
Scrivere non è certo imporre
una forma (d’espressione)
a una materia vissuta.
Scrivere è una questione di divenire,
sempre incompiuto, sempre in fieri,
e che travalica qualsiasi materia vivibile o vissuta.
È un processo,
ossia un passaggio di vita
che attraversa il visibile e il vissuto.
La scrittura è inseparabile dal divenire.
(Gilles Deleuze 1925 -1995)
In un mio precedente articolo di qualche tempo fa, tentai di descrivere il particolare stato emozionale che prende chi, in una notte chiara, guardando il cielo a occhi nudi, rimane estasiato dalla grandiosità del creato e dalla bellezza dello sfavillio di luci che lassù, dall’alto, sembrano osservare il cammino di questa umanità.
Le stelle! Da sempre sono lassù, immobili ai nostri occhi. Nel silenzio più completo, quasi con distacco, esse seguono il cammino dell’umanità, senza spiegarsi il perché della frenetica ansia che caratterizza i terrestri, perennemente impegnati nell’ottenimento di effimere conquiste. Noi le osserviamo, ci lasciamo inebriare, per pochi istanti, dalla profondità dello spazio che è sopra di noi, guardandoci bene, però, dal considerare che lo spazio infinito è anche sotto i nostri piedi e che la pallina – che noi chiamiamo Terra – su cui, un giorno antico e tanto lontano, si diffuse la specie umana, galleggia sospesa nel cosmo. Con tutto il suo carico umano vivente.
Le stelle, quindi, fanno parte di una grandiosa scenografia voluta da un “grande scenografo dell’universo”, oppure, misterioso e affascinante enigma, vivono e pulsano come noi, in simbiosi con l’Universo?
La saggezza dei grandi Uomini del passato ci ricorda, invece, che esse racchiudono in sé la forza creatrice dell’Universo: il calore del fuoco della genesi che è l’indiscussa potenza equilibratrice che tutto regola, nell’armonia suprema che è “luce e amore”.
Quasi sicuramente, fu questo stesso amore che indusse quell’Entità – che gli uomini chiamano Dio – a mettere accanto all’uomo, nel mitico giardino dell’Eden, la donna: colei che avrebbe con lui condiviso gioie e dolori, non solo, ma anche la crescita interiore, cioè quella che animicamente viene definita “spirituale”.
E’ stato detto – forse a giusta ragione – che il “diavolo” è dentro di noi perché, come personificazione, fuori di noi non esiste. Questa affermazione di Pico della Mirandola, seppur inquietante per il contenuto, non si discosta molto dalla verità perché, e non v’ha dubbio alcuno, nell’uomo è presente un qualcosa di poco conosciuto, un “daimon”, che lo spinge ad imitare, se non, addirittura, a sfidare Dio.
Potenzialmente, quindi, è lecito ammettere che nell’uomo è presente il concetto di Dio. Nonostante ciò, egli si lascia, purtroppo, quasi sempre trascinare dalla materialità e dalle scorie involutive che bloccano la sua ascesa verso il divino, tanto da incolpare il “diavolo” per le difficoltà che via via incontra, nel suo progredire terreno e che in apparenza sembrano ostacoli insormontabili per il suo processo di elevazione.
Sul piano umano, poi, il deperimento psichico e fisico, il processo d’invecchiamento e il travaglio legato alle passioni, perseguono incessantemente la loro opera demolitrice. Alla stessa maniera di come le angosce, le aspirazioni, le speranze disattese, in altri termini tutto ciò che provoca oppressione, diventano manifestazioni del “diavolo”, così le pene che non riusciamo a scrollarci di dosso, il cui travaglio che ne deriva ci svuota di tutti gli stimoli creativi, assumono la connotazione di larve e di vampiri. Dio e il Diavolo s’incontrano nell’uomo, eterno ed epico campo di battaglia. Forze opposte di eguale intensità, si affrontano determinando, quasi sempre, una specie di “stato di animazione sospesa” in cui il passato, presente e futuro, fondendosi, diventano un tutt’uno.
L’uomo di questo XXI secolo appena iniziato – mi chiedo – alla luce delle recenti scoperte scientifiche, delle sorprendenti conquiste dello spazio e degli ambiziosi progetti futuri, avverte ancora la presenza di Dio? L’esigenza spirituale, che in un passato non molto lontano era considerata forza aggregante e propulsiva della natura, oggi, nell’uomo che da poco ha varcato la soglia del “terzo millennio“, è ancora presente, o si è tragicamente trasformata, ahimè, in una sfrenata ed inconsulta sfida a “Colui che creò il mondo e le altre cose…(Genesi, Cap. I°)“ ?
L’uomo moderno, sebbene spesso in linea con quanto avviene intorno a lui, sfida l’ignoto perché è sensibilmente attratto da tutto ciò che che appartiene al fenomenico e al particolarmente insolito, tralasciando, quasi sempre, quei campi di ricerca dove la sua componente psichico-mentale potrebbe consentirgli, altrimenti, di decifrare l’ermetico messaggio del proprio “io inconscio”. Potrebbe giungere più facilmente a un importante traguardo evolutivo: la conoscenza del proprio passato.
