Mediterraneo: centro di conflitto tra Paesi diversi

Alla recente tragedia verificatasi a pochi metri dalla spiaggia ionica calabrese di Cutro dove hanno perso la vita 72 migranti, di cui si stanno compulsivamente interessando i nostri organi di stampa e le varie TV, si è aggiunta una sollecitazione, pervenutami questa mattina dal mio caro amico Giorgio che di sovente mi stuzzica affettuosamente, con l’invio di un breve articolo pubblicato sul quotidiano “Le Cronache”, a firma di Rino Mele, avente per titolo “Il mare verticale”, intendendo l’autore, con tale intestazione, raffigurare allegoricamente lo sbarramento che i Paesi occidentali oppongono ai migranti del mare. Un mare crudele la cui superficie, appunto, da orizzontale diventa spaventosamente verticale: una massa d’acqua di sbarramento insormontabile, contro la quale le imbarcazioni sono destinate a infrangersi e naufragare con il loro carico di vite umane che miseramente soccombono annegando. Da qui, le considerazioni che seguono.

Siamo giunti, e non tutti ne sono consapevoli, alle soglie di un’epoca di transizione. La guerra, diciamolo francamente, perché tale è nella sostanza, tra USA e Russia in Ucraina, con la conseguente crisi energetica, così come la pandemia, a cui ha fatto seguito l’avvio della quarta rivoluzione industriale e della transizione ambientale, sono avvenimenti destinati a sconvolgere gli equilibri geopolitici preesistenti e con essi, il modello economico-politico neoliberista globale. L’area mediterranea, che è stata emarginata nel contesto geopolitico mondiale, è destinata ad assumere un ruolo di protagonista nel futuro nuovo ordine mondiale multipolare, scaturito dal declino della conduzione unidirezionale americana.

Finito il bipolarismo della Guerra fredda, le sponde dell’area mediterranea dell’est e del sud, oltre ad essere sconvolte dalle guerre mediorientali e dai conflitti delle varie “primavere arabe”, sono divenute l’epicentro delle migrazioni di massa provenienti dall’Africa e dall’Asia. Il fenomeno migratorio è del tutto connaturato al modello di sviluppo neoliberista globale, che prevede la libera circolazione delle merci, delle persone e dei capitali. Pertanto, le migrazioni di massa, comprese le tragedie del mare, sono eventi che si inseriscono in un contesto socio-economico mondiale, in cui i Paesi più arretrati vengono deprivati delle migliori risorse umane necessarie al loro sviluppo e quelli più avanzati importano masse di lavoratori a basso costo al fine di comprimere i salari e rendere più competitive le loro economie nel mercato globale.

Con l’avvento dell’UE, l’asimmetria economica, culturale e politica tra l’Europa del nord e quella del sud si è accentuata. Allo sviluppo del nord Europa, ha fatto riscontro il depauperamento e la subalternità dell’Europa mediterranea e l’accentuarsi del sottosviluppo dei Paesi del Nord Africa. Si è così determinata una scala gerarchica dello sviluppo e del potere politico tra il nord e il sud europeo in base ai parametri del sistema economico neoliberista.

Del resto, in virtù del primato dell’asse franco-tedesco in Europa, la UE è sempre stata concepita come una unificazione che avesse il suo baricentro economico e politico nell’Europa carolingia, con relativa marginalizzazione dell’area mediterranea e dei suoi rapporti con il MENA (Medio Oriente – Nord Africa). L’Europa ha sempre denunciato una grave carenza di visione strategica, nel concepire il Mediterraneo un’area integrata nelle logiche ideologiche e strategiche dell’Occidente, prima nel bipolarismo tra Oriente e Occidente scaturito dalla Guerra fredda e in seguito all’interno della divaricazione tra il Nord capitalista e il Sud sottosviluppato del mondo, sancita dall’ordine mondiale unidirezionale americano.

