Il cherubino

Séraphin ou chérubin ?

In questa generale moria di tutto (lavoro, amici, socialità, politica) c’è qualcosa d’insolito che sta affiorando nella gente, costretta a riflettere e a subire una convivenza obbligata, anche per quelle coppie che si detestano. Ma, posto che non ci sono valide alternative, occorre fare buon viso a cattivo gioco.

Si sta sviluppando un senso di appartenenza, una socialità collettiva che trascende le feste, i grandi meeting, le polemiche, spesso pretestuose, che costellano i media. Siamo tutti stufi e, allo stesso tempo, ci sentiamo Italiani, all’improvviso, uniti in una lotta per sopravvivere, ma sempre più tenacemente orgogliosi di appartenere a un popolo straordinario.

No, non è retorica. Dopo più di mezzo secolo che la parola “patria” è quasi scomparsa, così come la storia dell’ultimo secolo è stata interpretata e diffusa partendo da un solo punto di vista, mi fa strano questo ritorno a dei valori negletti.

Che qualcuno riesca a raccogliere le voci di settecento bambini in un canto sempre caro a tutti, sulle note immortali di “Nessun dorma” , il celebre brano tratto dalla Turandot di Giacomo Puccini, ripetuto e diffuso dai cellulari e alla TV, è qualcosa di struggente e di eccezionale assieme. Un canto per donare un messaggio di speranza e di solidarietà in questo frangente di crisi sanitaria, sociale, economica. Pensate, si vede finanche il tricolore appeso ai balconi!

La pandemia sta facendo, fra tanti disastri, un piccolo miracolo. Ci sentiamo Italiani, uniti in una disgrazia che sembra senza fine, frastornati dalle incertezze, ma con un crescente ritorno agli immutabili valori di generazioni che hanno fatto questo Paese.

Poi, è accaduto di tutto: la dittatura, una guerra disastrosa, una ricostruzione indomita e, alla fine, un’Italietta smaniosa di apparire e sussiegosa, ma sbertucciata all’estero per le sue infinite manchevolezze.

Ora, siamo dentro a un problema di cui non sappiamo nulla, tranne l’entità, presumibile, dei disastri, e quella certa dei morti (ma la causa dei decessi è poco chiara). Ogni giorno il calendario fa il computo dei vivi e di quelli che cercano di restarlo. Siamo imbottiti di nozioni mediche, spesso contraddittorie, di regole confuse, diverse, discordanti. L’individualismo italiano è creativo anche in questo frangente, ma siamo stufi e abbiamo paura.

La paura ci unisce, perché abbiamo la sensazione che questa barca un po’ malandata sia l’unica cosa cui appigliarsi, anche se l’idea che il timoniere non sappia il fatto suo si fa sempre più strada.

L’avvocato Conte è poco presidente ma molto annunciatore. Di che? Fra tanti pomposi proclami non ce n’è uno solo che sia confermato dai fatti. Promette soldi a destra e a manca, soldi che non ha e che non arrivano, interventi mirabolanti sul futuro, compone Comitati straordinari, nomina Commissari. Un attivismo frenetico, bisogna ammetterlo, in una confusione crescente d’idee e di sovrapposizione di ruoli. Spende e spande denari non suoi: quanto costerà la nuova Commissione di saggi (diciassette esperti più due di diritto: Borrelli ed Arcuri) affidata ad un presidente di peso, l’ex amministratore delegato di Vodafone, Vittorio Colao?

