L’economia italiana predata

Predatori e Prede – Museo di Storia Naturale

Dopo il rifiuto da parte della Polonia e dell’Ungheria, all’approvazione del bilancio europeo, a cui è subordinata l’erogazione del Recovery Fund, si è aggiunta anche la Slovenia. Secondo quest’ultima, la definizione “Stato di diritto” (condizione indispensabile per ottenere i fondi del Recovery Fund) può essere definita soltanto da un Organo giurisdizionale indipendente e non da un Organo politico. Per questo motivo, gli Organismi europei non potrebbero utilizzare questo concetto ai fini della distribuzione delle somme in questione.

Forse, è arrivato il momento di rivedere dalle fondamenta la struttura geopolitica dell’Europa. Appare impossibile che facciano parte dell’Unione europea Paesi antidemocratici, come i tre sopra indicati, e Paesi cosiddetti frugali (Svezia, Finlandia, Olanda, Danimarca, Austria), che si sono chiaramente opposti al Recovery Fund. È parimenti inammissibile che in una Unione di Stati ci siano paradisi fiscali (Lussemburgo, Olanda, Malta, Cipro, Irlanda e la stessa Ungheria).

In tale situazione, il prima passo da compiere è sul piano politico. Va evidenziato, comunque, che il comportamento dei suddetti Stati membri impedisce all’Unione europea il perseguimento dei suoi scopi fondamentali, che sono, tra gli altri, anche la stabilità dei prezzi e la coesione economica e sociale. Il mancato perseguimento di tale finalità implica l’impossibilità di permanere nell’Unione, alla quale hanno dovuto aderire tutti gli Stati che fanno parte dell’Unione europea (art. 60 della Convenzione dell’Aja sui Trattati).

Se, inoltre, teniamo conto che in questa Europa, gli Stati membri economicamente più forti, ispirandosi ai principi del sistema economico predatorio neoliberista, si appropriano delle fonti di produzione di ricchezza degli altri Paesi (per quanto riguarda la povera Italia, le nostre fonti di ricchezza sono state prevalentemente acquisite da Francia e Germania) appare oltremodo urgente una totale revisione dei Trattati, almeno quelli di Lisbona e di Maastricht.

Nel caso che questi obiettivi non venissero perseguiti, il nostro Paese (soltanto con un Governo capace, diverso da quello attuale) dovrebbe farsi promotore di un nuovo assetto geopolitico dell’Europa che sposti il suo baricentro sul bacino del Mediterraneo, in stretta collaborazione con Paesi tra loro affini per cultura e tradizione.

Volendo buttare lo sguardo, poi, sul piano dell’economia interna italiana, è davvero incredibile quanto sta avvenendo a proposito della fibra ottica. Siamo arrivati al punto che un fondo straniero, il Gruppo Macquarie o Macquarie Group Limited, una banca d’investimenti australiana, che, stando alle ultime indiscrezioni, con l’aiuto del Premier Conti e di Claudio Costamagna, ex presidente di Cdp, Tommaso Pompei, ex Ad di Open Fiber, e Fulvio Conti, ex presidente di Telecom Italia e, ancor prima, Ad e direttore generale di Enel, ci sta barbaramente saccheggiando.

Il gruppo australiano vorrebbe affiancare la Cassa depositi e prestiti (Cdp) sia nell’acquisizione dell’88% di Autostrade per l’Italia da Atlantia, sia in Open Fiber, dove potrebbe acquistare la quota (il 40%) in mano a Enel (per rivenderlo, ovviamente speculando, a un prezzo maggiorato ad altri acquirenti stranieri), in vista della nascita della grande società della fibra ottica in Italia, promossa dal governo di Conte, per la quale stanno trattando la stessa Cdp e Tim. Senza tener conto, poi, che Macquarie è data come acquirente favorita nella procedura di vendita di Italgas Storage, la maggiore società di stoccaggio del gas del nord Italia, da parte di Morgan Stanley Infrastructure Partners. Il gruppo australiano è anche, tra l’altro, già presente nel settore dell’energia, perché nel 2015 ha comprato l’ex Sorgenia Green per poi rivenderla, lo scorso dicembre, alla francese Engie. Inoltre, in Italia, ha in portafoglio due partecipazioni in società di energia di medie dimensioni, detenute tramite fondi d’investimento lussemburghesi.

Come si nota in modo evidente, ormai da più anni, gli interessi italiani vengono talmente calpestati, da essere, sfacciatamente, oggetto di speculazione da parte di soggetti stranieri.

È questa, purtroppo, la conseguenza della sconsiderata scelta dei nostri maldestri governanti, i quali, dall’assassinio di Aldo Moro in poi, con leggi che possiamo definire incostituzionali, hanno trasformato il sistema economico produttivo di stampo keynesiano (che implica la distribuzione della ricchezza e, con essa, il lavoro e il benessere per tutti), voluto dalla nostra Costituzione ed a cui si ispirarono i suoi padri fondatori nel 1947, in un sistema economico predatorio neoliberista, in virtù del quale, come innanzi accennato, gli stessi Paesi europei, per la nostra umiliante inettitudine, si sono appropriati delle nostre migliori fonti di produzione di ricchezza e cioè dei servizi pubblici essenziali, delle fonti di energia e delle situazioni di monopolio. Tutto quanto, invece, che dovrebbe essere in mano pubblica o di comunità di lavoratori o di utenti, così come chiaramente recita l’articolo 43 della nostra Costituzione.

Altro fatto estremamente sconcertante è quello che riguarda le Autostrade, per le quali la dott.ssa Paola Faggioni del Tribunale di Genova ha accertato che il dirigente Aspi (società che fa capo al gruppo Benetton) Michele Donferri, come attestano alcune intercettazioni telefoniche, non solo aveva personalmente avuto contezza che i tiranti del ponte Morandi erano corrosi, ma ha avuto anche la sfrontatezza di invitare gli esponenti di un organismo di controllo governativo ad abbassare il limite stabilito per gli interventi manutentori almeno del 10%, in modo da evitare per la società Aspi ulteriori spese.

Un comportamento che, se verrà confermato con sentenza, è da definire altamente criminale, avendo procurato la morte di 43 vittime a seguito del crollo del ponte Morandi.

Quanto fin qui descritto dimostra ancora una volta l’insensatezza e la dannosità dell’aver trasformato gli Enti pubblici economici in società per azioni, le quali ormai gestiscono i servizi pubblici essenziali e le fonti di energia, non più nell’interesse della nazione, ma a beneficio esclusivo delle stesse società (e cioè di pochi soci).

Una forma questa, che si potrebbe giustamente definire di “criminalità legale”, certamente in netto contrasto con i principi e i diritti fondamentali della nostra Costituzione.

Siamo non testimoni, ma inermi protagonisti diretti di questa accanita depredazione, figlia della squallida stirpe dei nostri governanti, di quel degrado civile ed esistenziale, che ci sta logorando da più anni, con una rilevante differenza. Il nostro malore non è figlio del Coronavirus. L’epidemia che ci attanaglia è piuttosto un moltiplicatore, il detonatore che ha scatenato una tempesta perfetta. Non occorreva il sopraggiungere del pipistrello cinese per renderci conto della realtà, vedere le macerie, comprendere che il re è nudo.

Tutto deve cambiare affinché nulla cambi nel dominio sfrenato dell’iperclasse mondializzata.

23 novembre 2020

Questa voce è stata pubblicata in Attualità, Politica estera, Politica italiana e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.