La guerra in Ucraina ha inciso profondamente anche nei rapporti di supremazia interni all’Europa. Con la fine della interdipendenza economica ed energetica tra la UE e la Russia, la Nato ha assunto il controllo politico e strategico dell’Europa, con il declassamento della potenza tedesca e la devoluzione della leadership europea all’Anglosfera britannico-scandinava e dei Paesi baltici, con la Polonia, oggi, assurta a prima potenza militare europea. Il baricentro strategico dell’Europa si è spostato a nord est, con il declassamento del Mediterraneo ad area marginale europea, anche a seguito del disimpegno americano nel MENA.

I mutamenti strategici della Nato in chiave di ostilità verso la Russia, potrebbero favorire una maggiore libertà di azione dei Paesi dell’Europa mediterranea, nella prospettiva di fuoriuscita dalla condizione post storica di irrilevanza geopolitica in cui oggi appare confinata. La subalternità europea alla Nato è sempre stata funzionale ai disegni imperialisti americani di estendere il proprio dominio assoluto nel Mediterraneo, concepito come lago atlantico. Ben altra configurazione geopolitica esso è invece destinato ad assumere nell’incipiente mondo multipolare. Attraverso il Mediterraneo transita il 28% delle forniture di idrocarburi del mondo ed il “Mare nostrum” è divenuto lo snodo strategico per l’accesso al Mar Rosso e all’area dell’Indo-Pacifico.

Il Mediterraneo è pertanto destinato ad assumere il ruolo geopolitico di Medioceano e a divenire un’area di confronto tra gli USA e le potenze emergenti del BRICS, da cui dipende anche il suo destino di lago atlantico o di Medioceano. L’Occidente ha concepito il Mediterraneo come l’area dello “scontro di civiltà” teorizzato, dal politologo statunitense Samuel Huntington, ai tempi del presidente Jimmy Carter, quale necessario conflitto per affermare il primato americano nel mondo. In realtà, il conflitto è assai più profondo e non è solo bellico, ma anche culturale ed esistenziale per i popoli dell’area: tra globalismo e sovranità degli Stati, cosmopolitismo e identità dei popoli, tra individualismo e comunitarismo, tra materialismo e fedi religiose.

Il Mediterraneo evoca un insieme di tradizioni storico-culturali che sono parte integrante della nostra identità, una sensibilità, un’estetica, una concezione della vita e dell’uomo quali valori unificanti dei popoli dell’area.

Le radici storiche della nostra civiltà hanno origine nell’area mediterranea. Il Mediterraneo fu certo teatro di guerre e contrapposizioni tra Islam e Cristianesimo, ma fu anche epicentro del connubio tra civiltà diverse, di scambi commerciali e terreno di confronto culturale, religioso, scientifico. L’area mediterranea rappresentò un pluriverso di civiltà, il cui incontro / scontro contribuì alla evoluzione e all’arricchimento dei valori culturali e religiosi dei popoli.

In tale mondo multietnico, aperto alla integrazione tra i popoli, si generò un processo di assimilazione tra due culture: quella islamica, erede delle culture greco-giudaiche e quella europea, dall’identità romano-cristiana. Questa moltitudine di popoli, civiltà, fedi religiose diverse e contrapposte, diede vita ad una particolare simbiosi identitaria identificabile con quel pluriverso mediterraneo, la cui memoria storica oggi è quasi scomparsa.

L’era della globalizzazione ha ridotto il Mediterraneo ad una entità geografica, identificabile dalle masse dell’Occidente quasi solo con l’immagine mediatica dei villaggi turistici.

La disgregazione del Mediterraneo ha origini lontane. Tra l’800 e il ‘900 il MENA fu oggetto delle conquiste coloniali europee e tale dominio si accentuò con la dissoluzione dell’Impero Ottomano alla fine della prima guerra mondiale. Il processo di frantumazione del MENA si perpetuò anche in epoca post-coloniale, in concomitanza della Guerra fredda: la Turchia e i Paesi del Golfo Persico furono integrati nell’Occidente americano, mentre Egitto, Libia, Siria e Algeria aderirono al blocco sovietico. Aggiungasi, che la fondazione dello Stato di Israele generò una situazione di guerra permanente nell’area mediorientale.

