La sordità di Romolo e Remo

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E’ ormai da molto tempo che ci rendiamo conto delle nuove qualità dei nostri politici che manifestano una spiccata sordità nei confronti delle istanze provenienti dai cittadini, che amano pavoneggiarsi e udire solo gli applausi di chi li circonda, che ascoltano solo la propria voce, e si ostinano a restare caparbiamente indifferenti rispetto ai sacrifici dei popoli che ritengono di governare.

Ogni nostro politico, di destra, di centro o di sinistra, che sia al potere o all’opposizione, quando appare in video nei miscugli dei telegiornali o partecipa ai talk show o rilascia dichiarazioni alla stampa, dice sempre le stesse cose, fa sempre la stessa diagnosi, illustra sempre le stesse promesse, ma non fa mai uno straccio di anamnesi, né di prognosi, né indica la terapia praticabile. Alternativamente, si limitano a rinfacciarsi la responsabilità dello stato di degrado e di dissesto economico, scaricandosi vicendevolmente la paternità degli sprechi e della carenza di risorse necessarie per soddisfare i bisogni minimi.

Quante volte abbiamo sentito parlare di enormità del debito pubblico, di terrore dello spread, di gravosi interessi sul debito, di infelice rapporto tra debito e PIL, di crisi globale, di luce in fondo al tunnel, di crescita prossima ventura, e via di questo passo ? Un’infinità di volte, fino alla nausea.

Ma è stata mai suggerita, come farebbe un medico onesto con l’ammalato, la prescrizione obbligatoria per avviare il Paese a guarigione, e quale sia la strada obbligata da percorrere, per far uscire questa povera Italia dal labirinto economico in cui si trova? Assolutamente no.

Iniziamo, allora, con l’esposizione succinta di alcuni elementari dati di fatto.

Il debito pubblico italiano ha raggiunto il suo massimo storico, sfiorando (nel momento in cui vengono scritte queste note) i 2.390 miliardi di euro, quasi il 133% del PIL, distribuito su 25 anni, anche sulle spalle di chi deve ancora nascere.

Nessuno dei ministri dell’Economia che si sono avvicendati negli ultimi quindici/venti anni, da Tremonti fino all’attuale Tria, ha inteso doverosamente riferire agli italiani come stavano e tuttora stanno realmente le cose; né ha mai affondato il bisturi nella cancrena del nostro sistema bancario che ha mandato gambe all’aria centinaia di migliaia di piccoli risparmiatori, mentre gli amministratori delle nostre banche (per lo più amici di FI e del PD) si sollazzavano appassionatamente; né ha mai usato la scure per recidere i rami secchi o eliminare il diffuso parassitismo.

Nel 2011, il professore venuto dal Cielo (con l’intercessione autorevole dell’allora monarca Napolitano), Mario Monti, terrorizzato dalla voragine lasciatagli da Berlusconi con uno spread arrivato a quota 570, puntò tutte le sue fiches sull’austerità selvaggia e, piuttosto che procedere decisamente sulla strada della razionalizzazione della spesa, ed escogitare opportune formule pratiche di investimenti, con i capitali da recuperare mediante una draconiana lotta contro l’evasione, la corruzione, la frode, la droga, contro i paradisi fiscali e le loro clientele, fu capace soltanto di ben tosare il contribuente italiano, soprattutto quello più indifeso.

In economia, il debito pubblico è rappresentato dal debito che lo Stato contrae nei confronti di chi gli presta i soldi per soddisfare le necessità e colmare il deficit di bilancio che si verifica puntualmente alla fine di ogni anno finanziario.

Assume rilevanza capire chi sia il finanziatore del debito nei cui confronti lo Stato non può esercitare alcun potere impositivo, mentre il prestatore di denaro cioè il compratore delle nostre cambiali, che resterebbero invendute se la remunerazione in interessi fosse inferiore al rating fissato dalle specifiche agenzie internazionali, detiene un enorme potere negoziale. Se il creditore, cioè il detentore del nostro debito, non è un soggetto italiano, ma è un ente estero, non gli si può proporre alcun discorso di rinegoziazione, né di compensazione fiscale.

Motivo per cui, chi finanzia l’Italia, amministrata in deficit permanente, ha in mano, in una certa misura, le sorti del Paese costringendolo a scelte politiche di austerità, volte esclusivamente a salvaguardare il capitale prestato, anche se ciò impoverisce la popolazione, ne erode i diritti, negandole una retribuzione dignitosa (prevista dalla nostra Costituzione) e ne riduce il welfare.

