Il ritorno all’Arte Medica

Arte Médica: "Ciência e Caridade", de Pablo Picasso

Oggi è cosa ormai nota che il 95% dei pazienti positivi al Covid-19 siano completamente asintomatici, il 5% invece si ammala; parte di questo 5% si ammala in modo grave e una parte ancora più piccola muore. La mortalità è molto bassa, come è molto basso il numero della morbilità (nella statistica, è il numero dei casi di malattia registrati durante un periodo dato, in rapporto al numero complessivo delle persone prese in esame).

I dati pubblicati dalla Sanità ci dicono che generalmente, all’inizio dell’epidemia, i pazienti che si complicano sono quasi per la maggior parte persone, soprattutto anziane, con delle patologie pregresse su base infiammatoria. Successivamente, si sono ammalate anche persone giovani.

Quindi, il Covid con cui abbiamo a che fare, è veramente un virus che può, in certi casi, coglierci alla sprovvista perché, in realtà, nessuno di noi sa quale sia effettivamente il proprio livello di salute, dato che viviamo in un mondo molto inquinato, respiriamo aria malsana, beviamo acqua contaminata e mangiamo cibi spesso “avvelenati”; per di più, conduciamo una vita sregolata e frenetica, sottoponendoci a lunghi stress.

Questa purtroppo è la realtà dei fatti.

Al di là del terreno individuale, come risulta dai comunicati che quotidianamente possiamo ascoltare, ci sono regioni e territori all’interno delle stesse che sono particolarmente colpite. È ancora tutto da capire il perché. Possono esserci tante concause: l’inquinamento, la densità demografica, la presenza di grossi centri commerciali, l’eccessiva quantità degli spostamenti all’interno del territorio con mezzi pubblici intensamente affollati, la presenza di aeroporti internazionali.

Ci sono tante ipotesi da prendere in considerazione, ma nessuna certezza.

Il problema, in tutta questa drammatica crisi sanitaria, è anche stato quello di aver lasciato totalmente sguarnita e impreparata la medicina di territorio, aver lasciato i medici di base totalmente a loro stessi. Se si ammalano, fra l’altro, lasciano i posti vacanti e i pazienti non possono andare da nessuno, quindi si riversano negli ospedali, saturandoli, sopratutto nei grossi centri.

Ma vanno considerati anche i tagli impressionanti alla sanità pubblica effettuati nel corso degli ultimi dieci anni, oltre ai disinvestimenti, alla mancanza di programmazione: sono stati chiusi ospedali, eliminati posti letto, soppressi interi reparti e servizi, con favoritismi enormi e ingiustificati verso la sanità privata.

Questo impoverimento drammatico della sanità pubblica, purtroppo, ha portato all’attuale situazione. La scellerata condotta neoliberista, applicata alla medicina, ha contribuito ad esasperare il dramma che il nostro Paese sta vivendo.

Con l’arrivo dell’autunno il Covid è tornato,ma, sembra aver subito un cambiamento: la sua virulenza diminuita. E questo ci induce a porci la domanda: le persone possono vivere con più serenità o no?

A fine settembre si sarebbe potuto rispondere di sì. Nella situazione attuale, non possiamo esserne sicuri, si è attivata una seconda ondata, anche se per ora con toni decisamente minori rispetto a marzo e aprile. Per il Governo, l’emergenza non è mutata.

L’emergenza, invece, è mutata perché il virus lo sappiamo curare meglio, siamo più pronti, tanti medici adesso hanno capito, a differenza di marzo e aprile, che cosa devono fare, stanno agendo bene, c’è stata una gestione condivisa tra le varie strutture ospedaliere. I medici, infatti, si sono attivati per fare “comunità” e redigere protocolli terapeutici per i casi che presentano situazioni più subdole e critiche.

Anche l’utilizzo nei luoghi affollati delle mascherine, sebbene possano avere un ruolo molto limitato, il distanziamento fisico e il lavaggio delle mani, che è stato finalmente riscoperto, sono misure che hanno garantito che il virus si propagasse con più lentezza, ma gli ultimi giorni ci stanno dicendo che il virus, nonostante tutti questi accorgimenti, è ripartito con celerità.

