Spigolature sul silenzio

Le parole del silenzio: 122 frasi, aforismi e immagini per condividere il  silenzio - FrasiDaDedicare

Le anime si pesano nel silenzio

come l’oro e l’argento si pesano nell’acqua pura

e le parole che pronunciamo

non hanno peso che grazie al silenzio

in cui sono immerse.

(Maurice Maeterlinck, premio Nobel per la Letteratura nel 1911)

*******

Si possono fare molte considerazioni, filologiche, storiche, filosofiche o psicologiche sul silenzio, certamente interessanti; tuttavia mi limiterò, anche per non appesantire troppo chi mi legge, a semplici annotazioni pratico induttive. Preliminarmente, ritengo che il silenzio rappresenta una precondizione per un’autentica conoscenza che trascenda l’ovvia apparenza delle cose.

Il silenzio, ci è stato detto, ha un senso : è l’esperienza del limite, della povertà, del digiuno, del deserto. E’ la polarità contrapposta al parlare per parlare, all’oltrepassare semplicemente per reagire, all’arricchire senza comprendere la responsabilità, all’eccedere nell’uso dei beni, a ricercare l’opulenza.

Il significato del silenzio non è certamente il mutismo. Anzi, nessuno deve tacere se ha da dire qualcosa che attiene al naturale diritto di difendere legittimamente la sua libertà personale, o quella degli altri. E’ stato osservato che ” il silenzio ispirato dalla paura non è il silenzio” e che, paradossalmente, “alcuni raggiungono la loro massima cattiveria nel silenzio“. Da qui si comprende che il silenzio non può essere inteso come un accadimento elementare, come un punto matematico. Esso, invece, è espressione di un continuum, di un processo interiore che struttura fondamentalmente la personalità dell’individuo e la sua relazione con gli altri, con la società.

Questo processo è scandito da tre momenti indipendenti, dai quali si possono ricavare tre considerazioni.

La prima è che non si può capire senza ascoltare e che per ascoltare è necessario il silenzio. Un silenzio-digiuno, però, perché se la parola mi raggiunge nel rumore interiore di ciò che già so, confondendosi con esso, cosa potrò sapere di nuovo che già non so? Cosa potrò mai dire che non sia una semplice reazione a quanto già sapevo.

La seconda considerazione è che il silenzio risveglia un processo di chiarificazione. Chi non ha sperimentato il peso di un bagaglio di cose inutili alla propria crescita, guardandosi dentro? Quante cose il tempo trascorso della nostra vita ci ha mostrato non essenziali? Come non constatare la debolezza di molte nostre caparbietà? Ogni persona senziente scopre queste cose nel silenzio, con esse cadono molte passioni e si affermano, al contrario, benignità e tolleranza.

La terza considerazione riguarda la parola proclamata, che, quando non sia solo arte retorica, deve essere governata dalla concentrazione.

Lo stesso significato di con-centrazione allude alla ricerca del centro, del polo o del bersaglio, se si vuole. Colpire il bersaglio richiede la massima concentrazione, tutti, qualche volta, anche da ragazzi quando si andava al “ luna park “, hanno sperimentato che questa operazione, per ben riuscire, richiede il massimo silenzio, nulla deve distrarre, tutto è silenzio e noi siamo tutt’uno col bersaglio.

La pratica del silenzio si attua né col mutismo né col multiloquio, ma attraverso l’ascolto delle ragioni dell’altro, la chiarificazione delle proprie ragioni, la concentrazione delle proprie intenzioni.

Nell’attuale società tutti vogliono dire tutto su tutto, sebbene siano sempre meno coloro che possiedono la cultura specifica per farlo (v. quanto accade a proposito della pandemia generata dal Covid-19), mentre l’accesso ai media (i megafoni della cultura) risulta facilitato a chi si esprime in termini vocianti e grossolani, che, pur non sviluppando concetti brillanti, ci conducono all’assuefazione.

Questo “silenzio rumoroso” e parolaio, ove la chiacchiera insulsa sostituisce il discorso competente e meditato, rende impossibile la vera comunicazione, il cui surrogato tecnologico (Internet) brucia, via software, concetti e problemi nell’immensa offerta dei dati. Il bisogno di parlare, non solo impedisce di ascoltare, ma anche di vedere.

Il silenzio effettivamente praticato costituisce il recupero di un valore, una pausa di riflessione, una cesura nei confronti dell’insopportabile chiacchiericcio che ci circonda, un invito a chiudersi nell’intimità della propria persona.

