La crisi energetica

Il leader di Azione, Carlo Calenda, parlando della crisi energetica, oggi ha scritto testualmente su Twitter: “Siamo in emergenza nazionale. Grazie a Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giuseppe Conte. Il Governo Draghi ha le mani legate. Ma servono 10 miliardi per le imprese, sganciamento rinnovabili dal gas e 30 miliardi le famiglie. Ora. Le forze politiche sospendano la campagna elettorale e si dichiarino pronte a supportare il piano del governo, rigassificatore incluso, e un eventuale scostamento di bilancio“. Trascuriamo le risposte di Salvini, di Conte e di altri imbonitori. Ne riporto quella di Angelo Bonelli, co-portavoce nazionale di Europa Verde e candidato dell’Alleanza Verdi-Sinistra, che così gli risponde: “Calenda propone di sospendere la campagna elettorale per supportare il governo sul caro gas. Insomma, da Calenda arriva una proposta elettorale che non abbasserà il prezzo del gas“. Ed aggiunge: “Noi Verdi da tempo chiediamo al governo, e lo ribadiamo, di introdurre subito un tetto nazionale al prezzo del gas come in Spagna e Portogallo; prelevare gli oltre 40 miliardi di euro di extra-profitti per restituirli a famiglie e imprese e chiedere, in sede europea, lo stop alla contrattazione del gas alla borsa TTF dove si stanno realizzando speculazioni che stanno portando al massacro sociale i cittadini europei e, ovviamente, italiani”. “Serve subito un piano sulle rinnovabili, – conclude il co-portavoce di Europa Verde – per installare entro tre anni 60 Gigawatt di energie rinnovabili che sostituiranno 15 miliardi di metri cubi di gas“.

E’ tempo di campagna elettorale, ed ognuno dei vari Big della politica tenta di impapocchiare gli elettori. Si risvegliano solo adesso dal lungo torpore, dalla consueta inerzia, nella vana speranza di racimolare qualche voto.

Abbassare il costo di energia e bollette si può, e si deve, ma i nostri politici non lo fanno. Troppo difficile per loro la ricetta per vincere la crisi energetica. La trasparenza sui prezzi d’acquisto e come uscire dal fittizio mercato di Amsterdam dovrebbe essere il primo impegno del governo che verrà eletto, visto che quello che abbiamo è inerte. Staremo a vedere.

Sicuramente esistono le alternative al disastro annunciato sull’energia. Ma le soluzioni non sono le chiacchiere dei politici, vanno costruite con impegno serio. Quello che noi paghiamo è la mancanza di una strategia energetica nazionale.

Negli ultimi anni ci siamo affidati alla buona sorte, sperando che il miracolo continuasse per sempre. All’inizio degli anni 2000 la nostra produzione annuale di gas era di quasi 21 miliardi di metri cubi. Purtroppo, nel tempo, questa attività l’abbiamo fortemente ridotta, portandola a 3,5 miliardi, e abbiamo fatto in modo che i cosiddetti ambientalisti avessero il sopravvento, spingendoci nella preoccupante situazione in cui versiamo. Un fatto gravissimo. In realtà si sono incrociati ideologie con interessi specifici e molto concreti.

Alcuni, i più informati, sostengono che bisognerebbe tentare di uscire dalla Borsa di Amsterdam. Attualmente, il prezzo del gas negli Stati Uniti o in Giappone o nei Paesi extra Ue è triplicato, da noi è invece 11 volte di quanto costava nel 2020.

Sulla Borsa di Amsterdam c’è un equivoco di fondo. Infatti, più che una Borsa, quella di Amsterdam è qualcosa che è poco più di una fiera paesana. Cerchiamo di capirne il perché con un esempio. Il prezzo del petrolio Brent (il petrolio di riferimento europeo, un prodotto molto leggero, risultato dell’unione della produzione di 19 campi petroliferi situati nel Mare del Nord), si genera in Borsa, esattamente a quella di Londra. Per cercare di dare un’idea di quanto avviene in quella Borsa, bisogna sapere che giornalmente vengono scambiati tra i 2000 e i 3000 miliardi di dollari di contratti petroliferi; cioè più del Pil italiano. Un mercato di tali vaste dimensioni dà la garanzia di un indicatore degli equilibri di mercato. Invece, ad Amsterdam non si riesce ad avere una dimensione dei volumi scambiati nel TTF (Title Transfer Facility), il mercato virtuale di riferimento olandese per lo scambio del gas naturale e che determina i prezzi attuali. Ci sono tutti i grafici che ci indicano l’andamento del prezzo, ma non i dati sulla quantità di volumi scambiati, cioè su quale scambio di volume è basato il prezzo. Da quello che è possibile esaminare, risulta che si tratta di scambi insignificanti, tra un gruppetto di operatori finanziari , i cosiddetti “trader”, che generano questi numeri. Accade così che in una Borsa piccolissima, dove si scambiano pochi volumi, basta un nulla per generare aumenti del 100% o del 200% . Questa, la grossa speculazione che ci sta impoverendo !