Sostanzialmente, le caratteristiche epidemiche in questo momento sono diverse rispetto a marzo e aprile, ma non sappiamo assolutamente, a detta dei tecnici, cosa succederà nelle prossime settimane. E’ importante non farsi prendere dal panico ed osservare realmente che cosa sta accadendo.

Le persone possono vivere con maggiore serenità, perché ci sono le cure adatte, i pazienti vengono accuditi meglio e poi, adesso, la mortalità da Covid è effettivamente molto bassa, così come bassa è la morbilità. Perciò, se le persone in questo momento adottano uno stile di vita congruo alla situazione attuale, cioè prestano attenzione, possono realmente vivere la situazione con una maggiore serenità, senza farsi prendere dal panico. Questo è quanto si apprende dai dirigenti delle varie Aziende Sanitarie.

In questa fase l’attenzione è fondamentale, abbiamo visto all’inizio che il 95% dei contagiati è asintomatico. Ma chi può dire con certezza che non sarà incluso nel restante 5% ?

La comunicazione è importante e in questi mesi ha indubbiamente contribuito ad alimentare il panico tra le persone, stimolando soprattutto ansia. Questa grande epidemia parallela di paura e di terrore avrà, purtroppo, delle conseguenze a lungo temine gravi e impegnative e che avranno effetti maggiori rispetto al virus stesso, sia sugli adulti, che sui bambini. Vediamo già adesso persone che vivono nella dinamica della paura.

L’altra catastrofe, anch’essa con conseguenze molto severe e di lunga durata, sarà quella economica, ma di questo dramma pochi se ne preoccupano veramente. I più attenti incominciano a rendersi conto che le misure d’emergenza tese a fermare la diffusione del virus stanno causando danni – economici ed esistenziali – molto più gravi di quelli causati dal contagio. Ma niente di tutto questo conta: il coma economico globale ci travolgerà, scombussolando la nostra misera economia e solo le nazioni e le economie più forti ne usciranno. Questo terribile tempo sospeso darà il colpo di grazia alle fasce sociali meno abbienti, ma colpirà soprattutto la vasta categoria dei pensionati. I fondi pensione si svuoteranno per diminuzione dei contribuenti e non ci saranno risorse per la sanità, interamente dedicata al Covid 19. Insensatamente, invece, si continua a parlare con noia esasperante di mascherine, di distanziamento, di sanificazione delle mani, di rinnovati divieti, e si trascura tutto il resto che è di gran lunga di più vitale importanza.

Al contrario, poi, in tutta questa triste vicenda, nessuno parla di prevenzione. Casualmente, ho avuto modo di leggere un articolo pubblicato su una rivista scientifica che riportava i dati presentati in una delle sessioni di apertura del Congresso europeo e internazionale sull’obesità di quest’anno (ECOICO 2020). Tali dati mettono in evidenza la chiara relazione tra l’obesità e la gravità della malattia Covid-19. Dunque, è sempre più evidente che, alla base, c’è un precario stato di salute (pregresso al virus) e che, forse, sarebbe opportuno fare buona informazione per cambiare lo stile di vita e di alimentazione, piuttosto di far credere che distanziamento, mascherine, test, tamponi, vaccini e quarantene possano salvarci. Invece, il martellamento del Governo, dei famosi tecnici, dei media, è stato e continua ad essere unicamente su questi argomenti, piuttosto che sulle cause della salute.

Cambiare stile di vita e alimentazione, per meglio fronteggiare in questo frangente il virus, ritengo sia fondamentale, ma su questo nessuno si permette di aprir bocca; non se ne occupa il ministro della Salute e tanto meno la miriade dei suoi valenti tecnici collaboratori.

Si dovrebbe tornare a fare una medicina realmente preventiva. Se vogliamo innalzare il livello di salute, l’unica possibilità che abbiamo è quella di garantire lo spazio in cui viviamo, un terreno che non sia inquinato e che sia il meno possibile suscettibile alle infezioni.

Lavorare sulla prevenzione non è qualcosa in più, ma qualcosa che deve essere considerato primario. Questa, la mia modesta opinione.