Il recupero di se stessi nel silenzio della meditazione è una delle poche vie che conduce, forse, alla felicità. Significativamente, nell’ideogramma cinese che rappresenta il silenzio (Jing) sono presenti sia la purezza che la competizione, per sottolineare che “la calma giunge quando cessa la competizione”. Nel silenzio si prefigura l’azione: presso gli antichi egizi, ove occupava un elevato rango sociale, lo scriba è considerato un uomo che ascolta, e colui che ascolta diviene un uomo che agisce.

Il silenzio costituisce l’atteggiamento più proprio dello scolaro, del discepolo. Tacendo, il discepolo manifesta la propria disponibilità ad essere edotto, e riconosce al maestro il ruolo di fornirgli quella meditata parola solo quando è opportuno che gli venga concessa.

Parlare poco può infatti costituire un’efficace scelta didattica. Senocrate, il filosofo greco antico, scolaro di Platone, insegnò di udire assai e di parlare poco: in conformità della natura, che agli uomini ha dato due orecchie, ma una lingua sola. Del medesimo sentimento fu Pitagora, che ai suoi discepoli acusmatici imponeva di “trattenere” la parola per cinque anni consecutivi. E, ribadendo il concetto, Socrate diceva che in questo mondo gli uomini devono imparare due cose : tacere e parlare poco. A tal proposito veniva lodato colui che: nel vedere i fatti degli altri, desiderava essere cieco; nell’udirli, sordo; nel riferirli, muto.

Nello Yoga ed in alcune religioni, compresa quella cattolica, il novizio ascolta, apprende e tace. Negli ordini monastici troviamo il silenzio assoluto, per tutta o per parte della giornata: il silenzio del frate anziano dedito alla meditazione e il silenzio del novizio che dedica il suo tempo alla preghiera, al lavoro, alla riflessione su ciò che gli viene insegnato.

Riflessione e silenzio anche come senso civico del dovere, come quando si ascolta una conferenza o si assiste ad una lezione importante.

Il silenzio va considerato come un’attività intellettuale passiva, del ricevere. Implica riflessione, raccoglimento, attenzione.

Si possono distinguere vari tipi di silenzio.

Vi è il silenzio della prudenza, una specie di fuga dal rischio di manifestare le proprie idee, per timore di ciò che potrebbe derivarne. E’ il silenzio-assenso opportunistico, il silenzio della circospezione, del compromesso.

Esiste poi il silenzio della stupidità. E’ questo un silenzio pericoloso, poiché allo stupido che pratichi tenacemente il silenzio, per abulia e incapacità di esprimere un qualsiasi concetto, può capitare di essere ritenuto un saggio e come tale stimato ed onorato. A tal proposito, forse, non tutti sanno che l’Islam tributa una grande riverenza agli idioti, perché si pensa che le loro anime sono state rapite in cielo. Ricordo quei passi della Scrittura dove si legge che Dio scelse la stoltezza del mondo per svergognare i savi. In proposito, non hanno perso di validità le antiche massime: “infino il pazzo, tacendo, è reputato savio” e “se tace, chiunque è saggio”.

Un valore positivo ha invece, in ogni occasione, il silenzio del “bon ton”, cui provvede la buona educazione che invita a posizioni sfumate, ad evitare ogni comportamento spiacevole, a frenare gli impulsi.

Voler fare un elogio del silenzio comporta un’evidente contraddizione. Ma, da solo, il silenzio non avrebbe capacità di difendersi, quindi provo ad essere il suo paradossale avvocato, di fronte a una giuria di parole. Non alludo alla volontaria reticenza, molto spesso groviglio anch’essa di parole soffocate e di conflitti interni. Il silenzio a cui mi riferisco è terapeutico, è un’oasi di quiete e di ozio benefico. È quel rimedio, quel farmaco che ognuno assume quando si appresta ad addormentarsi e mette a tacere il mondo. La mente, allora, si libera degli intrecci nodosi, si dissolve in una inconscia comprensione del proprio nulla. Molte volte cerchiamo il silenzio, talvolta isolandoci o meditando, ma il pensiero di raggiungerlo, incomprensibilmente lo allontana, come se cercassimo di afferrare la nostra ombra. Soltanto nel sonno le voci del mondo si assopiscono, l’essere esce da se stesso e dalla propria saccenteria. Oppure, probabilmente, rientra in sé, riassorbito nelle sue silenziose radici. Chi di noi potrebbe rinunciare a questa purificazione quotidiana? Infatti, le parole di sovente ci avvelenano, ci inquinano, e potrebbero seriamente danneggiare la nostra salute se non potessimo, nel silenzio, disintossicarci.