Costui è convinto di essere un grande stratega, al pari se non di più, del grande e famoso macedone Alessandro Magno. La differenza sta nel fatto che mentre Alessandro andò alla conquista dei Persiani, Colao, con le sue ambizioni, tutto teso a potersi fregiare di questo prestigioso appellativo, tenta di soggiogare il popolo degli italiani “Persi”, non essendoci più in giro gli ani (ormai introvabili come le mascherine), perché ce li hanno già ampiamente rotti e sepolti. E’ lui, il severo aguzzino che ci ha messo in prigione e quando, bontà sua, ci farà uscire con il braccialetto alla caviglia, ci farà anche controllare lo stato generale di salute, adottando di sicuro sofisticati sistemi, che, è facile prevedere, terranno conto del riconoscimento facciale o dell’iride. Insomma, ogni nostro movimento sarà meticolosamente controllato e registrato dagli sbirri di Colao, come fossimo pericolosi evasi. Peggio dello stato guerra. Ma noi, rendiamocene conto una volta per tutte, non stiamo in guerra! Non mi risulta che le Camere abbiano deliberato lo stato di guerra, conferendo al Governo i poteri necessari, come espressamente prevede l’art.78 della Costituzione.

I provvedimenti finora adottati, seppur in parte giustificati dalla particolare epidemia sanitaria, che non può, e non deve, essere confusa con lo stato di emergenza, soprattutto quando adottati sine limite, violano profondamente i diritti fondamentali della persona: nel caso di specie, soprattutto quello della libertà. Anche se mi allungherò un tantino, ritengo necessario chiarire questo punto.

Invero, per comprendere compiutamente l’assetto dei rapporti tra la società e lo Stato, bisogna assumere come punto centrale di riferimento l’articolo 2 della Costituzione, che richiede un’accurata analisi: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Giorgio La Pira, con un famoso intervento in Assemblea Costituente, testimonia chiaramente come l’inviolabilità dei diritti fondamentali abbia le sue radici nell’anteriorità dei diritti della persona umana rispetto all’ordinamento giuridico: “Se voi non concepite la persona umana come valore trascendente rispetto al corpo sociale, voi avete la conseguenza dello statalismo; perché i casi sono due: o la persona ha questo valore di anteriorità rispetto al corpo sociale, ed allora essa ha uno statuto giuridico che è anteriore ad ogni costruzione statale; o non lo ha, ed allora essa è radicalmente subordinata al principio statale, membro sostanziale, come diceva Hegel, del corpo statale. Non si esce da questo dilemma: o voi accettate questa concezione del valore trascendente, e potete ancorare i diritti naturali e imprescrittibili della persona umana; o voi non accettate tale concezione ed allora siete ineluttabilmente condotti alla concezione dei diritti riflessi ”.

Da ciò si evince come i Padri Costituenti, non a caso, abbiano scelto ed utilizzato il verbo “riconoscere” in apertura dell’art.2: l’ordinamento giuridico, infatti, può solo riconoscere i diritti innati di tutti gli esseri umani, e non istituirli, stabilirli, o crearli.

A sua volta, questa idea di inviolabilità si collega al costituzionalismo moderno, alla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789, che al primo articolo enuncia: “Gli uomini nascono e rimangono liberi ed uguali nei diritti”.

Inviolabilità diviene la necessità che i diritti fondamentali siano rispettati da tutti i poteri pubblici, ovvero che siano assolutamente intangibili, inderogabili e quindi lo Stato non può disporne. Tali diritti sono irrevocabili e non possono esse messi in discussione o modificati nel loro nucleo essenziale attraverso un procedimento di revisione costituzionale.

In conclusione, tralasciando i particolari del problema interpretativo che l’articolo pone a giuristi e studiosi, si può affermare, a seguito di sentenze della Corte Costituzionale, che l’articolo 2 della Costituzione italiana riconosce i diritti fondamentali scritti (es: libertà personale, libertà di domicilio) e quelli ad essi necessariamente conseguenti, anche se non espressamente scritti sulla Carta, perché frutto dell’evoluzione sociale (es: diritto alla libertà sessuale).

Ecco perché bisogna non abusarne e quando adottati, occorre sempre che essi tengano conto del rispetto e della protezione della persona.

Per quanto innanzi chiarito, i politici, e non solo i tecnici, devono riportare subito il Paese alla normalità, con provvedimenti agili, chiari, efficaci e soprattutto parsimoniosi (cioè senza inutili sprechi), assumendosene la dovuta responsabilità. Diversamente, perché dovremmo continuare ad avere un Governo? Altrimenti, ci teniamo i tecnici ed i politici possono benissimo rimanere a casa, come noi.

