La Natività mistica di Gesù è un dipinto a tempera su tela – cm.108,6×74,9 – eseguito nel 1501 da Alessandro Filipepi, detto Sandro Botticelli (1445 – 1510), conservato presso la National Gallery di Londra.

Il termine Natale deriva dal latino “natalis”, aggettivo che si riferisce alla nascita. Il “Dies natalis”, pertanto, è letteralmente il “giorno natale”, il “giorno della nascita”. In questo caso, la nascita è quella di Gesù.
Una delle opere più significative che ne celebra l’avvenimento è la “Natività mistica” del Botticelli, che con questo dipinto ci mette di fronte ad un mistero difficile da comprendere.
Lo scenario appare a prima vista come una consueta rappresentazione della natività, ma alcuni segnali ci informano che non si tratta di una natività qualsiasi e ci indicano che il “linguaggio” stesso di Botticelli, volge verso una sensibilità diversa. Una risposta, forse, ci può pervenire dallo stesso titolo del dipinto, che ci invita a riflettere. Si tratta di una Natività “mistica”. Mistica, probabilmente, nel senso di contemplazione diretta della dimensione del sacro.
DESCRIZIONE :
Soggetto
La Natività mistica mostra gli angeli e gli uomini che celebrano la nascita di Gesù. La scenografia è ambientata in una capanna appoggiata ad una grotta, dove compaiono:
- Gesù bambino, deposto nella mangiatoia, è guardato dal bue e l’asino, simboli degli Ebrei e dei Pagani,che non sono stati in grado di riconoscere il Cristo appena giunto in Terra, ottusi come i due animali;
- Maria Vergine s’inginocchia in adorazione davanti a suo figlio neonato, grandeggia secondo proporzioni “gerarchiche” quasi doppie, divenendo, così, il fulcro dell’attenzione dell’osservatore;
- San Giuseppe, invece di adorare il bambino, si rannicchia stancamente nascondendo il volto. San Giuseppe, così accovacciato, con i suoi codici gestuali, allude alla sua passività riguardo il concepimento del Figlio di Dio, di cui lui è solo il padre putativo;
- Pastori e Magi sono venuti a visitare il bambino appena nato. Sulla sinistra, infatti, vediamo un angelo vestito di rosa che accompagna i tre re Magi. Questi sono riconoscibili dalle corone di alloro, simbolo di sapienza, poste sulle loro teste.
- Angeli:
– Angeli in cielo, cantano inni di lode, recando cartigli e serti d’ulivo da cui pendono le corone, simboli di regalità e di pace e ballano, descrivendo un girotondo di concordia tra il mondo e le sfere celesti, simboleggiate dalla cupola dorata. La loro danza in cerchio sottolinea la presenza di un centro, questo centro è la capanna. Il cerchio è allegoria del vortice della vita ed è simbolo di fecondità e rigenerazione spirituale e icona dell’uroboro, mitico serpente che mordendosi la coda formaun cerchio senza inizio, né fine, che simboleggia la totalità del tutto, l’infinito, l’eternità, il tempo ciclico, l’eterno ritorno, l’immortalità, la perfezione.
– Tre angeli, sulla tettoia di paglia, inginocchiati sorreggono un libro aperto, probabilmente l’Apocalisse, perché in questa Natività Mistica, il momento della nascita del Cristo bambino è un modo simbolico di alludere alla sua seconda venuta, la Parusia, quando il mondo finirà e Dio darà all’Umanità “cielo e terra nuova”. I tre angeli indossano una veste bianca, una rossa ed una verde, simbolo delle tre virtù teologali, rispettivamente: Fede, Carità e Speranza, ma anche i valori della Grazia, della Verità e della Giustizia.
– Tre angeli sulla terra (in primo piano), proclamano la pace, abbracciando con gioia i tre uomini le cui tempie sono ornate di alloro, icona di uomini letterati, simbolo di arte e cultura, che incontrano le virtù. Questi angeli infatti, indossano, come i tre angeli sul tetto, i colori delle virtù teologali: il bianco della fede, il verde della speranza e il rosso della carità. Il ramoscello d’ulivo e l’abbraccio degli angeli simboleggiano la pace universale, che si diffonderà sulla terra con la venuta del Salvatore.
– Due angeli sulla terra (in secondo piano), indicano ai Magi e ai pastori Gesù Bambino. Anche questi angeli tengono in mano ramoscelli di ulivo, simbolo della pace che il Bimbo divino è venuto a portare agli uomini di buona volontà.
- In basso, sul terreno, Sette grotteschi piccoli demoni, alla vista del Redentore, trafiggendosi con i loro stessi forconi, sconfitti, fuggono dalla superficie terrestre per rifugiarsi nelle cavità della terra e risprofondare nell’oscurità degli Inferi. Allegoria della definitiva cacciata del male, ormai ridotto a caricatura di se stesso, travolto dalla sfolgorante bellezza dell’era finale di pace ed eterna felicità, di cui la Natività diviene lieta anticipazione.