Attualmente, la nostra società, sempre di più, rappresenta una gigantesca congiura contro il silenzio. È un immenso mercato brulicante di voci, un’accozzaglia di discorsi, di polemiche compulsive, un dilagare di dispute verbose, di cui si percepisce la sgradevole vanità, la voglia di imporsi, il compiacersi di un’idea vana; piuttosto che dialoghi, sono la somma di monologhi. Imprigionati nelle parole come ragni nella loro stessa tela, sembra che i nostri ragionamenti debbano tendersi in continui sforzi per riflettere la complessità del mondo. Eppure, la realtà è semplicissima. Le ragnatele della mente non la possono acciuffare.

Al centro del nostro essere vi è il silenzio, un cuore che pulsa con battiti che nessuno può udire. Le parole ne costituiscono la periferia, i suoi lunghi e sottili capillari. Forse, rappresentano oggi i fili d’Arianna con i quali cerchiamo l’uscita dal labirinto di una civiltà sempre più confusa e senza identità. Persi nei ristretti e tortuosi cunicoli di utopie sociali, ipotesi scientifiche, teorie filosofiche e politiche, codici vari, visioni religiose, metafisiche. Sempre più disorientati dalle parole dei nuovi sapienti, dei politici, dei tecnici, degli innumerevoli esperti, di chi ci vuole convincere, consigliare, istruire, divertire, consolare, guarire, salvare (v. vaccini contro il Covid-19). Bombardati dalle miriade di notizie, dai dati contrastanti, dalle statistiche artificiose e dai dibattiti sterili, dagli articoli in cui si accavallano, si intrecciano e si interpretano nuovamente e confusamente i dati e le statistiche. E poi, spasmodicamente, si commentano gli articoli e, non paghi, si commentano i commenti, in estenuanti chiose, infinite glosse e note a margine. Come in una spettacolare gara di fuochi d’artificio, in un generale assordante scoppiettio, i media, i social, la miriade di blog, forum, insomma tutta la vastità della Rete, senza dimenticare la pubblicità, ci bombardano quotidianamente, scaricando su noi un immenso liquame di parole. Siamo inesorabilmente seppelliti dalle scorie e dalla massa dei detriti melmosi dei nostri linguaggi.

C’è chi intravede in tutto questo la nuova libertà del pensiero, la “ricchezza” di una cultura alla portata a tutti. Per me, invece, e ritengo per tanti altri, è un fastidioso e torturante cicaleccio, un immenso caos, una nuova torre di Babele destinata a crollare sotto il suo stesso peso. Questa sovrabbondanza di parole inutili e senza senso nasconde la fragilità di contenuti ormai logori, di valori degradati. Al posto dei simboli che un tempo ormai lontano orientavano l’uomo, vi è oggi un’ intricata selva di cartelli segnaletici che lo conducono in un dedalo di strade intensamente trafficate e assordanti.

Ma le parole non possono essere considerate un male in sé, sono preziosi gioielli di cui il silenzio si adorna. Poche, preziose parole. Ma oggi, dovunque e quasi sempre, siamo inondati da fiumi di parole, come carta moneta senza più alcun valore, soggetta a una rapida, inarrestabile inflazione, banconote che non valgono più nulla. Similmente, le nostre parole non sono più collegate ad alcuna riserva aurea dello spirito. Si stampano illimitatamente, si danno in prestito a usura, se ne fa spropositato commercio o si sperperano facilmente con irresponsabile prodigalità.

