cose che non ho mai detto, né mi sarei sognato di dire. Tuttavia, c’è almeno una battuta che mi sarebbe piaciuto di aver pronunciato: “Obiettivo della scienza non è tanto quello di aprire una porta all’infinito sapere, quanto quello di porre una barriera all’infinita ignoranza”.

Lei non dice come, nonostante il metodo messo a punto e la mia idea della scienza,

sia completamente falso affermare che io abbia avuto una sola visione del mondo, quella materialista. La mia sensibilità verso il mondo dello spirito e delle arti le dovrebbe essere nota.

Ho forse il torto di avere avuto una intuizione che nessuno dopo di me ha mai smentito nei suoi assunti fondamentali, e di avere messo a punto un metodo molto fortunato che ha dato fino ad oggi grandi risultati.

Una intuizione ed un metodo che hanno contribuito, in misura nemmeno paragonabile ad altri in passato, alla conoscenza del mondo, anche quello che, così almeno ella asserisce, io avrei trascurato o addirittura annullato.

Un metodo che ha avuto il merito di rendere risolvibili i problemi riducendone le incognite.

Vede, quando la complessità ci impedisce di fare chiarezza, di fronte a noi si aprono due strade che possono consentirci di governarla con qualche successo: o si usano “strumenti” capaci di affrontarla per quella che è, oppure, se non ci sono strumenti adeguati, si fa in modo da renderla semplice.

Nel mio caso scelsi la via della semplificazione: circoscrissi i miei interessi ai soli corpi inanimati e mi limitai a studiare solo ciò che che in essi può essere misurato e confrontato.

Fu questo il motivo che mi indusse a separare le qualità oggettive da quelle soggettive ed a scegliere le prime.

Mi sembra di ricordare a tal proposito, che più tardi Locke chiamò “primarie” le qualità oggettive e “secondarie” quelle soggettive…

Certo, Il bello del mio metodo – stia tranquillo, non ne rivendico la paternità – è che si può essere in molti a lavorare intorno allo stesso problema, ed ognuno, se ne è in grado, può portare il suo contributo.

Vede, è un metodo non egoista: non suggerisce ad alcuno di rifugiarsi in se stesso per risolvere per sé i problemi del mondo, ma si propone di risolverli, passo dietro passo, per tutti gli uomini.

Non dice: cavalca la tua anima e percorri da solo la tua strada, in fondo ad essa l’assoluto ti attende. Il suo richiamo è molto più quotidiano e terrestre, e consente a molti di procedere insieme, di “trovare” insieme.

Non dice: cerca dentro di te e troverai. Si limita a dire: leggi il grande libro della natura ed esso ti parlerà come un amico parla ad un amico.

Non fa dire: ecco, qui ho trovato la mia beatitudine, ho raggiunto il sapere universale, ho conosciuto l’assoluto, ho compreso l’ineffabile.

Molto più modestamente invita ad avere rapporti col mondo rivolgendosi ai sensi, magari aumentandone l’efficienza per meglio osservare le cose ed i fatti come essi si svolgono. Successivamente, spinge a capire e a dare un senso a quanto è stato osservato e a descriverlo per come appare e per come effettivamente è. Infine, cerca di risalire alle cause. Alle cause che l’hanno provocato, intendo dire, non già alla causa ultima, che quello è problema non posto nel conto…

Mi resta difficile ancora oggi comprendere il senso di questa avversione. Il mio metodo, o se preferisce la mia scienza, comunque la si giudichi, conduce ad un sapere che, per sua natura, è accessibile a tutti gli uomini. Non è un sapere che muore col sapiente, ma gli sopravvive. Non richiede da chi lo riceve alcuno speciale atto di fede, come accadrebbe per una visione mistica.

Procediamo oltre, Maestro. La sua fiducia nella matematica è tale – lo ha confermato anche oggi – che ella sostiene la filosofia essere “scritta in quel grande libro della natura” perennemente aperto ai nostri occhi, la cui lettura – ella puntualizza – richiede di conoscere una lingua nella quale è scritto. Ed aggiunge: “esso è scritto in lingua matematica, ed i caratteri sono triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali è impossibile intendere interamente ed esattamente la parola; senza quei segni è un vano aggirarsi in un labirinto”.

Riferendosi al metodo e al linguaggio da lei scelti, invero limitanti, ci potremmo azzardare a definire il suo pensiero un “pensiero debole”. Lo ritiene un giudizio giusto?

Se avere le idee chiare è debolezza, certamente il mio pensiero può essere considerato debole, anzi debolissimo. Nel caso contrario, se eliminare i problemi significa invece riconoscere i propri limiti con umiltà e con modestia, allora il mio è un pensiero forte.