Ma fu soprattutto la trasformazione della Nato, da alleanza strategica difensiva ad apparato militare aggressivo, a determinare un’insanabile frattura tra l’Occidente e il mondo islamico che coinvolse il Mediterraneo, le cui opposte sponde divennero teatro di un conflitto geopolitico ancora in corso. Il nuovo atlantismo si affermò sulla scorta di disegni strategici espansionisti americani su scala globale. Con gli attentati dell’11 settembre, gli USA intrapresero una strategia aggressiva di “guerra al terrorismo” che, oltre alle guerre “preventive” in Afghanistan e Iraq (a cui fecero seguito le aggressioni alla Libia e alla Siria), comportò un espansionismo politico ed economico che si estese anche all’area mediterranea. L’Europa, già emarginata nello status post-storico di irrilevanza geopolitica, divenne, con il moltiplicarsi delle basi Nato sul proprio territorio, una piattaforma strategica per l’espansionismo americano, estesosi, oltre che nel MENA, anche ai confini con la Russia, che, ritenendosi assediata e minacciata nella sua sicurezza dall’Occidente, ha poi invaso l’Ucraina.

Le “primavere arabe”, quale strategia della Nato volta alla destabilizzazione degli Stati islamici del MENA, sono fallite. Anzi hanno costituito l’occasione propizia per l’inserimento di nuovi attori dalle mire espansionistiche nell’area mediterranea, quali la Turchia, la Russia, gli Emirati arabi. L’estromissione dell’Europa dall’area è ormai un dato di fatto. Solo la Francia mantiene una presenza neocoloniale nei Paesi del Sahel (una fascia di territorio dell’Africa subsahariana) e parzialmente in quelli del Maghreb (l’area geografica dell’Africa nordoccidentale che va dalla Libia al Marocco), ma è sempre più osteggiata dai popoli di quei territori e ulteriormente contrastata dall’espansionismo in Africa di Russia, Turchia e Cina.

Al disimpegno americano nel MENA, ha fatto riscontro la creazione di una nuova alleanza filo occidentale tra Israele e alcuni Stati arabi in funzione anti iraniana, denominata “Patto di Abramo”. E’ stata costituita, infatti, una nuova Nato mediorientale, in conformità del mutamento della strategia americana nella geopolitica mediorientale, che prevede l’implementazione di un dominio americano indiretto nel MENA. Questa nuova Nato mediorientale è comunque destinata a sfaldarsi, data la diversificazione delle strategie politiche delle potenze del MENA. Infatti, Israele e la maggioranza dei Paesi arabi sono contrari alle politiche sanzionatorie messe in atto dagli USA nei confronti della Russia e l’Arabia Saudita ha concluso rilevanti accordi economici con la Cina.

L’espansionismo americano concepisce il Mediterraneo come un lago atlantico. Ma il mondo multilaterale avanza. E potranno anche ricomporsi le fratture interne al Mediterraneo, a condizione però che l’Europa possa assumere un ruolo autonomo e diverso dalla Nato nell’area.

Tra le sponde nord e sud del Mediterraneo esiste una evidente asimmetria economica e tecnologica. I Paesi europei della sponda nord detengono l’80% del Pil complessivo dell’area mediterranea. E tale divario nello sviluppo ha costituito il pretesto per i progetti di colonizzazione economica del MENA da parte dell’Occidente. Il fenomeno migratorio ne è una tragica conseguenza. Il debito dei Paesi arabi nei confronti della UE è aumentato a dismisura negli ultimi decenni.