Iscrizioni
Sulla parte alta del dipinto si trovano i cartigli con iscrizioni, tratte dal Vangelo di Luca, ove si legge: “ Gloria in excelsis Deo”; “ Pax hominibus”.
Nel bordo superiore del dipinto si trova l’iscrizione, in caratteri greci, che riporta la firma dell’artista e la data dell’opera e che, ripropone la profezia dell’Apocalisse di San Giovanni apostolo. L’iscrizione, ripartita su tre righi, recita:
“Questo dipinto, sulla fine dell’anno 1500, durante i torbidi d’Italia, io Alessandro dipinsi nel mezzo tempo dopo il tempo, secondo l’undicesimo di San Giovanni nel secondo dolore dell’Apocalisse nella liberazione di tre anni e mezzo del diavolo; poi sarà incatenato nel dodicesimo e lo vedremo (precipitato?) come in questo dipinto”.
Lettura iconografica
La Natività mistica è un’opera di difficile interpretazione, poiché esclude ogni elemento dell’iconografia tradizionale. Infatti, esso combina la nascita di Gesù, come narrato nel Nuovo Testamento, con una visione della sua seconda venuta come promesso nell’Apocalisse, il ritorno di Gesù Cristo sulla terra, che avrebbe segnato la fine del mondo e la riconciliazione dei cristiani devoti con Dio.
La promessa di amore e pace incarnata nell’Avvento, è evocata dal pittore, in evidente rapporto con i “torbidi”, di cui parla la criptica iscrizione in greco sul bordo superiore del dipinto. Infatti, la Natività appare carica delle inquietudini del momento storico in cui fu eseguita, i “torbidi d’Italia”, a cui allude l’artista nell’epigrafe:
– la morte di Lorenzo il Magnifico, nel 1492, aveva scatenato a Firenze un’aspra lotta per il potere e, contestualmente, l’ascesa di Girolamo Savonarola (1452 – 1498);
– le campagne militari di Cesare Borgia (1475 – 1507), luogotenente del re di Francia, Luigi XII (1462- 1515), contro Rimini, Ravenna, Cervia, Faenza e Pesaro (1500 – 1502), che assediando Faenza (1501), minacciava direttamente anche la Toscana;
– l’espansione turca.
Il clima, politico e religioso, è senza dubbio molto incerto e tormentato e, tutto ciò, alimentava negli animi un diffuso turbamento, che Sandro Botticelli pare voler allontanare con espliciti richiami alla profezia dell’Apocalisse. Nella “seconda sventura”, descritta nell’undicesimo capitolo del testo di San Giovanni apostolo, è profetizzata l’oppressione della “città santa per quarantadue mesi ” (Ap. 11,2) da parte dei gentili; nel dodicesimo capitolo viene esposta l’altra previsione che afferma “colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con luifurono precipitati anche i suoi ” (Ap.12,9).
La frase “nel mezzo tempo dopo il tempo“, è stata interpretata in modo sostanzialmente divergente dagli studiosi, le due ipotesi più diffuse asseriscono quanto segue:
– La proposizione si riferisce ad un passo biblico che afferma “per un tempo, due tempi e la metà di un tempo” sempre nell’Apocalisse (Ap. 12,14), dove Girolamo Savonarola vi leggeva un significato come “un anno e due anni e la metà di un anno“.
– Il termine “tempo” va letto come “anno”, in questo modo sembra che l’artista abbia voluto indicare che alla fine del 1500 è già trascorso un anno e mezzo (“mezzo tempo dopo il tempo“, un anno e mezzo dei tre destinati ad essere dominati dal diavolo) e ne mancano due alla sua sconfitta, in altre parole: alla fine di quei “torbidi” momenti. Nel 1503 morirà papa Alessandro IV Borgia, da molti indicato come l’Anticristo. Alcuni studiosi sostengono che proprio a quest’ultimo vi sia un’esplicita allusione e che, dunque, l’iscrizione sia stata aggiunta all’opera solo in un secondo momento: una profezia a posteriori, per indicare il ritorno della pace e dell’amore fra gli uomini.
Nell’opera, l’artista mette in risalto il clima di riconciliazione tra l’umano e il divino, con l’evidente abbraccio tra gli angeli e gli uomini, che compare nella parte bassa del dipinto. E’ in questo comporsi asimmetrico delle figure umane e corporee con quelle spirituali degli angeli, in una sospensione mistica tra Terra e Cielo, che il Botticelli cerca di farci percepire la dimensione trascendentale e misteriosa della nascita del Figlio di Dio.
In tutta la rappresentazione è palpabile l’influenza umanistica e colta, basti pensare all’iscrizione in greco, presente alla corte di Lorenzo il Magnifico, del quale Sandro Botticelli era l’artista favorito.