Del resto, i fatti mi hanno dato ragione e proprio laddove maggiormente si sono concentrate le accuse.

Le è certamente nota la doppia elica del DNA… . Anche la vita, questo grandioso miracolo giornaliero, è misura, è ritmo, è limite, definizione di forma, sostanza.

Esattamente come i risultati del mio lavoro confermavano, allorché sottrassi la Terra alla eterna immobilità e la introdussi in un universo ove tutto era in movimento e tutto cambiava di posizione un istante dopo l’altro… tanto che, ogni qualvolta io puntavo al cielo il mio cannone ottico, osservavo un universo mai uguale al precedente e differente da quello più tardi osservato. Anche il Sole, l’astro della luce e del calore, mutava la sua forma e la sua sostanza. Le macchie da me osservate lo dimostravano abbondantemente.

Devo darle atto dei suoi successi. Nessuno, almeno credo, osa porli in discussione. Il problema è un altro. Con le sue idee e con quelli che chiama i suoi risultati, lei, Maestro, ha tolto l’anima al mondo ed ha coinvolto anche gli uomini nello stesso destino, riducendoli ad un complicato ammasso di materia…

Ma quale anima avrei tolto al mondo!

Il mondo siamo noi e tutto ciò che sta intorno a noi!

Non solo uomini ed animali, ma cose, astri, pianeti, moto, massa, energia. Studiare una parte del mondo non significa rinunciare a studiare il resto. Significa solo cercare di mettere ordine alle proprie idee, avere il senso della propria limitatezza, porvi obiettivi raggiungibili.

Se mi consente di parafrasare quanto scherzosamente asserisce Richard Fuller, lei ha ridotto l’uomo ad una macchina in cui si possono elencare diverse componenti come, appunto, in una macchina: un impianto di sintesi elettrochimica che accumula materia e produce energia per il funzionamento di pompe e di motori, serviti da migliaia di tubicini capillari, assistiti da milioni di segnali d’allarme, di sistemi trasmittenti, di reti telematiche diffuse ovunque.

Una macchina che, se trattata con un minimo di cura, non abbisogna di riparazioni fino a settant’anni…

Insomma, lei si è introdotto nel regno delle macchine ed ha costretto i suoi posteri a fare altrettanto. Il mondo degli uomini è ben diverso: in esso si incontrano emozioni, sentimenti, gioia, dolore. Nel suo mondo inanimato essi sono assenti, perduti per sempre…

Per cercare la verità – la sua verità – ci ha trascinati in un deserto senza vita.

La mia verità…

Lei pensa alla verità – scritta con la maiuscola – come a qualcosa che si può raggiungere col semplice uso di strumenti di lettura del mondo.

Lei chiama verità un piccolo, parziale, risultato ottenuto usando procedure basate sulla ragione e sull’intelletto, corrette fin che si vuole ma del tutto insufficienti.

Eppure, tutto quanto ho detto durante la mia vita chiarisce almeno un punto: la rinuncia a ricercare con la scienza la “causa ultima” dell’essere e della natura, per puntare tutto sulla comprensione dei fatti come li osserviamo coi nostri sensi.

Questo è il significato della mia scelta di campo, o se preferisce, della mia limitazione di campo.

Questo è il senso delle procedure matematiche di cui ho fatto uso per spiegare i fatti della fisica, altrimenti incomprensibili, legati come sono ad apparenze ingannatrici.

Un linguaggio limitato se vuole, ma con il pregio di tutti i linguaggi, ricco di simboli e di segni nei quali si condensano i significati delle cose e delle idee, utile per pensare ed anche per fermare il pensiero e per trasmetterlo.

Se ai simboli non corrispondono le cose, e le nozioni delle cose, se questo processo di ricerca dell’oggetto e dell’oggettivo non fosse compiuto dalla mente con le immagini e con le astrazioni simboliche, se non vi fosse il pensiero critico, se non vi fossero le rappresentazioni analogiche, le simulazioni, se non si aggiungessero le “certe dimostrazioni” alle “sensate esperienze”, allora non si avrebbe il progresso.

Se l’esperienza fosse solo ed unicamente personale, se non vi fosse possibilità alcuna di far tesoro dell’esperienza degli altri e di partire da quella, anziché cominciare ogni volta da capo, la storia si trasformerebbe in una monotona ripetizione di situazioni e di fatti, come avviene per gli animali che con la nascita hanno già segnato il loro uniforme destino.