Allora bisognerebbe chiedersi cosa fare per salvare l’Europa, e soprattutto l’Italia, da queste operazioni finanziarie messe in atto senza scrupoli.

Un vero conoscitore del problema, esperto di dinamica del prezzo del petrolio, ex dirigente Eni, Salvatore Carollo, autore di vari libri sull’argomento (scrive correntemente in riviste specializzate in materia energetica e tiene conferenze internazionali sul tema), a tal proposito ha le idee piuttosto chiare e fornisce una serie di soluzioni: Innanzitutto, dice, bisognerebbe che l’Italia chiedesse subito di non basare il prezzo del gas sul TTF olandese.

Inoltre, dovremmo ben considerare che in Italia abbiamo i due più grandi importatori di gas, che sono società quotate in Borsa, ma di proprietà del ministero del Tesoro. L’azionista di maggioranza, il Ministero, ha il diritto di conoscere qual’è il prezzo a cui il gas viene importato. Questa informazione il ministro del Tesoro e dell’Economia deve fornirla al presidente del Consiglio, che a sua volta può informare il ministro della Transizione Energetica, attualmente Cingolani. Lo stesso Cingolani ha provato a sapere il prezzo a cui viene importato il gas in Italia, ma non gli è stato riferito dalle società pubbliche, perché queste sostengono che essendo quotate in Borsa non possono dirlo. Ma questo, afferma Carollo, non corrisponde alla realtà, in quanto le società devono comunicarlo. Negli Stati Uniti, che è la patria del libero mercato, specifica Carollo, le società petrolifere, siccome operano su concessione dello Stato, come in Italia, sono obbligate ad essere trasparenti con lo Stato e quindi a comunicare il prezzo d’acquisto, che infatti è noto. Quindi, il mercato americano funziona in modo corretto. Anche noi dovremmo poter disporre di questa informazione trasparente da parte dei grandi importatori di gas. Ma ciò non avviene ed alla fine ci attacchiamo a questa finzione del TTF, per coprire il fatto che non abbiamo un mercato trasparente in Italia. Il risultato è che il monopolio e questa segretezza si traducono in un notevole danno per i consumatori. Se si facessero queste due semplici operazioni, sostiene sempre Carollo, il costo del gas si allineerebbe agli effettivi costi d’importazione che sono 10-20 volte più bassi del TTF.

Da tecnico, Salvatore Carollo aggiunge: “Chiunque vinca le elezioni, dovrebbe fare subito questi interventi urgenti e poi attuare un piano energetico che non tenga conto di quanto accaduto nel passato. Quando, grazie ai veti degli ecologisti e anche di una parte del Pd, ogni tentativo è andato in fumo, e non è stata ripresa la produzione in Adriatico.

Lasciamo Amsterdam. Vogliamo prendere come riferimento il mercato più caro di tutti? Il gas liquido americano? Bene, quel mercato che si chiama Henry Hub è molto grande ma è trasparente, il prezzo è pubblicato ora per ora. Se uso anche quel mercato come riferimento, intanto, mi accorgo che dà un valore dieci volte minore del TTF, molto più basso e non subisce queste speculazioni di quattro amici perché è un mercato globale”.

Quello che dice Carollo è abbastanza chiaro. Dalla sua analisi emergono però due nostri problemi: da un lato manca una politica che sia tale, dall’altro quello delle authority che facciano rispettare questi processi di trasparenza.

Quindi? Sarebbe necessario riprendere la produzione nazionale, ma intanto diamoci da fare, e alla svelta, per cambiare questi fasulli riferimenti di prezzo. Basterebbe che intervenisse ARERA, cioè l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, che è un’autorità amministrativa indipendente della Repubblica Italiana che ha la funzione di favorire lo sviluppo di mercati concorrenziali. Perché non ci rivolgiamo tutti a questa Autorità, costringendola ad intervenire per eliminare questa enorme speculazione? Cosa fa, in proposito, il suo Presidente, il Sig. Stefano Bessenghini, oltre a percepire il compenso annuale di 240.000 euro, da ben quattro anni a questa parte? Forse non gli è sufficiente?

Anche Draghi disse al Consiglio d’Europa che la Borsa di Amsterdam era al centro di grandi speculazioni. E il primo Ministro olandese, ovviamente, si risentì. Draghi disse una cosa vera, solo che pur avendo individuato il problema, non ne ha tratto le conseguenze e né si mosso per fare qualcosa. E perché, a tutt’oggi, non si interviene? Manca la competenza sulla materia? Questa, per nostra disgrazia, è la situazione in cui ci troviamo nei ministeri e nelle authority per l’energia. Abbiamo infilato lì dentro personaggi di altissimo livello, magari, ma che non sanno nulla, o quasi, del mercato, quando si trovano praticamente a trattare sul campo internazionale.

Ma quel che più ci lascia sconcertati è il perché non si sono fatti interventi di estrazione del gas che potessero convivere con l’ecologia. Abbiamo stupidamente bloccato la produzione di gas nel mare dell’Adriatico e in Sicilia, dove ci sono giacimenti importantissimi come al sud di Gela, soltanto per dare spazio all’ideologia di taluni, senza tener conto, poi, che gli impianti in Adriatico sono tra i più rispettosi dell’ambiente che ci sono al mondo. Molte delle piattaforme sono diventate praticamente parchi marini, tanto che sotto di esse si è ricreata una fauna e una flora marina.