Alla fine del XX° secolo fu avviato un programma di partenariato economico e per la politica di sicurezza tra la UE e i Paesi del MENA, denominato “Processo di Barcellona”. Tali accordi avrebbero dovuto condurre all’integrazione economica dell’area mediterranea, con la prospettiva di creare una Zona di libero scambio. Ma tali progetti fallirono, data l’impossibilità per i Paesi arabi, dalle economie troppo deboli, di sostenere la competitività con le economie dei Paesi più avanzati della UE. Tali forme di cooperazione, nel contesto del sistema neoliberista globale si sono sempre rivelate un capestro per i Paesi sottosviluppati. Comportano inevitabilmente un indebitamento insostenibile e di conseguenza l’imposizione da parte del FMI di manovre di aggiustamento strutturale che conducono fatalmente gli Stati meno sviluppati al default.

Occorre, inoltre, rilevare che il MENA è afflitto anche dalla dipendenza alimentare dal nord del pianeta, che peraltro si è gravemente accentuata con la guerra russo-ucraina. La UE ha adottato da sempre politiche protezionistiche nel settore agricolo nei confronti del MENA. L’agricoltura dei popoli del sud europeo è da decenni falcidiata dalla concorrenza selvaggia del mercato mondiale, eppure, impone paradossalmente un regime protezionistico alle importazioni dal sud del Mediterraneo.

Il dialogo e la cooperazione tra i popoli del nord e del sud del mondo sono oggi impossibili, dato il differenziale di potenza economica e politica tra l’Occidente e gli Stati sottosviluppati. Ma, con l’affermarsi del multilateralismo ed il progressivo distacco dal dollaro a livello dell’economia mondiale, tale divario potrà senz’altro ridursi e il Mediterraneo, trasformatosi in Medioceano, potrebbe divenire assai determinate nella costituzione di un nuovo ordine mondiale. Solo in un ordine multilaterale, in cui a tutti i popoli viene riconosciuta pari dignità, potrà esserci, tra gli Stati, dialogo, cooperazione, pacificazione.

Le due sponde del Mediterraneo sono oggi separate da un abisso socio-culturale incolmabile. Il dialogo è reso impossibile dal fatto che l’Europa si identifica con i valori dell’Occidente. Pertanto, considerando l’Occidente l’incarnazione di valori universali e irrinunciabili, quali i diritti dell’uomo, lo Stato di diritto, la liberaldemocrazia, il libero mercato globale, sulla base di tale primato, gli USA e la UE pretendono di imporre i propri valori ai Paesi islamici, come a tutto il mondo. L’Occidente americano è dunque da considerarsi un nuovo eurocentrismo atlantico, che, quale civiltà superiore, si ritiene legittimato alla colonizzazione culturale, economica e politica del mondo islamico. In virtù della sua autoreferenza impone al mondo il suo sistema ideologico-politico con sanzioni, propaganda mediatica e guerre umanitarie. Tra l’altro, l’Occidente americano vuole esportare, con le armi, un sistema democratico ormai degenerato in oligarchia finanziaria e tecnocratica e, pertanto, assai lontano dal modello originario della democrazia rappresentativa.

Tra le sponde del Mediterraneo è in atto da decenni un conflitto politico-ideologico in cui si contrappongono le modernità occidentale e i Paesi islamici, la cui cultura si è rivelata incompatibile con il processo di globalizzazione cosmopolita e neoliberista imposto dall’unilateralismo americano. Anzi, la civiltà islamica si è rivelata un elemento di resistenza al dominio globale della superpotenza americana.

Due visioni del mondo in conflitto, che si rivelano inconciliabili in quanto gli USA sono una potenza geneticamente unilaterale, incapaci di concepire “l’altro da sé”. Un mondo composto da una molteplicità di culture e identità differenziate è per gli USA inconcepibile.