Questo dipinto è già viva testimonianza della crisi spirituale che stava attraversando il pittore, che come molti altri artisti fiorentini rimase profondamente colpito dalla predicazione del frate domenicano e subì una sorta di conversione, al punto che le sue opere degli ultimi anni, lontani dalla leggiadria disinvolta e dalle tematiche neoplatoniche, sono ispirate dal pensiero di Savonarola e presentano soggetti sacri portati al pathos drammatico più intenso. La Natività appare, infatti, un’opera stilisticamente e spiritualmente vicina alle rappresentazioni religiose medioevali: la gioia del mistico avvento è sopraffatta dall’inquietudine, esplicitata nell’iscrizione ed evidente nella composizione scenica.
Notizie storico-critiche
Il dipinto venne realizzato, probabilmente, come opera di devozione privata per un mecenate fiorentino.
Da alcuni documenti storici, sappiamo che alla fine del XVIII secolo apparteneva alla famiglia Aldobrandini di Firenze e che all’inizio del XIX secolo venne acquistato con la vendita di villa Aldobrandini a Roma da W. Y. Ottley; nel 1811 fu ceduto ad un ignoto collezionista, per 42 sterline; nel 1837 fu rivenduto per poco più della metà; nel 1851 venne acquistato dalla Collezione Fuller Maitland (Stansted Hall. Essex) e da qui, nel 1878, alla National Gallery di Londra al prezzo di 1500 sterline.
Sul finire del quindicesimo secolo, il dramma di Girolamo Savonarola volge al suo triste epilogo. L’ età aurea di Lorenzo il Magnifico si avvia alla conclusione. Il papa Alessandro Borgia lotta per il potere. L’Italia è dilaniata da intense campagne militari. In questo triste scenario, un frate domenicano, il Savonarola, si scaglia duramente contro le ricchezze della Chiesa :
“Noi non diciamo se non cose vere, ma sono li vostri peccati che profetano contro di voi (…), noi conduciamo li uomini alla simplicità e le donne ad onesto vivere, voi li conducete a lussuria e a pompa e a superbia, ché avete guasto il mondo e avete corrotto li uomini”.
Il
23 maggio 1498, il frate domenicano moriva, prima impiccato e poi
arso sul rogo infame. Egli moriva, ma con lui non svanivano le alte
idealità della fede. Due anni dopo la morte del Savonarola, Sandro
Botticelli dipingeva
la piccola Natività, ora nella Galleria Nazionale di Londra, che
sembra una viva eco della voce del predicatore.
Sotto
la rustica capanna, la Vergine adora il Figlio divino. Fuori, gli
angeli recanti in mano l’olivo guidano i re magi o abbracciano i
semplici pastori: “Sia
pace in terra agli uomini di buona volontà”.
E in alto, mentre tre angeli in ginocchio adorano il Figlio di Dio,
al di sopra di una insolita – quasi innaturale – capanna con le
pareti di roccia, una schiera di dodici angeli danza in una corona
divina cantando le lodi di Dio. Non mai, non mai l’arte sacra si è
alzata a tanta altezza, non mai più profondo sentimento si è
accoppiato nell’arte a bellezza così squisita. Gli angeli che
danzano e quelli che abbracciano i pastori, il gruppo dei re magi, la
Vergine adorante, il San Giuseppe che riposa, sono tanti motivi di
bellezza direttamente derivati dalle più geniali e più gentili
creazioni del maestro. Fiorisce l’antico ceppo di così fulgidi
fiori, risorge per li rami l’antico valore, la grazia lontana. Tanta
gentilezza e tanta soavità di pensieri non si era più riscontrata
nelle opere mature. Il canto del cigno di Sandro
Botticelli
rievoca tutte le sue glorie migliori.
Giunto alla fine della sua carriera artistica il maestro ha voluto lasciare il suo magnifico testamento, e quest’opera, unica fra le tante, reca la sua firma e una data. E, nell’alto del quadro, come già innanzi descritta e che giova ripetere, l’ iscrizione greca che così suona: “Questo quadro fu dipinto alla fine dell’anno 1500, durante i torbidi d’Italia, da me Alessandro, alla metà del tempo dopo il tempo in cui si avverava l’XI capitolo di San Giovanni l’Evangelista e il secondo dolore dell’Apocalisse, e quando Satana si scatenò sulla terra per tre anni e mezzo. Dopodiché il demonio sarà incatenato e noi lo vedremo calpestato come in questo quadro”.
Ancora, ancora in lui ardeva giovanile e consolatore il fuoco sacro della fede, ancora nei suoi occhi stanchi riappare la morte orribile del frate. La persecuzione e la condanna di lui, sono forse “i torbidi” ch’egli accusa nell’iscrizione?
Pare
che sì, e pare anche che nelle figure abbracciate dagli angeli siano
da riconoscere fra Girolamo, Domenico Buonvicini e Silvestro Maruffi,
amici e seguaci del Savonarola.
Intanto,
secondo un’antica tradizione comune in Firenze, i demoni rabbiosi si
cacciano nella terra davanti alla nuova aurora della pace e
dell’amore, mentre gli angeli bellissimi, dodici come le antiche Ore,
danzano nel coro magnifico. Dalle leggende popolari e dalla storia,
traeva il pittore le sue immagini. E l’eco del Savonarola, e… di
Dante,
risuona nel quadro mirabile.
Natale 2019