Non è mia intenzione farla inquietare, Maestro. Mi consenta un’ultima domanda.

Lei ha separato il corpo dalla mente, spezzando l’uomo in due parti…

Un’ultima domanda? E’ anche questa un’accusa, come tutte le precedenti!

Lei mi ricorda l’inquisitore ed il mio triste destino di inquisito.

Almeno in quell’occasione vi era la giustificazione di un potere minacciato, di una supremazia messa in forse. Ma adesso? Il mondo è cambiato, si dice in gran parte anche per merito mio.

E lei da oltre un’ora lancia contro di me accuse insensate. Posso assicurarla di ritenere colma ogni misura. Intenda, anche se ciò può restarle scomodo.

La scienza, la mia scienza, non ha avuto altra ambizione che di consentire all’uomo di conoscere ciò che cade sotto il dominio dei suoi sensi. Non gli ha certo impedito, in qualunque momento lo avesse voluto, di sviluppare i propri pregiudizi e di esplorare spazi e dimensioni diversi da quello.

Il mio metodo, non ha mai preteso di essere l’unico. E’ sorto sotto la spinta di un desiderio umanissimo, quello di capire come mai un fatto avveniva, quale ne era la causa, cosa poteva significare il susseguirsi di tanti fatti insieme e quali connessioni vi potevano essere tra di essi, una volta accertato il loro ripetersi negli stessi modi e con le stesse procedure.

Questo è il suo limite. E chi mi ha avversato ne è sempre stato perfettamente consapevole, tanto che non si è mai concesso di affrontare con esso farneticanti ricerche della causa ultima.

Mi intenda, dunque, e riferisca bene a tutti e per sempre: non ho separato, né ho mai inteso separare, la mente dal corpo, né il corpo dalla mente, ma ho – semmai – nobilitato il corpo con la mente.

Ed ora, la prego, mi consenta di tornare nel silenzio dei morti da cui mi ha costretto ad uscire.

La ringrazio, Maestro…

°°°°°°°°°°

Guglielmo di Burra

Isernia, 6 aprile 2023

* v. allegato

L’abiura di Galileo

Io Galileo, fìg.lo del q. Vinc.o Galileo di Fiorenza, dell’età mia d’anni 70, constituto personalmente in giudizio, e inginocchiato avanti di voi Emin.mi e Rev.mi Cardinali, in tutta la Republica Cristiana contro l’eretica pravità generali Inquisitori; avendo davanti gl’occhi miei li sacrosanti Vangeli, quali tocco con le proprie mani, giuro che sempre ho creduto, credo adesso, e con l’aiuto di Dio crederò per l’avvenire, tutto quello che tiene, predica e insegna la S.a Cattolica e Apostolica Chiesa. Ma perché da questo S. Off.o, per aver io, dopo d’essermi stato con precetto dall’istesso giuridicamente intimato che omninamente dovessi lasciar la falsa opinione che il sole sia centro del mondo e che non si muova e che la terra non sia centro del mondo e che si muova, e che non potessi tenere, difendere ne insegnare in qualsivoglia modo, ne in voce ne in scritto, la detta falsa dottrina, e dopo d’essermi notificato che detta dottrina è contraria alla Sacra Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro nel quale tratto l’istessa dottrina già dannata e apporto ragioni con molta efficacia a favor di essa, senza apportar alcuna soluzione, sono stato giudicato veementemente sospetto d’eresia, cioè d’aver tenuto e creduto che il sole sia centro del mondo e imobile e che la terra non sia centro e che si muova; Pertanto volendo io levar dalla mente delle Eminenze V.re e d’ogni fedel Cristiano questa veemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non fìnta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori e eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla S.ta Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai più ne asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simil sospizione; ma se conoscerò alcun eretico o che sia sospetto d’eresia lo denonziarò a questo S. Offizio, o vero all’Inquisitore o Ordinario del luogo, dove mi trovarò.

Giuro anco e prometto d’adempire e osservare intieramente tutte le penitenze che mi sono state o mi saranno da questo S. Off.o imposte; e contravenendo ad alcuna delle dette mie promesse e giuramenti, il che Dio non voglia, mi sottometto a tutte le pene e castighi che sono da’ sacri canoni e altre constituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate.

Così Dio m’aiuti e questi suoi santi Vangeli, che tocco con le proprie mani.

Io Galileo Galilei sodetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obligato come sopra; e in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abiurazione e recitatala di parola in parola, in Roma, nel convento della Minerva, questo dì 22 giugno 1633.

Io, Galileo Galilei ho abiurato come di sopra, mano propria.

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