Ma le parole sono gli abiti – vestiti sontuosi, abiti dignitosi o miserabili cenci – con cui rivestire il mistero. Ed il silenzio è la sua straordinaria e scandalosa nudità: perciò ne abbiamo paura. Il silenzio, infatti, ci fa sentire nudi e indifesi. È muto e freddo come la neve, che con i suoi fiocchi ricopre altra neve. Rievoca un’oscurità in cui non entrano né dolori e né gioie, né attese e né ricordi. Le parole ci rivestono, ci rassicurano, ci proteggono col loro incessante brusio. Se quel rumore finisce, avvertiamo un incomprensibile disagio, quasi come una minaccia incombente. Non siamo capaci di tollerare lo sguardo silenzioso della vita fisso su di noi: abbiamo timore che ci potrebbe, forse, ghermire e trasportare nei processi digestivi del nulla. Ed allora, giocoforza, dobbiamo esorcizzare il demone del vuoto discutendo, proviamo a dissipare la sua ombra pronunciando qualche frase, anche se futile. Rimaniamo zitti solo quando, vinti dalla nausea o dalla fatica, con la coscienza ostruita dalle parole, esausti, finalmente ci addormentiamo e lasciamo che il sonno ristoratore ci ripulisca e ci svuoti.

Alla indigestione verbale, a cui quotidianamente veniamo sottoposti, non si pone rimedio assumendo il farmaco di altre parole, ma col digiuno, col silenzio. Bisogna imparare a parlar poco ed a masticare le idee lentamente, conoscendo che la risposta non arriva solo dalla nostra volontà di capire , ma viene dal silenzio. Ma a noi piacciono i concetti riempiti di altri concetti, come quei fastosi banchetti di una volta, in cui un vitello conteneva al suo interno un maiale il quale, a sua volta, conteneva un’oca che racchiudeva pernici imbottite di vari ripieni. E, talvolta, una perla veniva nascosta in uno degli animali più piccoli. Oggi, invece, nelle nostre insaziabili orge di parole, dopo aver divorato manzi, maiali, ovini e capponi, nessuno mai trova quella perla. Chi ama l’abbuffata continui perciò a rosicchiare ossa e cadaveri – tali sono, per lo più, i nostri concetti – con la lusinga di trovarsi in bocca un tesoro che gli può rompere i denti.

Questi banchetti caratterizzati da eccessive libagioni e sfrenata chiassosa allegria mi stancano, mi rendono pesante la compagnia dei commensali. Allora, stanco e deluso, mi allontano e cerco riposo nella natura. Lì il fiume, col suo fluire silenzioso, scorre senza rendere conto del suo corso agli altri fiumi. Finalmente, un po’ di pace: gli alberi non giudicano, gli animali non discutono.

Nella calma, poni lo sguardo verso l’alto e osservi le nuvole o il cielo con le stelle e non vi intravedi alcun simbolo, nessuna profonda metafora. Non vieni logorato da inutili discorsi umani. Respirando a pieni polmoni quel naturale silenzio, comprendi che parlare è umano, ma tacere è divino. Quel breve momento di vita che stai assaporando, che passa senza far critiche e commenti, ti fa capire che vi è qualcosa di ineffabile, di cui non si può parlare, perché indescrivibile. Puoi soltanto restare lì, tacito, ascoltare e guardare, forse rivolgere a quel mistero, con profonda umiltà, una lode meravigliata e muta.

Per questo, l’asceta, il mistico, comunica con paradossi, o tace. Dimentica ogni parola, persino ‘Dio’. E ciò perché il silenzio è oltre Dio, è la pura assoluta libertà da tutte le cose. È il totale distacco da tutto, la profonda solitudine. Soltanto nel silenzio sei veramente solo e non ti curi di possedere o controllare qualcosa. Non avverti più il desiderio di cambiare te stesso o il mondo. Nelle parole che usiamo, spesso nascondiamo un potere, le usiamo come formule magiche per stendere un velo pietoso sulla nostra vita, per coprire un’estesa ferita. Ma un dolore lancinante, uno stupore intenso, una particolare incontrollabile condizione, illuminano in profondità questo abisso in cui ci troviamo sospesi. In quel momento ci accorgiamo che non siamo in grado né di esprimerci e né di comprendere, in una totale afasia.

In quella particolare situazione, possiamo sentire allora quelle “voci” silenziose che affiorano dal profondo del cuore. A quel punto, la superficie della vita, non più appannata dai nostri chiacchiericci, si chiarifica e diviene un limpido specchio. Solo allora vediamo il volto vero delle cose e comprendiamo quanto inutili e vane siano le nostre parole. Le parole, da sole, non hanno la capacità di far crescere l’erba del campo, di impedire che il sole sorga e tramonti o accendere semplicemente in noi una luce di reale comprensione. Il silenzio ci rende simili a qui neonati, che ancora non sanno parlare per dire “mamma”, quando ancora, ingenui, eravamo uniti al mondo con fili sottili e luminosi; prima che le parole ci stringessero con pesanti catene.

