
Come uomo qualunque, non ho alcun dubbio nel ritenere che quanto appresso andrò ad esporre, non verrà mai ascoltato dai “grandi della terra”.
Ognuno di noi può facilmente rendersi conto della realtà che ci circonda e vedere dove siamo giunti. Siamo arrivati, oggi, a ritenere normale che ci siano poveri per le strade, che ci siano anziani senza soldi per le cure, che ci siano bambini non nati. Sussiste, nell’attuale povera Italia, una correlazione inversa tra la fertilità delle donne e il livello degli interessi pagati storicamente al sistema bancario privato per il debito pubblico.
Abbiamo trascurato di dire alla gente che, per creare denaro, è sufficiente premere un tasto. Ma, per creare un essere umano, quel semplice gesto non basta. Una società che scambia, con un pensiero, bambini con interessi, non produce un mondo fruttifero. Si fa credere alle persone, al popolo intero, che manchino i soldi per fare le cose. Questo modo di concepire, assurdo – dato che i soldi sono un pensiero dell’uomo – muove ormai il mondo.
Esiste un orientamento unico, in economia, da decenni, che i potenti del globo hanno accolto, come unico faro del comportamento dell’uomo. A questa teoria hanno uniformato l’azione politica, al punto che essa è ormai subordinata e schiava all’agire di quello che esso fa ritenere qualcosa di supremo e imparziale: il cosiddetto “libero mercato”. Con tale termine, nella realtà un ossimoro, sono stati resi schiavi milioni di persone. La nostra vita, da decenni, è incentrata, ormai, a una sola meta: l’accumulazione della ricchezza, che di essa stravolge il senso, sostituendo con il significato di capitale il più ampio concetto di valore. In quasi tutte le università del mondo occidentale, da decenni, si insegna l’economia in termini di modello predatorio. La cultura, parlando più in generale, presenta questa materia come qualcosa di oggettivo, di scientifico e di indiscutibilmente imparziale modello. Questo gigantesco inganno globale ha condotto i governi a fidarsi di uno ed un solo pensiero, quello neoliberista, che nelle sue innumerevoli applicazioni legislative pratiche ha avuto lo scopo di trasferire la ricchezza dai poveri ai ricchi.
In questo senso, è stato abbastanza efficiente.
Viene allora da chiedersi se tutto ciò che ne è disceso, in termini di cambiamento culturale collettivo, derivante dall’avere occupato, da parte dei potentati finanziari ogni fonte di informazione, sia un bene o un male. Naturalmente, questo modo di porre la questione sembra oggi puerile. La ragione è che hanno fatto credere alla gente che l’economia sia avulsa dall’etica. Al contrario, per millenni così non è stato; prova ne sia il fatto che, per quasi tutta la storia dell’uomo, i più grandi economisti erano, inizialmente, filosofi morali. Solo negli ultimi decenni, un’ operazione molto astuta di sostituzione di valori di soggettività,con altri di presunta oggettività,è riuscita a capovolgere la dimensione stessa della storia.
Nel mondo della scuola, nei dibattiti televisivi, nella cultura di ogni genere, dalla scienza allo sport, si insegnano valori improntati all’efficienza. Nei modelli, si dice che ciò che conta è la massimizzazione del risultato e che non sia possibile produrre leggi che spostino quel punto di massimo se non alla condizione di non danneggiare altri beneficiari. Ovviamente, tutto il gioco è costruito per portare il mondo intero alla logica della massimizzazione e della presunta efficienza. Tutti, sin dalla prima infanzia e per tutta la vita, sono educati alla logica della supremazia del più forte sul più debole, della vittoria del più colto sul più ignorante, della remunerazione più alta del più spietato sul più ingenuo. Non vi è alcun dubbio che questa logica di pensiero unico, che a livello di Stati si conduce su variabili economiche che poi diventano i modelli economici predatori, le esportazioni, le guerre commerciali e i dazi, sia efficiente. Infatti, come le analisi statistiche insegnano, ha trasferito la ricchezza del mondo da molti a pochi privilegiati: i più veloci, i più forti, i più spietati.