All’ordine mondiale unipolare fondato sui diritti dell’uomo, dovrebbe subentrare un mondo multipolare basato sul primato dei diritti dei popoli. In un ordinamento in cui l’uomo, anziché essere considerato un’entità astratta, secondo i dettami dell’ideologia liberale, ma come in individuo appartenente e partecipe di una comunità strutturata su valori culturali, politici e religiosi identitari, potrebbero essere maggiormente tutelate le liberà individuali, i diritti delle minoranze e delle classi subalterne. Allo stesso modo, nel contesto geopolitico, il primato dei diritti dei popoli, conferirebbe pari dignità a tutti gli Stati e, pertanto, si affermerebbe un ordine atto a garantire la sovranità e l’indipendenza degli Stati e a salvaguardare le loro identità culturali, affrancando i popoli più deboli e meno sviluppati dalla schiavitù del debito, che costituisce oggi il principale strumento di ricatto del dominio occidentale.

Nel Mediterraneo si sono scontrati due fondamentalismi contrapposti. Quello islamico è infatti un fenomeno sorto come reazione esasperata al fondamentalismo del mercato, dei diritti umani, del “destino manifesto”, quale valore identitario degli USA di origine veterotestamentaria.

Occorre, dunque, che l’Europa decostruisca il fondamentalismo dei “valori occidentali” imposto dalla occupazione americana del secondo dopoguerra. Per instaurare un dialogo necessita che ad entrambi gli interlocutori venga riconosciuta pari dignità. Attraverso il dialogo con i popoli del MENA, l’Europa potrebbe ritrovare e riconoscere se stessa, riappropriandosi della propria memoria storica, riscoprire le sue radici identitarie, le origini della sua cultura premoderna.

Dal dialogo con l’Europa gli stessi Paesi islamici potrebbero ricavare idee e progetti per creare un modello di sviluppo e modernizzazione compatibile con la propria identità culturale, onde far emancipare le loro società dalle attuali condizioni di arretratezza e sottosviluppo che hanno costituito un humus assai fertile per la proliferazione del fondamentalismo islamico.

L’Europa dovrebbe, dunque, effettuare una decostruzione del fondamentalismo americanista che ha determinato la dissoluzione progressiva della sua identità culturale. Ossia, dar luogo ad una rivoluzione culturale al suo interno, per assumere un ruolo da protagonista nell’era del mondo multipolare ormai alle porte. Il fondamentalismo atlantico è in una fase di declino irreversibile e la UE, mai esistita come entità geopolitica autonoma dalla Nato, è in via di progressiva dissoluzione. Così si esprime al riguardo l’economista e filosofo francese Serge Latouche nel suo saggio “La voce e le vie di un mare dilaniato”: “Tuttavia, è proprio vero che l’Europa può rinnegare la sua progenie e sciogliere il legame di solidarietà con il “mostro” che essa stessa ha generato? A dispetto delle rivalità e degli antagonismi di ogni sorta, l’Europa resta profondamente complice e solidale con gli Stati Uniti. Per affermare e rafforzare la sua differenza, l’Europa dovrebbe ricollegarsi alle sue radici premoderne e precapitaliste, come la visione mediterranea, e ritrovare la sua parentela con il suo versante orientale e ortodosso che è sempre rimasto ai margini. Queste due Europe, del sud e dell’est, confinano con l’altro: il vicino, il medio, l’estremo Oriente e, soprattutto, confinano con il mondo musulmano nelle sue varianti turca, persiana, curda, mongola, berbera e araba. Gli scambi incessanti, anche violenti, e le complicità di ogni sorta hanno preservato sempre (o almeno per lungo tempo) queste parti d’Europa dall’autismo dell’Europa atlantica che sconfina nella dismisura americana”.

Questa Europa, oggi ridotta a semplice periferia atlantica, dovrà fuoriuscire dall’Occidente e, per liberarsi dal dominio dell’Anglosfera imperante nella UE, dovrà riscoprire la sua vocazione mediterranea per poi proiettarsi nel Medioceano.

Non si riscontrano tuttavia, ad oggi, segni premonitori di una possibile resurrezione dell’Europa dal baratro atlantico in cui è precipitata. Ma chi, e quando, farà riemergere dall’oblio secolare il nostro Mediterraneo?

9 marzo 2023

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