La maschera della schiavitù

gear-factory on Twitter: "Now we have our full black hood back up for sale  ! Manes , Mohawk Or nose bridge color all optional!  https://t.co/JDjwnfBSvP… https://t.co/uVVE7O4jjV"

Non bastava un governo incapace, la crisi sociale, la perdita di fede, la decadenza morale, l’incontrollata invasione migratoria. No, ci voleva ancora il virus del Covid. L’emergenza del contagio continua ed è grande la voglia di arrendersi di chi vede il mostruoso imbroglio del potere, il rapace avvoltoio della nostra libertà che volteggia attorno a un virus che, secondo alcuni, ha creato artificiosamente e, come appare evidente, sta utilizzando per imporre un’agenda totalitaria. La rabbia impotente è quella che si prova dinanzi al comportamento di tante persone di ogni età e condizione a cui la paura ha tolto ogni razionalità, sino all’accettazione acritica di regole che stanno modificando non solo la quotidianità, ma lo stesso senso della vita. La storia umana, nel suo millenario tragitto, è piena di epidemie, ma mai la risposta globale è stata quella di fermarsi. Non vivere per non soccombere e morire è la sconcertante imposizione dell’attuale potere. Si evita accuratamente di menzionare numeri e statistiche di mortalità in linea con gli anni passati: i ragionamenti razionali non possono attecchire su cervelli paralizzati dalla paura.

Hanno vinto “loro”: sanno di non poter contare sul consenso popolare ed hanno puntato, con inaudita strategia, tutto sul terrore. Non esiste una paura più paralizzante, totale, di quella della morte. Nessuno ne è immune e, eliminate le certezze della fede, diventa del tutto inutile ricordare la frase di Shakespeare nel “Giulio Cesare”, ripresa dal magistrato Paolo Borsellino: “chi vive nella paura muore mille volte”. E’ pur vero, ma è un argomento, questo, che si rivolge all’intelletto, non alla pancia delle persone. In aggiunta, l’appello alla paura viaggia parallelamente ad uno sfrenato egoismo: quel che conta non è la vita, ma la “mia” vita. L’ ”altro”, potenzialmente, potrebbe essere un mio nemico, un untore, un veicolo di contagio. Questo, il pensiero indotto. Di qui, la supina accettazione di un principio – quello della distanza fisica (un metro, non un centimetro di meno!) – che impropriamente chiamano distanziamento “sociale”, tanto per abituarci a un futuro in cui la solitudine, l’assenza di comunità, lo scioglimento ulteriore dei legami, diventerà regola ferrea a tempo indeterminato.

Il ministro Speranza, l’afflitto titolare del dicastero della Salute (una definizione ridicola, come se la salute, fatto individuale, possa essere decisa dal governo, a differenza della sanità, che è un principio) ha prontamente avvertito, con volto compunto, il popolo italiano, che ne avremo almeno per altri sei mesi.

Sempre più spesso, nei luoghi pubblici, assistiamo a feroci discussioni di persone accecate dal timore, pronte alla delazione e alla rissa se la mascherina non è ben indossata e la famosa distanza “sociale” è di solo novanta centimetri. Beati coloro che pensano seriamente, così facendo, di sfuggire al virus Covid-19.

Un mio caro amico, medico fra l’altro, poco tempo fa, dopo una disavventura occorsagli con una sua conoscente, ha deciso di togliere il saluto a quelli che rifiutano di stringergli la mano e gli danno il gomito.

La mascherina, ormai, gioca un ruolo fondamentale nella tragicommedia del terrore messa su dal potere e appaltata, per l’attuazione, ai vari governi nazionali. Ma, se il virus è davvero letale, poco dovrebbe valere a difenderci quel gracile scudo diventato rapidamente moda. Possiamo ben osservare signore abbigliate con mascherine personalizzate, persino leopardate, e giovani che ostentano maschere con i colori e stemmi della squadra del cuore. Lo sappiamo: in Italia la situazione è sempre grave, ma mai seria, e la moda della mascherina dilaga. In giro, c’è anche chi indossa pedantemente una maschera con la scritta, rigorosamente in inglese, tanto per essere global anche nel “pericolo”, I love freedom : amo la libertà.

