
Della controversa situazione dell’Unione europea si è già parlato più volte.
Una crisi economica generalizzata ne ha rallentato la crescita e tutti i nodi del sistema europeo stanno venendo alla luce.
Oggi l’Unione Europea è messa alla prova dalla pandemia di Covid-19. L’impatto è potentissimo, ma gli esiti sono aperti. La sensazione è quella di essere in una fase epocale, che può segnare il destino dell’Europa in una direzione o nell’altra: o un rilancio del progetto europeo o un suo tracollo.
D’altra parte, lo stesso progetto europeo è nato da una grande crisi: l’Europa è nata dalle macerie della seconda guerra mondiale. È vero che non dobbiamo paragonare il virus alla guerra, ma le macerie sono analoghe. Sapremo reagire come allora?
Nonostante l’impressione diffusa nell’opinione pubblica sia di un sostanziale immobilismo, ci sono anche ragioni per essere ottimisti. Dopo una prima fase di incertezza, l’Unione Europea ha dato i primi segnali di reazione, tanto che in queste ultime ore si avverte qualche spiraglio di concretezza sulle strategie comuni per fronteggiare la crisi economica. Ora siamo al momento chiave : Francia e Germania stanno dando una spinta alla locomotiva Europa che fa fatica a trascinare le sue pesanti ventisette carrozze. Sono in ballo proposte molto ambiziose e dal loro successo dipenderà anche il futuro dell’Europa come progetto unitario. “Siamo tutti sotto lo stesso cielo, ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte” (Konrad Adenauer). Staremo a vedere.
La nuova Presidenza von der Leyen non sembra essere all’altezza per governare l’attuale difficile situazione, per la quale non basta dichiarare la disponibilità a tirar fuori i soldi. Occorrono idee, e queste difettano.
I mali dell’Unione sono noti, inutile ripeterli: troppe diseguaglianze interne (in materia fiscale), eccessiva debolezza esterna (sicurezza e politica estera). C’è da aggiungere anche che l’Unione Europea ha competenze limitate: ad esempio sull’immigrazione, le politiche di welfare. Anche la sanità è di competenza nazionale, non dell’Unione Europea.
Ed ecco l’intralcio: c’è una grande richiesta di protezione sanitaria, ma a questa domanda l’Europa non può rispondere. Forse, uno degli esiti di questa crisi sarà una maggiore condivisione delle politiche sanitarie a livello europeo. La risposta istituzionale, però, ce l’hanno in mano gli Stati e le Regioni.
Questo è un problema strutturale del rapporto cittadini – UE: spesso si dice l’Europa fa o non fa senza sapere bene quali siano i suoi reali poteri nei vari campi. In molti casi, insomma, ci si lamenta dell’Unione Europea, ma le responsabilità sono dei singoli Stati.
Eppure, nonostante questi limiti e le onnipresenti critiche, l’Europa è invocata da tutti, o almeno da molti. Dall’Europa ci si aspettano risposte, risorse, grandi piani di rilancio. Ci accorgiamo che c’è un bisogno di Europa.
Certo, questo bisogno emerge spesso a partire da rivendicazioni nazionali, a volte da veri e propri egoismi. La bontà del progetto europeo si misura però proprio su questo: sulla sua capacità di fare sintesi degli interessi nazionali evitando che gli egoismi si traducano in vincitori e sconfitti.
La crisi ha quindi, per i più diversi motivi, messo in evidenza il bisogno di Europa; si è preso consapevolezza che l’Europa può essere un livello istituzionale di azione più adeguato per certe questioni. Già, ma di quale Europa c’è bisogno?
Certamente di un’Europa comunitaria, non intergovernativa. Un’Europa, quindi, che non sia la somma di singoli Stati ma molto di più, un’unità politica più alta. In questo senso la crisi ha messo anche in risalto come questo progetto comunitario, che era poi quello originario dei fondatori, è ancora incompiuto.
Lo scudo nordamericano non basta più. Se Trump tira la corda, crolla il sistema. Non era questo ciò che preconizzavano i fondatori della CEE. Il fatto è che l’Europa dovrebbe fare da sola, ma non ne è capace.
Concepita a suo tempo come una struttura giuridica innovativa, l’Unione ha ripiegato su se stessa con il lento suicidio delle decisioni all’unanimità. Un bel principio democratico così efficace, nella sua applicazione, da essere paralizzante.
Geopoliticamente, l’Europa non esiste. Ha una grande storia, è economicamente e demograficamente ancora importante, ma questo non è più sufficiente. L’aggregazione di tanti popoli diversi rispondeva a un ideale sacrosanto, dopo le ultime guerre mondiali: “basta con le guerre civili europee”.