Ciò posto, vediamo di conoscere, dai dati resi consultabili, chi è il detentore delle nostre cambiali:

– per il 35,7% (850 miliardi), sono istituzioni straniere (compresa la BCE per il 4,1%); – per il 21% , varie istituzioni nazionali (Poste italiane, Assicurazioni, Fondi, ecc.); – per il19%,la Banca d’Italia; – per il 17,7% , le altre banche italiane; – per il 5,7% , i privati cittadini italiani.

Lo spread, cioè la differenza tra il costo del denaro preso in prestito dallo Stato italiano e quello preso in prestito dalla Germania (che funge da parametro di riferimento in Europa) è ora di circa 260 punti base: cioè l’Italia, per ottenere soldi, paga un interesse superiore del 2,6% a quello che paga la Germania, con notevoli ripercussioni non solo sulla finanza pubblica, ma anche sull’economia corrente di ogni giorno e sulla nostra competitività a livello internazionale.

Il costo che lo Stato deve sopportare per ripagare i soli interessi sul totale del debito è di circa 80 miliardi di euro all’anno (chiediamo prestiti soltanto per pagare gli interessi), che vengono sottratti allo sviluppo del Paese. Questo onere è superiore all’avanzo primario (saldo positivo tra entrate ed uscite, esclusi gli interessi) e determina, ipso facto, una crescita continua del debito in una spirale perversa che inghiotte questa e le future generazioni.

Stando al rapporto fornitoci recentemente della Banca d’Italia sulla stabilità finanziaria, l’anno prossimo, il Governo dovrà chiedere ai mercati circa 400 miliardi di euro, per ripagare il debito in scadenza e per far fronte alle necessità di coprire il disavanzo pubblico. Questi 400 miliardi di titoli, da soli, ci costeranno circa 12 miliardi di interessi, che verranno – ancora una volta – sottratti agli investimenti ed al rilancio dell’economia.

Affinché il debito pubblico sia sostenibile, occorre che il tasso di crescita dell’economia sia superiore al tasso di interesse sul debito, ma le prospettive sul nostro PIL sono terrificanti: si va da un ottimistico + 0,6 % del Governo, ad un pessimistico -0,2% dell’OCSE. Quale che sia il dato reale, la nostra crescita è terribilmente al di sotto del tasso degli interessi e, quindi, siamo condannati a vedere crescere il debito solo per far fronte alle spese correnti.

Alla luce delle suesposte considerazioni, appare chiaro che la nostra è una crisi sistemica. Bisogna correggere la rotta in modo drastico e, pur salvaguardando le conquiste sociali in una cornice di maggiore equità distributiva, occorrerebbe contemporaneamente muoversi, con speditezza, su due direttrici: far calare lo spread, o farne addirittura a meno, come più avanti verrà prospettato, e utilizzare quei fondi risparmiati per la crescita.

Per liberarsi dalle catene che impediscono all’Italia di assicurare prosperità ed equità, bisogna avere una buona dose di coraggio e d’inventiva di misure appropriate, che non sono quelle indicate dai cultori dell’austerity, come il presidente della Commissione UE Juncker, il suo vice Dombrovskis, il commissario Moscovici, e compagnia cantante. Imboccare la strada giusta, significa sovvertire completamente il paradigma economico che ci ha portato sull’orlo del baratro e cioè ridurre il debito senza intervenire sulla tassazione che è già insopportabilmente alta, o sulla riduzione dei servizi, ma, occorre necessariamente intervenire sul controllo effettivo della spesa pubblica, sull’eliminazione della inefficienza amministrativa, sulla lotta alla corruzione e attuando realmente un’efficace azione di contrasto all’evasione fiscale, recuperando – per il pregresso – tutto quanto il non versato nelle casse erariali, allontanando ogni eventuale ipotesi di condono.

Occorrerebbe anche utilizzare le ricchezze private in modo efficace ed equilibrato, invertire il perverso ciclo degli interessi condizionati dallo spread e ripudiare l’idea di taluni, di imporre una patrimoniale secca che, al massimo, può produrre un momentaneo riequilibrio contabile, ma non risolvere il problema, perché non incide sugli strumenti per il risanamento economico del Paese.