Tuttavia, le mascherine sono utilissime, indispensabili per tenerci in guardia, vivere continuamente nell’ansia e nella percezione del pericolo incombente. Sono le maschere della sottomissione, un simbolo preciso e chiaro. Nel passato, la maschera si indossava per nascondere l’identità e far passare comportamenti o parole; si metteva a carnevale ed aveva un significato simbolico, era vietata nel resto dell’anno. Oggi, invece, rappresenta la fragile protezione, il nuovo placebo di massa contro il virus; nella realtà, è diventata il simbolo visibile di quanto il potere sia forte e capace di determinare i comportamenti. Tutti in coda, in perfetto ordine, a debita distanza, muniti del variopinto DPI (dispositivo individuale di protezione) per acquistare il pane e l’aspirina. Come avviene in guerra, manca solo la tessera annonaria, ma ci arriveremo presto, poiché il vero strascico del coronavirus è, e lo sarà sempre di più, l’impoverimento di massa. E chi pensa questo (il malvagio dissidente) deve essere messo a tacere.

La gente, impaurita dai timori, messa in costante allarme da un meccanismo universale alimentato sistematicamente dai governi, dai media, da una miriade di “esperti” onnipresenti e servitori vari, non se ne rende più conto. E’ da mesi che non può manifestare (molto comodo, per chi governa), frequentare liberamente alcuni luoghi, presenziare a eventi pubblici senza declinare le generalità, partecipare a matrimoni (massimo trenta partecipanti), frequentare i parenti (massimo sei in totale), andare con gli amici a cena nei ristoranti (non più di sei per tavolo), costretta, in barba a libertà e riservatezza personale, a farsi misurare la temperatura ed a fornire i propri dati personali (compreso quello del telefono cellulare). Nell’attesa che tutto questo migliori la lotta al contagio, che ci auguriamo avvenga presto, ha ragione chi scorge in tale guazzabuglio di obblighi delle mere ostentazioni, dei rituali di massa che, se da un lato placano la paura, dall’altro rafforzano la presa del potere.

Guardiamoci intorno, siamo arrivati al punto che il nemico non è più il virus, ma chi potenzialmente lo potrebbe veicolare: il parente, l’amico, il vicino, l’uomo o la donna nudi, cioè senza aver indosso la mascherina. “Homo homini virus”è l’attuale parafrasi del vecchia massima “homo homini lupus”, del commediografo latino Plauto.

Chi si pone interrogativi, chi cerca di riflettere, è spiazzato, impotente. Diventa difficile, se non impossibile, combattere contro un immenso meccanismo alimentato dalla paura: la gente, sempre più preoccupata, si rifugia nelle prescrizioni delle autorità e nel perentorio comando degli “esperti”: fai questo, non devi fare quello.

Ora, anche il goffo saluto con i gomiti, che fisicamente non distanzia abbastanza, è sconsigliato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Sempre più perplesso, sbigottito, l’uomo della strada sopporta le mille imposizioni e si prepara a nuovi distanziamenti, ulteriori solitudini.

Eravamo già schiacciati dalla spregiudicata dittatura finanziaria, poi ci hanno imposto quella tecnologica e adesso, imperterriti, proseguono duramente con il regime sanitario, prodromo inquietante, come taluni ipotizzano, della riduzione numerica del “gregge” umano. Per questo, contano sulla ingenua collaborazione di fedeli esecutori, stuoli di volontari dal dito puntato contro il prossimo, il collega, l’amico. La guerra di tutti contro tutti, in cui l’unico vincitore è il potere, l’oligarchia dei padroni universali. Nessuna forza politica osa aprir bocca: la paura è troppa, manifestare un’opinione contraria al regime total-sanitario, fa perdere voti.