Ritornando al costo di questo guazzabuglio di misure assolutamente coercitive, ovviamente poste a carico del cittadino italiano, nessuno lo sa, perché tutto è avvolto nel fitto mistero dell’emergenza che, alla fine, copre ogni cosa con un velo pietoso.

Ma, volendo entrare poi nel concreto dei provvedimenti miracolosi, chi mette le risorse? La maggior parte degli imprenditori italiani, nei primi giorni, ha creduto che sarebbero arrivati i miliardi annunciati.

Oggi è a tutti chiaro che le risorse non sono dello Stato, ma delle banche: non sono soldi pubblici, ma soldi privati. Non c’è quindi un aiuto dello Stato, ma in questo caso dicono che ci sia: si chiama contributo in conto garanzia, ultima forma di finanza agevolata. Cos’è un contributo in conto garanzia? Un contributo di credito di firma, non di credito di cassa. In pratica lo Stato mette un pezzo di carta in cui dice “garantisco io per lui“, ma il soggetto obbligato a prestare il credito in questo caso è una banca.

Le banche hanno adesso gli stessi obblighi che avevano prima del decreto, perché ci sono norme superiori, quali la vigilanza della Banca d’Italia, la vigilanza delle autorità europee e soprattutto il testo unico in materia bancaria creditizia e le regole internazionali di Basilea: l’automatismo da cui siamo partiti non c’è, non è vero.

Inoltre, gli esperti riferiscono che la Sace, cioè la società per azioni della Cassa Depositi e Prestiti specializzata nel settore assicurativo-finanziario, non ha il personale sufficiente per organizzare questa moltitudine di pratiche che autorevoli quotidiani economici, come “Il Sole 24 ore”, stimano in 300-400mila le imprese che avranno diritto alle garanzie complete. Le altre, stimate in numero decisamente superiore, che avranno bisogno di garanzie integrative o che non avranno garanzie sufficienti, affronteranno le normali procedure di merito creditizio, che, peraltro, esistono anche per la prima fascia.

E poi bisogna considerare che la tempistica non è affatto immediata: ci vorranno settimane nei casi più semplici, mesi in quelli più complicati.

Ed ancora: l’ intervento bancario richiede il pagamento degli interessi e la garanzia fornita dallo Stato non è affatto gratuita, per cui la sovvenzione, qualora ci fosse, si tradurrebbe in un ulteriore pagamento di tasse allo Stato.

Il risultato certo è che ci troveremo a fine maggio con gran parte delle imprese fuori gioco.

Non sarebbe stato necessario ed utile fornire liquidità gratuita, reperita anche con azioni straordinarie del Tesoro, lanciando così un salvagente e non un peso gravoso, anziché indebitare ulteriormente chi già sta con l’acqua alla gola? Insomma, in cosa consiste l’aiuto in soldoni dello Stato? Fin qui, com’è evidente, soltanto miraggi e misure fasulle. Dov’è il governo capace di affrontare e risolvere con le giuste misure un’emergenza straordinaria come questa?

A furia di fare l’annunciatore, il nostro avvocato (ho difficoltà a dire il “nostro”), inciampa sulle veline che gli vengono fornite. Dice le cose con voce ferma e con il tono volitivo di chi ha le idee chiarissime. Poi, il giorno dopo, con altrettanta sicurezza dice il contrario. Davvero un politico di razza, di quelle peggiori.

Vogliamo gli Eurobond fino alla morte; il Mes non lo vogliamo perché ci legherebbe troppo le mani. È uno strumento superato e inadatto all’emergenza. Un Mes attenuato solo per la sanità? No, mai. Vogliamo gli Euro bond. Ma non li vuole nessuno! Non ha importanza, li vogliamo noi.

Poi, ieri, altro annuncio: ma perché no? Vediamo di che si tratta.

