Tempo addietro, verso la metà di dicembre, scrissi un articolo un po’ controcorrente, che fu abbastanza criticato, sul possibile declino della Lega. Chiuse le urne in Emilia-Romagna e in Calabria, con la vittoria del centro-sinistra nella prima e del centro-destra nella seconda, consultando i risultati, non avevo proprio torto. Le elezioni in Emilia-Romagna sono state un po’ la Stalingrado di questa lunghissima stagione elettorale, con Salvini nei panni del feldmaresciallo Von Paulus. I commenti s’intrecciano alle previsioni sui futuri assetti della politica italiana. Le elezioni regionali, checché se ne sia detto, continuano a influire (e come!) sulla politica nazionale.
Tiriamone un tantino le somme:
1 – Il Movimento 5Stelle continua nella sua costante agonia di voti. Come pesce fuor d’acqua, boccheggia. I consensi se ne sono andati via. Di Maio è fuori, per sua volontà e per suo interesse (ma anche per volere di chi tira le fila grilline). Le sue dimissioni alla vigilia del voto elettorale ben rappresentano il tentativo patetico di non intestarsi la sconfitta, ed anche la nomina del reggente non poteva evitare il disfacimento del gruppo. La presa del Movimento sull’elettore si è allentata a dismisura, forse in modo definitivo.
I 5 Stelle non possono far finta di non vedere il crollo completo e la disfatta di quello che se all’inizio doveva essere un movimento rivoluzionario, in tutto e per tutto contro il vecchio sistema dei partiti e contro l’euro, l’Europa, le banche, i poteri forti, è passato, poi, con somma disinvoltura, ad essere una colonna portante del governo filo europeista, tenendosi strettamente per mano, proprio con quella forza politica che avrebbero dovuto invece osteggiare e che ha per protagonista il PD. Nella incongruente situazione in cui sono andati a ficcarsi, non possono negare di essere ormai diventati un “cespuglio” del PD e di ciò, nel panorama politico italiano, non si avvertiva alcun bisogno.
La riprova si è avuta con la fuga in altri schieramenti politici di decine di parlamentari del Movimento e il vistoso crollo dei consensi che di fatto ha quasi azzerato il partito divenuto, nel giro di breve tempo, del tutto ininfluente. Significativo poi è che i vari Crimi, Di Maio e soci, non abbiano proferito alcun accenno di autocritica per la parabola di trasformismo sfacciato che il partito ha compiuto, squalificandosi agli occhi dei propri elettori e sostenitori.
Dove andrà ora il popolo elettore, sfibrato dall’incapacità dei suoi eletti? A destra, a sinistra, a popolare l’area dei delusi e degli indifferenti?
Quasi certamente, altri parlamentari del Movimento, dubbiosi sulla loro rielezione, cercheranno altre sponde più promettenti. Altri, invece, i superstiti, ne fa fede la dichiarazione del reggente (ormai da reggere ne è rimasto ben poco) pro-tempore Crimi, si arroccheranno sulle loro rigide posizioni di principio. Mi ricordano il famoso Ridotto Alpino Repubblicano della Valtellina, dove 50.000 fascisti della RSI, nell’aprile del 1945, pochi giorni prima della Liberazione, avrebbero dovuto combattere l’ultima battaglia in attesa dell’arrivo degli Americani. Alla fine, se ne trovarono solo 4.000 e tutto finì in un bagno di sangue.
2 – Il PD ha retto e, anzi, il prestigio e l’impresa del presidente uscente Bonaccini hanno aumentato i suoi consensi, con circa 180.000 voti di differenza. L’Emilia-Romagna è lo zoccolo duro del centro-sinistra. Ciò rafforza Zingaretti nel dialogo-scontro con i 5Stelle, ma non fortifica il partito. È stata una partita difficile, vinta, ma con un’opposizione al 43,63%. Considerata la situazione, un successo per ambedue i contendenti, ma la partita resta ancora aperta. Dopo le elezioni regionali del 26 gennaio, gli esponenti di governo del PD esultano per lo scampato pericolo di una eventuale nuova sconfitta nella regione simbolo del potere (ex) rosso: l’Emilia Romagna. La sinistra, al servizio del grande capitale e delle oligarchie di Bruxelles, si sente quasi rassicurata: la temuta svolta a destra non c’è stata e a Bologna il muro ha resistito e non è crollato.
Gioisce Conte, il premier camaleonte, pronto all’uso per tutte le stagioni, che si sente rafforzato dal PD nel suo traballante governo e che ora, non solo può rispondere tranquillamente al citofono di Palazzo Chigi, ma si può anche abbandonare, con fare baldanzoso a commenti ironici nei confronti di Salvini. In realtà, il presunto avvocato del popolo non dovrebbe sentirsi così tanto sicuro, anche se la sua poltrona, al momento lo sorregge ancora, se si considera che la forza politica che lo sostiene è divenuta oltremodo inconsistente, causa la galoppante crisi grillina. Questa, infatti, si mantiene non per la tenace volontà di attuare provvedimenti nell’interesse del popolo italiano, ma solo per gli ingenti quantitativi di “bostik” che legano tenacemente le natiche dei parlamentari di maggioranza (5Stelle in primis) alle loro poltrone.
