La priorità europea

Le priorità dell'Unione Europea | Comune di Venezia.

In tempo d’epidemia diventa difficile trovare un argomento diverso. Quando sono in gioco le nostre vite, perché di questo si tratta, tutto il resto diventa secondario. I casi che credevamo importanti si guardano con occhi diversi, come se li vedessimo da un altro pianeta. Il virus ci dissocia dalla realtà virtuale per ricondurci alla realtà fisica. Avremmo tutti preferito che così non fosse, ma non abbiamo scelta e questa impotenza collettiva è una grande sfida al nostro orgoglio e alla nostra presunzione. Credevamo d’essere padroni del mondo e, invece, siamo estremamente fragili, se una miserabile entità senza vita ha messo in forse il nostro apparato mentale e sociale. Un nulla capace di distruggere tutto.

I drastici provvedimenti adottati dal governo Conte, con in prima linea Gualtieri e Speranza, con il conseguente blocco della maggior parte del sistema produttivo su cui si basava l’economia italiana, con la consegna forzata al proprio domicilio delle stragrande maggioranza dei cittadini, sospingono il nostro Paese verso un inevitabile collasso.

A questa tragica situazione contribuisce il rinvio dei provvedimenti necessari che il governo dovrebbe adottare con urgenza , per consentire di immettere liquidità nel sistema, evitando la paralisi completa delle attività economiche e le più che probabili rivolte sociali.

I governi italiani, già specialisti nella tecnica del rinvio, questa volta si creano l’alibi dell’Europa che non decide, giustificando la loro inerzia e delegando a un potere superiore e transnazionale quei provvedimenti che sono invece, in primis, di stretta competenza dello Stato.
Fatalmente il tempo lavora contro e la situazione di stallo penalizza le imprese, che vedono sfumare la possibilità di commesse, contratti e fatturazione per i prossimi mesi e getta nella disperazione tutti quei cittadini e quelle famiglie che non possiedono risparmi e non sono in grado di aspettare per acquistare i beni di prima necessità.
In una crisi come questa , laddove non si fa credito a nessuno, l’unico soggetto che può esercitare la indispensabile funzione del credito è lo Stato nazionale. Ribadiamolo lo Stato nazionale, non quell’entità burocratica che si chiama Unione Europea. Considerazione peraltro ovvia.

A mio modesto avviso, chi deve “battere un colpo”, come impropriamente il nostro stralunato presidente Conte invoca, non è Bruxelles, ma lo Stato ed il nostro Governo in particolare, che dovrebbe in questa particolare situazione contingente attivare gli strumenti necessari per immettere liquidità nel sistema, prima che sia troppo tardi. Proteggere la salute dei cittadini, come alibi delle misure di blocco, non serve a nulla se si espongono gli stessi cittadini, o la maggior parte di questi, ad un destino di inedia e di miseria, foriero di altri malanni. Questa verità elementare sembra non sia compresa nella sua crudezza da una classe politica che, definire meno che mediocre, sarebbe quasi farle un complimento.

Invece, siamo costretti a porci le solite domande che sono sempre le stesse: quanto durerà? Siamo arrivati al “picco” o no? Oggi, quanti morti ci sono stati? Isolati, non ci sono risposte. Tutto è possibile e si vive nell’incertezza. Al massimo, c’interessa quello che succede agli altri. Ci hanno anche sbeffeggiato e ora anche loro sono nelle piste, a correre come matti, peggio di noi.

Non tutti, però. A sentire le cronache, in Europa, c’è chi la pensa ancora diversamente.

Democraticamente è giusto esprimere opinioni diverse. Umanamente, in questo caso, è inaccettabile. È talmente inaccettabile che alla riunione dei Capi di Stato e di Governo il nostro Presidente del Consiglio ha detto: o ci date retta e procediamo assieme o noi facciamo per conto nostro. E cosa ha fatto finora per conto nostro? Una confusa emissione di Dpcm, l’uno a rettifica dell’altro, e tante promesse. L’ultima risale ad ieri sera, quando ha annunciato di voler erogare 4,3 miliardi di euro ai Comuni per farli distribuire alle famiglie più povere. Ma i sindaci sono indignati e qualcuno, come il sindaco di Messina, Cateno De Luca, oggi, ha detto in proposito :“Macché soldi ai Comuni che il premier Conte ha tanto decantato ieri sera. Questo è il gioco delle tre carte, perché i 4,3 miliardi di euro che sono stati annunciati dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte non sono altro che l’anticipazione del fondo di solidarietà dei Comuni, cioè sono soldi dei Comuni.” Ed ha aggiunto : “Sono dei fondi dei Comuni – dice – ecco perché parlo del gioco delle tre carte. Conte ha preso 4,3 miliardi e li sta anticipando dando un messaggio sbagliato. Perché questi fondi fanno parte dei precari equilibri di bilancio dei Comuni, e se io li destino per fare azioni di sostegno alle famiglie, ovviamente verranno a mancare per gli equilibri dei bilanci degli stessi Comuni.”