Questo ideale ha tenuto e regge ancora, ma, più che di un’idealità avvertita da tutti gli Stati membri, si tratta di un collettivo interesse a lucrare benefici e commerci sotto la comoda protezione di una tariffa esterna comune e della libera circolazione delle persone, dei beni e dei servizi. L’Europa non può essere solo un grande mercato.
I punti deboli europei, cominciando dal nord, sono i Paesi baltici e, in primo luogo, l’Estonia. A questi, sono legati la Polonia e la Finlandia, memori di molteplici invasioni russe. Nel centro sud c’è la ferita aperta dell’Ucraina, con le mini repubbliche di Donetsk e di Lugansk, pronte a fare la fine della Crimea, inghiottita dalla Federazione russa.
Scendendo ancora più a sud, incontriamo il latente, eterno conflitto greco-turco, aggravato dalla pressione di decine di migliaia di profughi siriani che Erdogan ha liberato, spingendoli al confine europeo della Turchia. In parallelo, c’è il richiamo della Calipso turca ai popoli musulmani dei Balcani (Macedoni, Bosniaci, Kosovari e, in parte, Albanesi).
Ancora più a sud, nel Mediterraneo, è irrisolta la questione di Cipro, che fa sempre parte del pacchetto greco-turco, e spaziano le flotte americana, cinese, russa. Ogni tanto, c’è un guardacoste italiano o spagnolo, così, per bellezza. E dire che sul Mediterraneo ci sarebbe da fare fior di politica con i Paesi rivieraschi! Basta pensare alla Libia!
Da ognuno di questi punti deboli (o di rischio), può scaturire un conflitto locale, un piccolo incendio che, poi, finisce per travalicare. Cos’è in grado di fare un’Europa con i ben ventisette eserciti di cui in teoria disporrebbe, eserciti che non hanno neppure standardizzato i loro armamenti?
Sull’Atlantico, poi, c’è il grande e imprevedibile gigante americano. Non è un gigante buono. Forse, in passato, lo è stato. Ora, tira la corda anche lui. Una latente guerra commerciale è in corso, una guerra da vecchi tempi, di quelle classiche, che si basa sulla presunta concorrenza sleale nel commercio, soprattutto delle automobili.
In Europa, grazie alla pandemia, le vendite di auto sono scese del 78,3% (in Italia il crollo è stato del 97,6%). È una contesa ormai vecchia, quindi, ma ci sono sempre i prodotti dell’industria alimentare per ravvivare il fuoco. Qual è la politica europea? Nell’Unione ci sono mercanti e burocrati; mancano i politici con una visione delle cose che vada oltre la punta del naso.
La questione NATO e quella turca vanno affrontate. Con la NATO occorre decidersi se farne un’alleanza difensiva, e pagarne i costi, con o senza gli Stati Uniti. Lasciar andar via le cose così come stanno andando è solo una spesa inutile.
Con la Turchia, prima di tutto, evitando pretestuose motivazioni di tipo parrocchiale, occorre chiarirsi con gli Europei: cosa ci conviene, avere 90 milioni di Turchi dentro o contro l’Europa? Poi, visto che l’Europa paga il califfo Erdogan perché trattenga i profughi, occorre ricordargli che lo paghiamo per avere un servizio, non per essere ricattati. Se insiste, niente soldi e i profughi se li tiene lui.
Nessuno ama le sanzioni commerciali imposte alla Federazione russa per volere degli Stati Uniti. La questione è nata per la secessione della Crimea dall’Ucraina e il suo passaggio alla Federazione. Ricordiamoci che dal 1783 la Crimea ha fatto parte dell’Impero zarista e solo dal 1954 è stata inserita nell’Ucraina, per gentile concessione di Kruscev, quando era Presidente dell’Unione Sovietica.
Riconoscere il fatto compiuto sarebbe un atto di verità storica, in cambio di un ritorno all’ordine delle province orientali dell’Ucraina, con il ritiro dei paramilitari russi e la fine delle sanzioni europee.
Occorre negoziare e ridurre i punti di frizione, non prolungarli all’infinito, in attesa della prossima crisi.
Se l’Europa invece di sussurrare si facesse sentire, forse avremmo meno sovranisti e meno problemi in giro.
In conclusione, è difficile prevedere che fine farà l’Europa. Certamente il momento è epocale, e il rischio di un tracollo del progetto europeo esiste, così come esiste l’opportunità di un rilancio entusiasta. A volte, una realtà molto difficile tira fuori nelle persone e nelle istituzioni quel coraggio che prima non hanno avuto. È questo l’augurio che si può fare per il futuro dell’Europa.
18 maggio 2020