Stupidi e ciechi

Afghanistan, per USA sconfitta politica"/ Pierluigi Magnaschi "Kabul come  Hanoi? No"

All’improvviso abbiamo scoperto l’entità del disastro afghano. Nessuno poteva immaginare fino a che livelli di stupidità potesse arrivare la diplomazia americana dopo vent’anni di presenza in quel Paese.

In vent’anni tutto l’Occidente, al seguito del padrone americano, non si è reso conto che i Talebani non solo non erano stati sconfitti ma, addirittura, stavano vincendo. Quando finalmente si è accesa la luce, l’allora Presidente Trump ha deciso da solo il ritiro delle truppe, infischiandosene degli alleati, ed ha avviato dei negoziati con i vincitori, a Doha, nel Qatar, per salvare la faccia. In cambio della pace (o, meglio, di un esodo americano tranquillo) ha offerto soldi, armi e potere. Un vero affare.

Subentrato Biden, con le mani legate dalle iniziative di Trump, le assicurazioni ricevute dai servizi segreti americani erano nel senso che l’esercito nazionale afghano (300.000 uomini), formato, armato e foraggiato dall’Occidente, avrebbe resistito ai Talebani almeno per qualche mese, il tempo necessario per andarsene tranquilli. Poi, avvenisse pure la catastrofe. E così è stato, solo che l’esercito (demotivato al massimo e privo di validi comandanti) è collassato in quattro giorni assieme allo Stato di cui era espressione.

Informazioni false, dunque, come erano falsi i gas tossici iracheni che avrebbero sterminato il mondo civile. La CIA e l’FBI, ancora una volta, hanno ingannato il mondo.

Ora, l’Afghanistan non è più un problema per Washington. Se ne sono lavati le mani. I profughi afghani mica andranno negli Stati Uniti. Dove andrà questa gente disperata?

L’Europa non è in grado di accoglierli. Non è stata capace di accogliere gli emigranti in questo decennio, figuriamoci se potrà digerire anche l’esodo afghano. I buoni propositi della Merkel si scontrano già con il diniego assoluto dell’Austria e, fra poco, dell’Ungheria e di altri Paesi. Se l’Europa fosse capace, negherebbe i finanziamenti a Vienna e a Budapest e a tutti quegli altri che fossero contrari all’accoglienza. Ma non c’è da farsi, illusioni.

Non vedo nella von der Layen la durezza necessaria.

Si parla di “corridoi umanitari”. Per andare dove? In Turchia (ma Erdogan ha già espresso la sua contrarietà), in Pakistan oppure in Iran? Tutti Paesi felici, ricchi e potenti, dove l’integralismo islamico è nato e si rafforza di giorno in giorno. Oppure verso la rotta balcanica (Serbia, Slovenia, Croazia)?

La questione riguarda anche il nostro Paese dalle frontiere malsicure, terrestri e marittime, già preso d’assalto dalle migrazioni africane. Il dovere di accoglienza nei confronti di chi ha collaborato con le truppe italiane impone soluzioni diverse da un lager o da uno di quei centri d’accoglienza che sono campi di concentramento male allestiti e sovraffollati esistenti in Italia. Si è in grado di provvedere? Quali interventi sono stati programmati in questo senso? Al momento, a parte le ovvie dichiarazioni fatte, nessuno.

Ciò serve soltanto ai Salvini per sollevare l’eterno problema delle nostre frontiere, secondo un cliché ormai collaudato, ai Letta per implorare soluzioni europee “condivise”, cosa che non avverrà mai, ai 5Stelle per trovare un’altra occasione per dividersi ulteriormente.

Purtroppo, i temi di politica interna, il semestre bianco, le prossime elezioni amministrative, il che farà Draghi (il Presidente della Repubblica o del Consiglio?), inquinano i processi mentali dei nostri politici. Sono talmente stolti che guardano a Papua Nuova Guinea e dimenticano la Libia e la Tunisia, che sono dall’altra parte del mare.

Necessita, invece, che l’Italia, l’eterna esclusa dai maneggi franco-tedeschi e anglo francesi, intervenga rivendicando il suo ruolo di attore protagonista (e non di semplice figurante) nell’Unione europea, esigendo chiarezza d’idee ed azioni concrete che sono mancate fino ad ora.

Il quadro geopolitico è in fermento: tutti gli assetti tradizionali sono sconvolti, nuovi gradi attori si muovono sulla scena mondiale: la Turchia, la Cina, l’Iran, l’India, il Pakistan, che emerge da un lungo sonno. Lo scudo americano non c’è più. Occorre uno scudo europeo.

Se non si comincia a provvedere tempestivamente e con fermezza, bisogna prendere decisioni diverse, autonome. Occorre avere il coraggio di far sentire la propria voce, finora molto flebile e poco ascoltata. Draghi ha l’autorità e il carisma necessari per farsi sentire. Lo faccia, anche se non sarà seguito sulla via della concretezza dai partiti italiani, troppo vaghi, troppo immiseriti su questioni di poco conto, eternamente alle prese con i risultati dei sondaggi pre-elettorali.

Non c’è molto tempo davanti a noi. Le questioni internazionali si riverberano immediatamente sull’Italia e sulla nostra classe dirigente. Questo è il momento di dimostrare di essere all’altezza della situazione. A Draghi, la prossima riunione straordinaria del G20 sulla crisi afghana dovrebbe servire proprio a questo. Ma è indispensabile, per dare una credibilità a qualsiasi proposta seria, che alla riunione debbano partecipare anche il Pakistan e l’Iran.

Comunque, non dovremmo mai dimenticare che ogni cittadino di questo mondo ha diritto a non emigrare e vivere dignitosamente nel proprio Paese.

20 agosto 2021

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