In altre parole sono dei fondi, circa 6 miliardi di euro, che già spettano ai Comuni.

Ma, considerato che difficilmente sapremo cavarcela da soli, per la palese incompetenza di chi ci amministra, torniamo alle nostre disperate richieste in Europa, da cui sembra che tutto debba dipendere, ed al loro evolversi. La dichiarazione di Conte, come innanzi riportata è sotto certi aspetti un’affermazione dura: la prima volta, forse, nella storia dell’Unione europea, che un rappresentante politico italiano cerca di puntare i piedi.

Se non è il ruggito del leone, non è nemmeno il “ruggito” del topo; stavolta anche Francia e Spagna ci hanno seguito. Quasi incredibile, considerata l’inaffidabilità di Macron e la sua germanofilia. D’altro canto, il destino della già Francia imperiale, se si distacca dall’asse franco tedesco, si riduce malinconicamente ad essere, com’è, solo un Paese mediterraneo. Sapremo tutti insieme tener fronte alle intransigenze dei tedeschi, degli olandesi ed in generale dei nordici?

Abbiamo bisogno di risorse per fronteggiare la devastazione economica del Paese, e non l’Italia soltanto. Seppelliti i morti, distrutta l’economia, per una ripresa ci vorranno anni e, intanto, come sopravvive la gente?

Se i salari o gli stipendi o le parcelle non arrivano, o non ci sono introiti per le varie attività commerciali o artigianali, si può tirare avanti un mese, due mesi, forse tre, stringendo la cinghia e attingendo ai propri risparmi, se ci sono. E se non ci sono? Comincio a capire perché negli Stati Uniti, al primo annuncio dell’emergenza da parte di Trump, la gente è corsa a svuotare i supermercati e i negozi di armi.

All’emergenza sanitaria comincia ad aggiungersi l’emergenza economica ma, attenzione, non parlo dell’impresa, ma delle famiglie. L’emergenza economica personale è drammatica perché, quando si ha fame, non c’è regola che valga.

Il Governo promette aiuti, contributi, esenzioni ma deve fare presto, perché se il denaro non arriva, arriva la rivolta.

I nostri partner europei sembra che non si rendano conto a che punto siamo arrivati e poco consola il fatto che, prima o poi, toccherà anche loro.

Per quanto, in questo momento, poco o nulla importi di questo gigante immobile che è l’Unione europea, sta di fatto che là dove ci sarebbe una presunzione di solidarietà, invece, c’è il vuoto assoluto. Posso capire l’egoismo del giorno per giorno, ma nella situazione attuale la posta in gioco è molto più alta degli egoismi nazionali. È in gioco l’unità europea e non vorrei che la nuova Presidente dell’Unione si trovasse in gramaglie a celebrare il funerale di una grande idea quale fu quella di Schumann, di Adenauer, di De Gasperi, di Churchill, di Bech, di Spinelli, di Spaak.

L’Italia chiede l’emissione di un grande prestito finanziario (gli euro bond), garantito dalla Banca centrale europea.

La risposta dura teutonica è che c’è il Fondo salvatati e, quindi, non c’è bisogno di nuovi strumenti finanziari. Sembrerebbe una cosa logica, ma non lo è, nei fatti. Assolutamente.

La Grecia fu costretta a piegarsi e fu amministrata con le regole previste a suo tempo per questi casi, con la famosa troika. L’economia greca fu amministrata da funzionari comunitari e non è stato, a ben vedere, un gran risultato. Anzi! Il rigore va bene, se si è dissennati, ma non va bene se si ha fame.

In Italia siamo arrivati al paradosso che, in questo momento, gli unici a stare relativamente tranquilli sono i pensionati ed i pubblici dipendenti. Ma quanto durerà? In Grecia la troika decise di ridurre drasticamente le retribuzioni e l’assegno pensionistico, ma non c’era in agguato la morte per epidemia. I nostri morti, in una solitudine disperata, senza neppure poter stringere la mano di una persona cara, se ne vanno, un numero fra migliaia. Restano gli altri a piangere e a fare il conto della spesa, finché sarà possibile farla.

Tutto ciò, nell’Europa dei Ventisette, non si capisce. Non ho nessuna idea su come finirà questa contesa, forse con il giochino dei rinvii e degli approfondimenti. Un’ipotesi molto pericolosa perché, se siamo seri (lo stesso Presidente della Repubblica è sceso in campo), stavolta è davvero la fine dell’Unione.

Qui non si tratta di essere stupidamente sovranisti. Siamo di fronte a un bivio: o la Comunità è una comunità d’intenti e di solidarietà, oppure è un inutile e costoso gravame.

Non c’è politica estera, non c’è politica economica, non c’è politica sociale, non c’è né una politica della difesa né una politica fiscale. E va bene, sono cose troppo difficili. Ma non c’è neppure solidarietà. Finché si trattava di prendere, andava tutto bene. Non si può solo prendere. Ora è il momento di dare e farlo subito, senza se e senza ma. Questa è la vera priorità europea.

29 marzo 2020

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