L’uomo, possiamo ben dirlo, viene al mondo privo di differenziazioni psico-comportamentali: diventa adulto scontrandosi con la legge dei contrapposti e apprende a distinguere ciò che è ragionevole dall’irrazionale, il buono dal cattivo, il bello dal brutto. Gradualmente, egli impara a sintonizzare il suo potenziale mentale e a predisporlo in forme psichiche e sociali opportunamente organizzate.
Questo itinerante insieme di forme mentali e sociali, che noi chiamiamo “uomo”, pur facendo parte di un sistema globale organizzato – la società – conserva integra la sua personalità, la sua storia individuale, le tracce del suo cammino evolutivo. Si protende, anzi, a prendere coscienza del suo stato di adulto, mediante la conquista di beni stabili che gli diano la costante e concreta consapevolezza di essere riuscito a trasformare il tempo in struttura materializzata. In questo edificio materiale ed ideale, nello stesso tempo, albergheranno i suoi pensieri, le sue azioni, i sentimenti e, perché no, le sue ansie. La consapevolezza della stabilità e la conquista dell’autosufficienza, poi, lo faranno sentire finalmente “eterno”. Al primo accenno di sgretolamento del suo edificio, però, egli irrimediabilmente sprofonderà nella disperazione più completa. Sarà proprio la speranza a dargli la forza di rialzarsi, a predisporlo nuovamente all’attesa – preludio di un nuovo ciclo esistenziale – di un nuovo impegno di costruttività. Ed ecco che l’eterno conflitto nell’uomo, tra il mondo dell’utopia e quello del pragmatismo, prende il sopravvento e, connotando ogni spinta che l’essere umano riceve, lo induce a ricominciare. L’identificazione di una più idonea adattabilità al mondo che ci circonda, evidenzia ancor più l’essenza “divina” che è in ogni aspetto della natura, considerato utopico da chi si identifica nel “pragmatismo”, esatto opposto dell’“utopia”. Il pragmatismo, infatti, tende all’individuazione di una tecnica che gli consenta un più immediato stato di fruizione della condizione di benessere latente: uno schema di percezione immediata, per il conseguimento di un risultato, direi quasi, che appaghi soprattutto le attese della memoria storica di ogni essere.
Alla luce di queste considerazioni, come spiegarci il pragmatismo se non considerandolo come una “utopia” priva di “animus”, che non ha più voglia di lottare, che intende fare a meno dei colori e degli stati d’animo, ritenuti accessori superflui per il conseguimento del risultato finale…? Una mentalità adulta e pragmatica, non accetterà giammai la possibilità, ad esempio, di forme aliene di vita su altri mondi, o che, oltre la morte esista una vita incorporea con tutta una serie di fenomeni paranormali: tutto ciò non può non esistere solo perché non vi è alcuna possibilità di verifica e, di conseguenza, difficilmente inseribile nella rigida struttura del pragmatismo.
L’attesa fiduciosa dell’uomo impegnato a farsi adulto, nell’umanità del XXI secolo, è ormai uno sbiadito e lontano ricordo. Anche le componenti basilari di vita dell’uomo, come l’amore, l’amicizia, la giustizia, la ricerca della verità, appaiono sempre più come surrogato di scelte ragionevoli e utili: indubbiamente più sbrigative e meno sofferte. Il “dubbio della ragione” si è trasformato in “diffidenza della ragione pratica”.
L’eterna ambizione di dare origine alla vita, ovverosia l’antica sfida edenica di cogliere il frutto dall’albero della conoscenza, si riaffaccia prepotente nell’uomo, spingendolo verso la realizzazione di un’opera più stabile e più apparentemente divina. La clonazione diventa, così, il premio ultimo che lo farà sentire immensamente eterno e infinitamente simile a Dio.
Sì, è questo il volto della vita che vede l’uomo, seppur con i capelli bianchi ed il volto pieno di rughe, riscoprirsi bambino, spesso privo di interesse per la sua componente spirituale, ma sensibilmente attratto dalla prospettiva di un domani migliore, più sereno e, se possibile, ricco di agi. A questo punto, sebbene il sogno faccia parte del mondo dell’utopia, “sognare” diventa per l’uomo l’antidoto per le sofferenze, la soluzione ideale per alimentare le speranze e la spinta a credere nella continuità della vita, dopo la morte.
Forse, e non sarebbe male, seguendo un sano e umile impulso all’autocritica, se meditassimo un po’ più spesso sull’enormità dei nostri limiti vivremmo la dimensione umana con meno egoismo, con più umiltà e tolleranza. Potremmo, chissà, stabilire un dialogo più assiduo e leale con quella parte nascosta dell’anima, racchiusa nel profondo dell’io, in cui vengono gelosamente custoditi gli arcani codici della nostra provenienza stellare… . Codici del passato che come stelle utopiche possono guidare il nostro cammino e che, anche se nel mondo attuale la mistica è spenta, tuttavia, sono ancora in grado di farci giungere la loro luce. Solo così possiamo sperare che procedendo contro il tempo, potrà esserci “un tempo venturo”.
31 marzo 2022