“Italia mia, benché ’l parlar sia indarno (inutile)”, cantava Francesco Petrarca tra il 1344 ed il 1345, mentre si trovava a Parma. “Italia mia” è la più nota delle poesie dedicate all’Italia ed è stata la più amata dai grandi scrittori, da Machiavelli a Leopardi. Anche adesso attuale. E, come allora, davvero “inutile” appare, oggi, ogni riflessione o azione in merito agli effetti sociali, economici, politici, antropologici del coronavirus. Forse, chi governa non avrebbe conseguito un successo tanto schiacciante nel rinchiuderci nel silenzio di massa, se l’Occidente – terra del tramonto – non avesse rimosso la morte. Infatti, attraverso il contagio, il potere ci ricorda inesorabilmente che la gelida sorella esiste. Non ci affidiamo più a speranze di tipo religioso; la Chiesa ha sostituito l’acqua santa con l’igienizzante, ha sbarrato le porte, interrotto i suoi riti – nel cui valore non crede più – e non fa che ripetere stancamente, tramite le apparizioni giornaliere del suo papa, Bergoglio, le parole d’ordine per difendere esclusivamente il corpo. Del resto, l’anima (intesa genericamente come il principio vitale dell’uomo, di cui costituisce la parte immateriale, che è origine e centro del pensiero, del sentimento, della volontà, della stessa coscienza morale) chi l’ha vista mai?

Suscita meraviglia il silenzio di gran parte dei giovani. In ogni tempo, essi hanno rappresentato la naturale opposizione al potere degli adulti. Nella fiaba di Andersen, fu un bimbo, con gli occhi sgranati, a gridare con la sua voce innocente che il re era nudo. Questa volta no, tacciono ed il loro silenzio getta nella costernazione: pessimo segnale. Ai giovani, ormai, hanno estirpato il pensiero critico, la gioiosa libertà di vivere l’età spensierata e felice, rendendoli incapaci di mettere in discussione le verità ufficiali, i giudizi preconfezionati dall’alto. Una vittoria, anche questa, del potere che ci sovrasta, a cui danno forte sostegno taluni governi e sistemi culturali e di comunicazione asserviti.

Se ti ribelli, o semplicemente chiedi di ragionare e recuperare quella “normalità” di cui disponevi prima dell’avvento del Covid-19, sei catalogato facilmente come un negazionista, e pertanto, vai isolato, punito, cacciato via. Ma chi ragiona e riflette su quanto accade, non può passare per negazionista, solo perché si oppone all’apparato industriale della paura.

Chi tenta di approfondire la riflessione su queste vicende, per la verità sono pochi, vive una situazione non affatto felice, in una solitudine più pesante di coloro che si allineano più facilmente ai dettami delle regole imposte, all’onnipotenza dei nuovi “tecnici”, del nuovo pensiero magico.

Chi reagisce a questo sistema di cose sempre più manipolato artificiosamente, vuole semplicemente offrire una riflessione più articolata dei fenomeni che vediamo.

Da svariati mesi assistiamo allo spiegamento coordinato di un gran numero di forze economiche, politiche, mediatiche, unitamente a governi nazionali, ONG, fondazioni, la cui azione convergente consiste nel cercare di persuaderci dell’esistenza di un contagio estremamente pericoloso che minaccerebbe la sopravvivenza dell’intera umanità. A ben vedere, non è affatto così. Il virus, sia ben chiaro, esiste e può procurare guai, in special modo sui fisici deboli o che sono già affetti da altre serie patologie.

Nello specifico, si fa affidamento su una classica epidemia, peraltro già conosciuta dalla specie umana, per ingigantirla artificialmente attraverso parole e immagini; quindi, si cerca di utilizzare il pretesto del panico, così realizzato, per trasformare la società in modo irreversibile e senza alcuna necessità vitale, dal momento che le misure intraprese sono più pericolose del virus stesso, soprattutto per l’economia.

Di qui la necessità di ripetere il messaggio più e più volte per dargli consistenza.

L’esser riusciti e farci rinchiudere in casa, deriva dal fatto che l’esistenza del Covid-19 sta nella realtà. Ci sono dibattiti sulla natura del virus e sulla sua origine, forse artificiale. Esistono sintomi riconoscibili, relazionano gli esperti del settore.