Che sia alquanto efficiente, in termini di selezione predatoria della specie umana, appare indubitabile. La domanda, forse irrituale e antistorica, almeno nel modello di società attuale, è: ma è giusto?
I “grandi uomini” della terra, dovrebbero porsi questa domanda puerile, quando ascoltano i grandi economisti che hanno disegnato il destino dell’uomo. Dovrebbero, altresì, chiedersi se il vero fine della società sia accumulare ricchezza materiale o, invece, valore. Potrebbero, ancora, interrogarsi sul significato di impresa, e se questa sia compatibile o meno con la dimensione etica. Potrebbero perfino riconoscere che il sistema finanziario stesso, compreso le banche, sia fatto di imprese, il cui fine non può essere – dato che sposta enormi ricchezze – soltanto economico, ma anche sociale. Aver supposto che tutta la dimensione economica del mondo non debba più rispondere alla sfera morale, nel momento in cui indubitabilmente l’economia non è un fatto privato ma sociale, poiché si determina negli scambi, è stato un arbitrario cambiamento del modo di pensare, a livello planetario, fatto ai fini sopra indicati. Abbiamo, in tal modo, ricondotto tutto il mondo a un enorme bilancio, fatto di dare ed avere, e non più di essere. Abbiamo pensato che ogni iniziativa umana sia valutabile in termini di rating finanziari, che misurano solo i ritorni di matematica finanziaria, ma non quelli di felicità umana. Abbiamo ritenuto che la crescita della nostra società sia subordinata ai nostri stessi limiti mentali, fatti di barriere inesistenti in natura ma di grezzi algoritmi della mente, elevati a principi inviolabili, per quanto irreali. Abbiamo, inoltre, completamente dimenticato che esiste una dimensione parallela, etica, del vivere civile, che risponde sempre alla dimensione del giusto, e non del sostenibile.
I più sono ormai convinti che pensare in termini di giustizia sia un lusso insopportabile. Così, riducendo il pensiero umano al primato della lotta per ciò che è limitato, non abbiamo più consapevolezza che qualsiasi cosa sarebbe possibile, compreso la piena occupazione, la salute collettiva e la fine delle guerre, se solo lo volessimo davvero.
Per quanto questa questione appaia semplicemente utopica, va ricordato che lo sviluppo del mondo è stato generato, per millenni, non certo dal denaro, che è qualcosa di impalpabile come la fiducia sulla quale si basa quella convenzione. Al contrario, esso è stato generato sempre dal pensiero umano che, essendo illimitato, non può, per definizione, avere confini. L’esortazione, quindi, da rivolgere ai “grandi della terra”, è quella di abbandonare l’idea che l’economia debba essere avulsa dal giudizio morale, poiché ciò che ha spostato avanti continuamente quei confini è stato solo il pensiero umano. Quella è la nostra unica ricchezza, di inestimabile valore. Bisognerebbe di nuovo considerare la funzione sociale dell’Impresa e porre l’Uomo al centro di ogni processo lavorativo e produttivo, rimettendo la supremazia della Politica (quella con la P maiuscola) al di sopra dell’Economia.
Esiste una nuova frontiera dell’economia, data dall’arrivare a concepire un mondo in cui ciò che si deve fare è generare ricchezza etica. Il fatto che tale frontiera non sia stata, ancora, scoperta, non deve portare a ritenere che essa, dipendendo solo dal nostro comune pensiero, non esista e non sia misurabile.
I cosiddetti “grandi della terra” dovrebbero solo ragionare, per scorgerla, in modo nuovo: in termini di valore etico, non di moneta. Ma essi, purtroppo, cinicamente avidi come sono, difficilmente avranno interesse a farlo.
15 ottobre 2018