La prevenzione, suggeriva un dirigente medico, deve essere individualizzata sulla persona, non si possono dare protocolli generalizzati, il grosso del lavoro deve essere fatto sempre con il paziente di fronte, per capire quali sono le sue esigenze e se deve apportare correzioni al proprio stile di vita perché, molto spesso, si deve fare proprio questo.

Ciascuno di noi ha bisogno della propria prevenzione, come della propria medicina. Pertanto, ogni paziente dovrebbe avere una sorta di piano terapeutico differente. Forse oso troppo, ma io la penso così.

Non sono un medico e non conosco molte cose in questo campo, ma sono del parere che oltre alla conduzione di uno stile di vita confacente (che ora diventa sempre più difficile praticare, dal momento che anche quella passeggiatina tanto salutare vorrebbero togliercela, tenendoci prigionieri in casa), alla fortuna di vivere in una zona poco inquinata (quella incontaminata non esiste, purtroppo, nemmeno sulle Alpi), l’alimentazione ricopre un ruolo fondamentale per tutti. Non posso dire quale cibo è più salutare, ma ritengo semplicemente, come si evince dalla miriade di consigli che ci vengono dati all’unisono da nutrizionisti e dietologi, che diventa necessario avere un’alimentazione che non generi infiammazioni, privilegiando cibi sani e tanta frutta e verdura, possibilmente a chilometro zero. Ovviamente, per ottenere un risultato positivo, è preferibile bandire il fai da te e rivolgerci al nostro medico di fiducia.

In questa vicenda durissima che ci sta coinvolgendo tutti ormai da tanto (troppo) tempo, volendo guardare avanti con più serenità, bisognerebbe far tesoro distinguendo quali sono le lezioni da imparare e quali gli errori da non rifare.

Gli errori da non rifare sono prevalentemente quelli soprattutto legati alla distruzione della medicina del territorio, ma purtroppo questi mesi sembrano non aver insegnato nulla, perché ci ritroviamo, nonostante i numerosi appelli lanciati dai medici di categoria, di fronte ad una realtà che è ancora fortemente sguarnita, con carenze ormai cronicizzate. I politici e quanti amministrano la Sanità, devono rendersi conto che iI medico di famiglia è un presidio fondamentale del Servizio Sanitario Nazionale, e il suo ruolo va ripensato rendendo davvero centrale il rapporto privilegiato che ha con i cittadini, favorendo una Sanità davvero di prossimità e territoriale.

Gli errori da non rifare sono anche quelli di non considerare la medicina preventiva che, invece, è fondamentale.

La lezione da imparare è che bisogna tornare a una medicina della persona, questa epidemia ce lo sta chiedendo.

Bisognerebbe ritornare a una Medicina illuminata che accetti il dialogo, la critica, il confronto, che accetti anche pareri diversi, mettendoli insieme.

Si dovrebbe ritornare a vedere l’uomo nella sua centralità e non il profitto, non i numeri, non il budget.

La Medicina non può che essere umana, dovrebbe pertanto ritornare a curare la persona: il medico deve tornare a praticare l’Arte Medica che è l’arte lunga, come la definì lo stesso Ippocrate, Medicina come arte che ascolta. Non esiste la malattia ma il malato, di cui bisogna conoscere, oltre ai sintomi, la storia, l’ambiente di vita e di lavoro.

La Medicina non è una scienza, è un insieme di scienze, è una procedura scientifica, la Medicina è prevalentemente ascolto.

O torniamo a questo tipo di Medicina o altrimenti non saremo più in grado di curare le persone, i medici saranno solo dei professionisti tecnici, molto preparati, ma allontanati definitivamente dal piano umano.

Questa crisi sanitaria, sociale, economica, politica, che stiamo vivendo, potrebbe così avere un risvolto positivo: farci definitivamente riflettere ed indurci a cambiare, a ritrovare la centralità dell’Uomo, la sua dignità, punto essenziale per ogni possibile vita sociale. Ci sono politici nel nostro Parlamento pronti a far questo? Ecco il vero problema.

29 ottobre 2020

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