Tuttavia, alla fine, è proprio questa silenziosa realtà che ci chiede di parlare. Infatti, la parola che nasce da altre parole è voce senza vita. Soltanto la parola che nasce dal silenzio è viva. In questo caso, nel fluire delle parole, come può accadere setacciando l’acqua di un fiume di montagna, è possibile trovare aurei frammenti di vera saggezza, di poesia.

Non c’è ombra di dubbio che queste riflessioni siano orientate a ciò che ha da essere, piuttosto a ciò che è. A ben pensarci, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. C’è soltanto da divenire consapevoli ed agire con equità, umiltà e silenzio. Del resto, che ci sarebbe da dire, da aggiungere? Il silenzio non può essere spiegato o magnificato: parla da solo.

A compendio, ho il piacere di offrire alla lettura ed alla meditazione di chi mi ha seguito fin qui, con rassegnata pazienza, la seguente poesia :

IL SILENZIO

Se vuoi, ascoltami,

io sono il Silenzio.

Esistevo ancor prima del caos e sono rimasto dovunque.

La mia voce sale nella notte dei tempi attraverso ogni cosa:

dalla confusione dei pensieri, alla geometria delle forme.

Tutto in me nasce, vive e ritorna:

sono nel primo vagito e nell’ultimo respiro,

come la fiamma nel sole o il cristallo nel ghiaccio.

Coloro che hanno voluto udirmi, appresero da me l’Arte Reale

e la chiusero in muti libri di pietra.

Ascoltami, ascoltami sempre, perché ti parlo.

Non sia però la tua voce, a chiedere, ma la tua mente ed il tuo cuore.

Allora, ti risponderò con il canto dell’allodola al primo chiarore dell’alba,

con il riso ed il pianto di ogni creatura, con il respiro incessante della risacca.

La mia voce nasce dalla brezza del mare, sale nel vento torrido del deserto,

urla con la neve nella tormenta e si spezza d’un tratto.

Singhiozza e svanisce, come le tue passioni:

come il colpo del maglio, che vibra nell’aria fino a confondersi nel fruscio d’ala del falco.

Ti vedo vagare per i sentieri del mondo, dall’inizio dei tuoi giorni,

lo sguardo assetato che fruga ogni cosa, le mani sudate d’ansia,

la mente confusa dal cuore in tumulto.

Cerchi la verità, ma sei uno straniero; anche nella tua casa.

Ogni cosa ti sfugge, come acqua tra le dita e le tue labbra hanno sempre più sete.

Cerchi l’armonia nel frastuono della festa, nel tintinnio dei metalli,

nelle dolci forme della giovane meretrice;

poi ti sento piangere, insieme allo schiocco della vela,

che trascina lontano la tua nave, sul mare cupo delle tue illusioni.

FERMATI!

Siedi davanti al tramonto, quando il Sole cala in un trionfo di Luce,

quando ogni creatura tace,

quando anche il vento si placa.

Solo allora potrai sentirmi.

Un giorno, ormai remoto, dalle mani del Fabbro Divino

uscirono ventidue canne;

forgiò con esse un organo immenso, maestoso,

affinché l’Armonia si diffondesse nella sua Officina.

Fissò il suono di ciascuna canna in ogni cosa:

dal ronzio danzante dell’ape, allo schianto della folgore;

ed attese i che suoi operai sentissero.

Ora, mentre il sole scende dietro la fuga azzurra delle colline lontane,

avvolgiti nel tuo mantello:

attendi ed ascolta.

Se sentirai il battito del tuo cuore, là, dove l’occhio fissa le immagini,

se sentirai il tuo cuore ed i tuoi nervi parlare insieme,

se ogni tua cellula, quando la chiamerai, ti risponderà

con il riso ed il pianto di ogni creatura,

con il ronzio danzante dell’ape, con il suono dei metalli,

con il colpo del maglio sull’incudine, con il fruscio d’ala del falco,

se ogni cosa in te canterà, ma sarà muta nello stesso tempo,

se quest’Armonia sarà nel tuo orecchio,

malgrado il flauto giaccia abbandonato sull’erba,

in quel momento,

e solo in quello,

saprai d’aver appreso l’Arte Reale.

Solo allora il SILENZIO sarà I ‘ARMONIA.

Nell’ARMONIA del SILENZIO!

Isernia, 23 aprile 2021

Questa voce è stata pubblicata in Cultura e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.