Questo cherubino sceso dal cielo è un po’ cialtrone. È vero che non parla alla Madonna, ma parla agli Italiani che pur meriterebbero un po’ di rispetto, visto che lo tollerano senza averlo mai eletto.

Il Conte, perché di lui si parla, deve navigare secondo il vento. Renzi dice che il Mes corretto va bene, il Berlusconi dice altrettanto. Come potrebbe lo Zingaretti non accodarsi a questi due geni nostrani della politica? E allora, il gioco è fatto. Il cherubino si smentisce ed entra nella partita. Anche lui non sarebbe contrario a un Mes rettificato.

Il bello è che questo Mes diverso non esiste. Occorre farlo, ma se ne parla come di un nuovo evento miracoloso che metterebbe tutto a posto e il Conte si accoda. Non si sa mai, se si dovesse votare, sarebbe dalla parte vincente, forse.

Ma non aveva detto ieri il contrario? Non ha importanza. Ciò che si dice un giorno può essere smentito il giorno dopo.

Perché, poi, il Mes in quanto tale, che abbiamo a suo tempo firmato e sottoscritto, non va bene? Perché ci sono le “condizionalità”, termine nuovo per dire che ci sono dei vincoli da rispettare e noi i vincoli non li vogliamo. Siamo liberi, noi. D’altronde, se il Capo del governo cambia idea un giorno sì e uno no, come facciamo a impegnarci? E poi, guai se qualcuno venisse a mettere le mani nella nostra finanza! In queste condizioni è assai difficile essere credibili.

Ma, a proposito di Mes condizionato, quelli che lo sostengono non si potrebbero impegnare per adottare una clausola atta ad impedire un’ eventuale futura fregatura? Due parole semplici semplici, non uno sproloquio complesso. Non si potrebbe, ad esempio, aggiungere la postilla che l’erogazione non sarà assolutamente sottoposta ad alcuna forma di vincoli pregiudizievoli, né al momento della sottoscrizione, né mai in futuro? E’ difficile?

Imperterrito, il nostro avvocato, intanto, snocciola decreti e conferenze stampa. La crisi è tale che va bene tutto, anche Conte, a questo punto. Chi pagherà, però, non è un mistero. Saremo noi. È inutile chiedere una condivisione all’Europa se continuiamo a tenere a spasso gente con il reddito di cittadinanza. Uno Stato sociale non può risolversi in uno Stato di nullafacenti. Le campagne sono vuote: non ci sono più gli extracomunitari a spezzarsi la schiena. I prodotti della terra marciscono perché nessuno li raccoglie. Un governo serio manderebbe nei campi i beneficiati dal reddito di lavoro. Perché non si fa?

Perché si continuano a tollerare provvedimenti presi alla carlona, con un occhio ai sondaggi e un altro agli interessi elettorali inamovibili dei partiti? Si sparano decine, centinaia di miliardi che non abbiamo. Certo, occorre restituire liquidità alle imprese, far mangiare la gente che non ha più soldi, ma s’ipoteca il futuro di tutti. Chi paga? Un prelievo forzoso sui conti correnti? Una pesante imposta immobiliare? Si sfoltiranno stipendi e pensioni? Vogliamo vendere il Colosseo?

Tra l’altro, se per caso questo Paese riparte, con la gente che resta chiusa in casa non solo da noi, i negozi a chi vendono? Si parla con sussiego della priorità da dare alla filiera dell’automobile. Giustissimo. C’è ancora un mercato dell’auto?

Si parla della Fase 2, come se l’emergenza, cioè la fase 1, fosse passata, e intanto ogni giorno i morti si aggiungono.

L’opposizione protesta. Per Berlusconi il toccasana è Draghi. Per qualche altro, il salvatore potrebbe essere il nuovo miracoloso Colao (con la benedizione di Mattarella e di Trump). Per Salvini, sono la Madonna e il rosario tra le dita. Ci manca solo un nuovo Stato confessionale.

Capite perché è importante un ritorno alla realtà e ai valori effettivi del Paese?

17 aprile 2020

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