Tocca il cielo con un dito Zingaretti, il segretario PD che vede allontanarsi lo spauracchio di un possibile “redde rationem” della sua base, nel caso avesse subito una nuova sconfitta in questa tornata elettorale.
Lo scontro continuerà nelle nuove competizioni regionali all’orizzonte, ma l’effetto domino, se Salvini avesse vinto, si è certamente arrestato.
3 – La Lega flette leggermente, ridimensionata dalla mancata vittoria in Emilia Romagna, compensata da quella in Calabria e dalle precedenti vittorie nelle altre regioni, ma resta pur sempre l’asse portante del centro-destra. Una serie ininterrotta di successi elettorali l’ha portata sulla cresta dell’onda. Ora, potrebbe cominciare il riflusso. Il troppo stroppia, recita un proverbio. Salvini è certamente un grande comunicatore, ma non basta, perché l’enfasi gli fa commettere sciocchezze, non soltanto al citofono con un presunto spacciatore.
E’ indubbio che Salvini ha pagato a caro prezzo le sue recenti mosse, la prima è quella di aver fatto cadere il governo di cui faceva parte, la seconda è il suo cambio di posizione da pseudo sovranista a quello di filo europeista, con una ulteriore aggravante di essersi dichiarato totalmente prono ai padroni di oltre Atlantico, con esternazioni esagerate di fedeltà alla potente lobby. Sorge il dannato sospetto (tutto da provare) che, alla ricerca di fondi, Salvini abbia “venduto” la Lega alle consorterie bancarie transnazionali che gli hanno richiesto, come contropartita, una pregiudiziale dichiarazione di fedeltà.
Troppa sicurezza nella vittoria ha compattato le opposizioni, divise tra loro, ma costrette ad unirsi contro l’avversario Lega.
4 – Forza Italia si risolleva in Calabria, dove la sua candidata ha stravinto con notevole distacco, ma resta quasi insignificante altrove. Berlusconi aspira ancora ad essere l’ago della bilancia del centro-destra. Ha i numeri in Parlamento, ma non nel Paese, al contrario di Salvini. Però, nella contingenza attuale, può essere tentato ed offrire al PD quella stampella che potrebbe sostituire i 5Stelle e arrivare alla fine della corsa per la nomina del nuovo Presidente della Repubblica. Il patto del Nazareno è sempre nella sua testa.
Come qualche autorevole commentatore ha già riferito, sarebbe osceno se questo Parlamento, smentito di fatto dall’elettorato, dovesse votare per la Presidenza della Repubblica.
5 – Fra tutti, il meno interessato a nuove elezioni è Renzi. Alle regionali è scomparso ma, d’altronde, la sua Italia Viva è troppo fresca di costituzione per concorrere. Contarsi, ancor più ora, è sempre un azzardo. L’aver puntato sui 5Stelle all’atto della formazione del governo giallo-rosso è stata una mossa abbastanza intelligente, ma ormai priva di effetti pratici. Nel generale rimescolamento di carte governativo, non è ancora chiaro quali potranno essere le sue mosse.
6 – Poi, ci sono le ormai note Sardine. Indubbiamente, l’elevato afflusso dei votanti, soprattutto giovanile, e la vittoria di Bonaccini, sono anche la conseguenza dell’ingresso sulla scena politica di questo movimento, in forte opposizione a Salvini.
Di questa protesta confusa se n’è appropriato e giovato il PD, che le considera arruolate nelle sue schiere, ma resta ancora da vedere se le Sardine saranno il braccio operativo di questo partito o tutt’altra cosa. Per adesso, le dichiarazioni lette in TV sono tanto vaghe quanto il destino del Purgatorio.
7 – Infine: il governo. Sostenere che queste elezioni non hanno un impatto sulla compagine governativa, significa ignorare la realtà. Il governo si trascina, sin da quando è nato, diviso su questioni fondamentali. Ora, il risultato elettorale non può che aggravarne la situazione. Il PD ha rivelato una consistenza insperata, a fronte del disfacimento del suo partner, 5Stelle.
Le questioni che li dividono si sono acuite. Se i pentastellati si arroccano sulle loro posizioni (i decreti sicurezza, la prescrizione, la revoca delle concessioni autostradali e così via) la rottura è inevitabile e la scomparsa di Conte sicura, anche se sono sempre possibili ulteriori miracoli di equilibrismo.
Si vocifera, adesso, di un possibile ritorno al bipolarismo, anche se lo stesso PD, in maniera inappropriata, ha sottoscritto una nuova legge elettorale in forma proporzionale e che a questo punto potrebbe risultare superflua. Ma non si può escludere un colpo di scena e che lo stesso PD ritiri la legge, creando così una crisi di governo.
A tener conto dei recenti risultati elettorali, i giochi sono cambiati di parecchio. Allo stato attuale le elezioni potrebbero essere convenienti anche per il PD, per una serie di motivi e non soltanto per la legge elettorale. Ma tutto è incerto.
Cosa assolutamente certa, invece, è che la campagna elettorale continua: Toscana, Puglia, Liguria, Marche, Campania, Veneto, andranno alle urne entro il prossimo maggio. Altre scaramucce ci attendono.
28 gennaio 2020