Il Trattato di Maastricht obbliga i partner europei a non sforare il tetto del 3% di debito annuo nel rapporto con il PIL, ed a far rientrare – in 20 anni – tale rapporto nel 60%. L’Italia, per come è messa, non ci riuscirà mai.

Molti di noi ricorderanno gli estenuanti negoziati con l’UE, in occasione della finanziaria 2019, volti a contrarre la previsione di sforamento programmato del bilancio dal 2,4% sul PIL al 2,04% (l’Europa aveva chiesto un limite dell’1,6%), per non incorrere nella procedura di infrazione con una riduzione di spesa di circa 2 miliardi, garantita da clausole di salvaguardia (cioè una stretta al welfare ed ai servizi). Tali clausole erano aggiuntive a quelle tuttora valide di aumento dell’IVA, sottoscritte dai governi di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, i cosiddetti statisti competenti ed europeisti sottomessi. Durante i loro governi, il nostro debito, nonostante i sacrifici imposti, è aumentato senza migliorare le condizioni dei poveri e del ceto medio, che invece hanno visto ridursi il potere di acquisto, l’ampliamento della forbice della ricchezza a vantaggio dei più abbienti (industriali esterofili, finanzieri senza scrupoli, banchieri corrotti, alti papaveri del mondo superiore, multinazionali del gioco e del tabacco, speculatori sulle fonti energetiche, concessionari di beni pubblici e delle comunicazioni, e così via).

Gli avvenimenti che si susseguono, anche a ritmo incalzante ed imprevedibile, a livello internazionale, non ci aiuta affatto. Tra questi, i nuovi dazi imposti dagli Stati Uniti; la crisi della lira turca e del peso argentino; le sanzioni americane contro la Russia, l’ Iran ed il Venezuela, che colpiscono anche chi vuol fare affari con loro; la guerra commerciale tra Usa e Cina; la guerra civile in Libia, che segna un’altra sconfitta per la nostra diplomazia. Tutto ciò, contribuisce a farci scivolare inesorabilmente in una recessione, che ci obbligherà ad attivare tali clausole, se non ci sarà un’immediata riduzione delle spese e un incremento di altri introiti nelle casse statali.

Ma, perché l’Italia non cresce? Per la scarsa produttività (+ 6,7% in 20 anni, rispetto al 31,6 % della Germania, 27,8% della Francia, 16,8% della Spagna); per lo scarso livello di investimenti soprattutto nell’istruzione al di sotto di tutti i partner europei; per l’assenza di cultura manageriale, la poca digitalizzazione, la inesistente meritocrazia con le persone sbagliate nei posti sbagliati, la deficitaria formazione.

C’è chi ipotizza che basterebbe, in un colpo solo, aumentare – nel 2020 – la quantità del debito in mani italiane, mediante un mega prestito “patriottico” di 400 miliardi, riservato ai cittadini soggetti all’IRPEF, senza interessi, ma con lo sconto dell’1% del capitale investito, cioè un vantaggio superiore al rendimento del denaro. Questa misura, da sola, frutterebbe un guadagno netto per l’erario di almeno 9 miliardi.

A quel punto, ce ne potremmo benissimo infischiare del rating delle agenzie finanziarie, come fa il Giappone che ha un debito pubblico da far spavento (pari al 240% del PIL), quasi il doppio del nostro, su cui paga interessi quasi nulli ai sottoscrittori esclusivamente giapponesi. Sarebbe il classico uovo di Colombo che non è stato ancora compreso dall’attuale Governo, completamente sordo ed impegnato esclusivamente in sterili passerelle pubblicitarie, in annunci al rilancio e in battaglie di comunicazione, per tentare di dissipare l’ammasso di nubi, sempre più consistenti, sui contrasti tra Di Maio e Salvini, avviati ormai al duello finale, come Romolo e Remo.

Il fatto vero è che il M5S e la Lega, a dispetto delle reiterate conferme dei due leader di procedere d’accordo, hanno visioni opposte del mondo: hanno sottoscritto un accordo di Governo che ognuno interpreta a modo suo, sicché la propaganda, da sola, non può riuscire nel compito di nascondere la confusione di una maggioranza, che alla prova dei fatti dà segni tangibili di continui sbandamenti e dimostra palesemente di non essere nelle condizioni di poter ben governare.

9 aprile 2019

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