Siamo consapevoli che le statistiche del numero dei casi e dei decessi, non sono veritiere e sono truccate in aumento, e siamo, allo stesso tempo, consapevoli che circola una malattia che presenta un profilo, una struttura, ma non nella forma con cui i vari media ce la rappresentano. Tuttavia, questa forma mediatica ha un impatto serio sulla psicologia della popolazione e di riflesso provoca un’ondata di conformismo imitativo che colpisce anche i governi. Le autorità sanno bene, ma fanno finta di non saperlo, che il virus è abbastanza pericoloso, ma non drammatico, non letale.

E’ stato facile raggiungere il punto critico, per indurre l’ondata di isteria politico-mediatica globale.

La Cina, dove tutto questo dramma è iniziato, ha posto fine all’epidemia mediatica con i grandi festeggiamenti organizzati a Wuhan il 20 agosto, che hanno visto riunire migliaia di persone senza maschere e nessun distanziamento, inviando così un messaggio a tutto il mondo che quel Paese sta voltando pagina. L’epidemia, così come quella della prima ondata, nel mondo reale, è finita. Il governo cinese lo sa e lo annuncia pubblicamente, piuttosto che cercare di farla perdurare nel mondo virtuale, come da noi, invece. Il ritorno alla normalità rappresenta una vittoria per le autorità cinesi, ma un fallimento per quelle occidentali, che temono abbastanza che l’opinione pubblica si accorga che anche se il contagio tende ad allargarsi, nella sostanza, la forza del Covid è regredita notevolmente.

Sarà difficile, forse inconcepibile, per noi occidentali, poter tornare alla normalità. Mascherine, allontanamento fisico, gesti “di barriera”, auto reclusione, adeguamenti continui alle incalzanti caotiche disposizioni di sindaci, dei governatori regionali, confusi DPCM governativi (discutibili anche sotto il profilo costituzionale), sono la nuova normalità.

Dopo averci rinchiusi in casa per mesi, il prossimo passo potrebbe essere quello di interrompere internet. L’obiettivo finale potrebbe essere quello di farci vivere sottoterra, come talpe.

Soltanto adesso, qualche giornalista ed alcuni media stanno cominciando a capire che esiste un netto divario tra l’epidemia reale e quella psicologica del panico.

In assenza di un grave rischio per la salute, dal momento che appare ben evidente che il virus che ci affligge ha notevolmente perso la sua potenza distruttiva, le misure di reclusione e allontanamento sociale che ci vengono imposte, obbediscono unicamente a un protocollo di gestione delle masse di natura politica: le persone devono assolutamente aver paura di lasciare le loro case e potersi riunire. Perciò le autorità governative hanno inventato la prigione domestica. La crisi orchestrata dai media è il loro sommo capolavoro. Il bombardamento informativo è quotidiano, il volume di fuoco è superiore a quello di un’artiglieria pesante.

Nel frattempo, come innanzi detto, la Cina ha festeggiato la fine dell’epidemia. Altri seguiranno. Vedremo ben presto quali Paesi saranno liberi, quelli che stanno adottando le giuste misure per tornare alla normalità e quelli che, invece, faranno durare, non solo perché incapaci, l’epidemia con una seconda ondata.

L’opposizione popolare, quella che realmente dovrebbe contare, non quella parlamentare, in questo frangente ha un raggio d’azione molto limitato. Eppure, anche se non ne è consapevole, è maggioranza. Al contrario, il potere vigente è una dittatura delle minoranze, il cui maggior compito sembra consistere unicamente nel mantenere il controllo del pensiero e del comportamento della maggioranza (cioè noi, il popolo), attraverso sofisticate operazioni di ingegneria sociale e ipnosi collettiva.

Il nostro ruolo, quello della vera maggioranza, è tentare di abbattere la tirannia di questa dispotica minoranza parlamentare che ci governa e gettare nella spazzatura la maschera, orpello della sottomissione.

22 ottobre 2020

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