Ora, però, è giunto il momento di preoccuparci seriamente per evitare un inverno disastroso. Finora abbiamo perso tempo, e da quando, in primavera, è scattato l’allarme, non si è lavorato sodo, come avremmo dovuto. Si è preferito parlarne soltanto e poco; anche nei dibattiti televisivi questo è un argomento che viene citato marginalmente, ed anche nella campagna elettorale appena iniziata si glissa sul cosa fare. Intanto, la gente paga le bollette salate. Eppure, la crisi energetica è un fattore prioritario che dovrebbe interessarci abbastanza, soprattutto per i risvolti in campo economico e sociale. Ma che razza di popolo abbiamo in Italia? Possibile che esiste solo lo svago ed il pallone?

Come se non bastasse, a tutto questo si aggiunge la politica fasulla della Commissione Europea, la nostra matrigna, che non solo non interviene per lenire i mali, ma adotta, a sua volta, strategie penalizzanti.

Sulla questione energetica si è molto discusso nell’UE, ma quasi nulla si è fatto. Si è inserita l’energia nucleare tra i fattori non inquinanti, ma c’è anche la delibera del Parlamento europeo che stabilisce che dal 2035 non dobbiamo più avere auto a combustibili fossili. Una pura follia. Innanzitutto perché non è realizzabile realisticamente, e poi perché pur essendo noi europei all’avanguardia nel campo delle tecnologie automobilistiche, dovremmo abbandonare questa supremazia mondiale, per adottare una tecnologia che non solo è importata, ma, per di più, è cinese!

Sta già accadendo finanche in Emilia Romagna, nella terra dei motori, dove si stanno addirittura progettando le future Ferrari a propulsione elettrica. Sarebbe devastante continuare su questa strada, che vede particolarmente avvantaggiata l’industria automobilistica cinese, che ormai sta invadendo sistematicamente i nostri mercati, a scapito delle nostre industrie. Un esempio concreto dista appena qualche chilometro dalla mia abitazione, a Macchia d’Isernia, dove la DR Automobiles, una società a responsabilità limitata, peraltro con trascorse vicissitudini fallimentari, oggi sta incrementando in misura vertiginosa le sue vendite, semplicemente assemblando automobili, le cui componenti sono quasi del tutto, per non dire completamente, importate dalla Cina.

Si parla di guerre a livello globale e noi diventiamo dipendenti dalle tecnologie cinesi? Ma dove è la ratio? Vogliamo, così facendo, davvero distruggere la nostra economia e perdere centinaia di migliaia di posti di lavoro?

Poi c’è un altro errore gravissimo. Stiamo pensando che nella cosiddetta transizione ecologica noi arriveremo alla fine del processo con tutta la catena di approvvigionamento di cui disponiamo oggi, cioè che continueremo ad avere benzina, gasolio, il jet fuel per gli aerei. Non è scritto da nessuna parte che accada, perché noi abbiamo un sistema di raffinazione vecchissimo. Il petrolio, sappiamo, non si usa mai greggio, ma va raffinato e negli ultimi anni sono state chiuse tantissime raffinerie negli USA ed in Europa. La nostra industria di raffinazione è obsoleta, la più giovane che abbiamo costruito è del 1972, la Isab, ubicata nei pressi di Siracusa, che ora appartiene alla Lukoil, (la seconda più grande compagnia petrolifera russa ed una delle maggiori al mondo) che, tra l’altro, vuole anche chiuderla o metterla in vendita. Infatti, la società Isab-Lukoil, poiché gravita nel gruppo russo Lukoil, ha subìto la chiusura delle linee di credito dalle banche, pur non essendo destinataria di sanzioni. Il sesto pacchetto di misure sanzionatorie, adottate dal governo Draghi, a giugno, nei confronti della Russia, farà scattare a fine anno l’embargo per il petrolio russo importato via nave. Il blocco della produzione e la minacciata chiusura da parte del colosso russo dell’impianto ex Isab, la più grande e capace raffineria d’Europa, determinerà un crac occupazionale che costerebbe alla popolazione Siracusana livelli mai visti, giacché la perdita di circa diecimila posti di lavoro, calcolato anche l’indotto, sarebbe un colpo mortale non solo per la Lukoil stessa, ma anche per il fragile assetto occupazionale delle province orientali della Sicilia, da dove proviene la maggioranza delle maestranze.

Il problema che si pone, quindi, è più serio di quanto si possa immaginare. Infatti, senza un sistema di raffinazione adeguato chi ci darà il jet fuel, il gasolio, la benzina pulita?

Perciò diventa estremamente importante avere un piano energetico nazionale che non faccia perno su mere ideologie, ma che si basi effettivamente sui numeri e sulle necessità. Per questo, occorrono valutazioni realistiche che tengano conto del fatto che questa benedetta transizione non sta proprio dietro l’angolo.

25 agosto 2022

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