L’AFA DI AGOSTO

Ci siamo inoltrati ampiamente, ormai, nel mese d’ Agosto, momento culminante dell’estate, con le città semivuote – anche se non più come un tempo – le spiagge affollate, i ristoranti e gli alberghi pieni. Benché tre anni di panico pandemico abbiano cambiato molte cose. E così, anche i rincari a iosa di bollette ed altro, dovuti alle politiche del Genio Economico giunto come un Messia per liquidare ciò che ancora restava del sistema Italia…

Comunque, è Agosto. E proprio il primo di Agosto cadeva l’antica festa celtica di Lughnasadh. Esattamente quaranta giorni dal Solstizio, a metà strada tra il Solstizio d’estate e l’Equinozio d’autunno, quando con la stagione del raccolto, si celebrava la Festa della luce e del fuoco. Che, però, già segnava il suo declino. Anche perché Lugh è un Dio oscuro. Più simile a Odino che ad Helios, il titano dell’astro solare. È il Sole, certo, ma il Sole che discende verso la Tenebra. Il regno degli uomini. E, soprattutto, quello dei morti.

Forse è per questo che, nell’apparente sfrenata gioia di vivere dei vacanzieri, in questo mese si insinua un… senso di morte. Come le foglie sul ramo. Non più di un verde smagliante, ma che si avviano a diventare gialle, rosse… quasi secche, cadenti fra non molto.

Il poeta Gabriele D’annunzio, esprime perfettamente questa sensazione nel madrigale intitolato “Nella Belletta” :

Nella belletta i giunchi hanno l’odore

delle persiche mézze e delle rose

passe, del miele guasto e della morte.

Or tutta la palude è come un fiore

lutulento che il sol d’agosto cuoce,

con non so che dolcigna afa di morte.

Ammutisce la rana, se m’appresso.

Le bolle d’aria salgono in silenzio.

Gabriele D’Annunzio ( Alcyone, Madrigali dell’estate).

La belletta è il fango, la melma che si crea là dove l’acqua stagna: forse legato al greco pelòs “fango” (lo stesso termine, belletta, fu usato anche da Dante Alighieri, nel VII canto dell’Inferno (vv 121-124), per indicare il fango della palude Stigia in cui sono immersi gli iracondi). L’estate è giunta al suo culmine: ma è un’estate che, anziché far esplodere di vita la natura, la brucia con il suo calore, facendola marcire. L’indugio di d’Annunzio su immagini di corruzione e decomposizione, e il virtuosismo che, in pochi tratti, converte oggetti belli e piacevoli (le pesche, le rose, il miele, i fiori) in segnali di morte, fanno di questa poesia uno dei testi emblematici della poetica del decadentismo italiano. Alla fine dei versi, l’unica apparizione dell’io poetico, che si avvicina allo stagno e – come se la sua presenza fosse avvertita come estranea, ostile da parte degli animali che lo abitano – mette in fuga le rane. Il loro gracidio – l’unico segno di vita residuo – si spegne, come inghiottito dalle profondità della palude; al suo posto, mentre dal fondo limaccioso si liberano bolle d’aria, il prodotto della materia putrefatta, resta il silenzio.

Ed è proprio questo senso di morte incombente che rende, paradossalmente, sfrenata la voglia di vivere. Sfrenata e, a ben vedere, ottusa. Sembra quasi che tutti vogliano divertirsi per forza. Che debbano, soprattutto, mostrare agli altri quanto loro si divertono. Quanto sono attivi, allegri… vivi.

I locali sulle spiagge, affollati. Donne e uomini di ogni età che danzano seminudi e, per lo più, in stato di alterazione mentale. Scene da lasciare perplesso persino un guerriero Maori della Polinesia, famoso per la sua, selvaggia, danza di guerra.

E, paradossalmente, molti di questi fauni e baccanti da tre soldi, indossano disciplinatamente la mascherina quando salgono su un bus o su un treno. E continuano a portarla anche mentre fanno la spesa al supermercato. Addirittura in auto, da soli, e persino in aperta campagna, durante le loro passeggiate solitarie.

Ma ora, sotto il rovente sole d’agosto, il virus è dimenticato. E, purtroppo, vengono completamente dimenticate cose più serie ed importanti. In questo mese si prova una strana, e contorta, bramosia di vita. E tutti fanno tutto, e dicono di tutto, senza troppo pensare. Poi, il giorno dopo, magari cade un governo….

Agosto è il mese del vuoto. La vacanza altro non è che un senso crescente di vacuo. Di assenza, che tentiamo, nell’ozio, di riempire di carabattole, suoni, rumori, luci. E’ tempo di vacanza, di spensieratezza. Tanto in Agosto non accade, né può accadere nulla; che poi vi sia una guerra in Ucraina, che stiano per accendersi altri fuochi in Kosovo, Bosnia, Moldavia… Che la tensione nel Mar della Cina sia stata portata, artatamente, al calor bianco… non conta. Non ce ne accorgiamo quasi. È Agosto. E in Agosto non può accadere alcunché di, davvero, importante…

E proprio in Agosto scoppiano guerre, vengono tentati colpi di Stato, bombardate città, distrutti paesi. Hiroshima e Nagasaki ne sono un esempio. Un ricordo sempre più sbiadito. Ed era proprio il 6 ed il 9 Agosto di tanti, ma non tantissimi, anni fa, quando i piloti degli Stati Uniti d’America, dai loro bombardieri, sganciarono le micidiali bombe sulle due città del Giappone, causando, secondo le stime, morti e feriti tra le 150 000 e le 220 000 persone, quasi esclusivamente civili. A queste, negli anni successivi, sono seguite altre vittime, ammalatesi per varie patologie tumorali.

Ma quanto avvenuto allora, oggi non conta. Perché è Agosto. Mese leggero, anzi, vuoto. Mese della moglie in vacanza. E’ sempre viva l’immagine della bionda diva, Marilyn Monroe, con la gonna sollevata dal vento artificiale…

Mese di “Agosto, moglie mia non ti conosco”, il più folle, frenetico, umoristico, surreale romanzo di Achille Campanile. Surreale, come i giorni d’Agosto. Caldi, afosi. Tutto, persino la frenesia di divertirsi, appare rallentato. Sospeso, astratto dalla realtà.

Le foglie sui rami degli alberi, come dicevo, non sono più verde brillante, si avviano ad avere una bellezza autunnale. Presto cambierà il tempo. E cominceranno, come già avvenuto in molte località del Paese, i violenti temporali che portano alla fine di questa torpida, fiacca, estate…

Mi risuona in testa un motivetto. Vecchio, molto vecchio, del cantautore Renato Rascel: “È arrivata la tempesta /è arrivato il temporale / chi sta bene e chi sta male /e chi sta come gli par…” . Sembra scritta oggi.

Ora,in questo afoso, statico Agosto, ritornando ai versi del Vate: “ove tutta la palude è come un fiore lutulento che il sol d’agosto cuoce”, marcisce la campagna elettorale per le votazioni del prossimo 25 settembre, ma, diversamente, con tanti ranocchi che gracidano intensamente e in continuazione, di giorno e di notte.

Agosto 2022

Questa voce è stata pubblicata in Attualità, Cultura e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.