Tamburi di guerra

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La settimana scorsa tre Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti d’America, la Gran Bretagna, tradizionale alleata militare, e la Francia, che aspira al ruolo di galletto nell’Europa continentale di un’Unione europea a pezzi, hanno fatto rullare i tamburi di guerra, quelli fatti con pelle d’asino dal suono più cupo, emesso per intimorire come preludio a nuove operazioni.

Il bombardamento della Siria, con una gragnuola di un centinaio di missili Tomahawk, richiama alla memoria la storiella del favolista romano Fedro che raccontava come i coribanti, sacerdoti della divinità anatolica Cibele, usassero caricare il proprio asino di un peso eccessivo, accompagnato da scariche di botte gratuite. La povera bestia, preferendo la morte alla continuazione del supplizio quotidiano per le angherie dei padroni, si lasciò morire, ma quelli continuarono a batterla anche dopo morto, avendone utilizzato la pelle per farne i loro tamburi.

Ora non è azzardato paragonare la Siria e il suo popolo, incluse le minoranze etniche, all’asino di Fedro. A loro, sono stati imposti dolori da maledizione divina: prima, una dittatura feroce tipica del Medio Oriente e, poi, lutti a non finire, rovine, distruzione di ogni bene, privazioni alimentari, idriche, igieniche e sanitarie, mutilazioni, stupri, decimazioni e fosse comuni, profughi in cerca di scampo, durante sette anni di guerra. La Siria, un tempo culla della civiltà di derivazione romana ai tempi di Palmira e poi Ommiade, è stata teatro di atrocità indicibili commesse da tutte le parti coinvolte, comprese le milizie dei rivoltosi, i fanatici dell’Isis, i curdi, le potenze imperialiste, la Turchia, la Russia, l’Iran e, da ultimo, Israele, che non lascia scapparsi l’occasione per attestare di fronte al mondo che esiste e che lotta per la sua sicurezza. Il popolo siriano ha pagato, incolpevolmente, un prezzo troppo alto: mezzo milione di vite umane e 6 milioni di profughi.

L’attacco notturno, subìto da parte dei tre Stati nucleari che si “ispirano alla democrazia”, è avvenuto in aperto scempio della legalità, senza attendere nemmeno l’ombrello pietoso di una qualsiasi delibera dell’ONU, il cui ruolo è stato ridicolizzato, facendo perno, ipocritamente, sull’intollerabilità – per le democrazie occidentali – dell’uso dei gas; come se, invece, fossero tollerabili i bombardamenti a tappeto eseguiti dai russi e dagli americani su Aleppo, o le bombe al cloro contro civili inermi, o le distruzioni di scuole e ospedali, o il ridurre centinaia di migliaia di persone al livello dell’era delle caverne, a vivere come topi, giorno e notte, in rifugi improvvisati.

Non c’è da prestare la minima credibilità, a quanto sostengono Washington, Parigi e Londra, sulla esistenza e consistenza delle prove dell’attacco chimico di Assad contro la popolazione di Duma, non fosse altro perché il mondo è già stato ingannato sulla presunta presenza di armi di distruzione di massa nell’arsenale di Saddam Hussein, in Iraq (chi ha dimenticato la pantomima del segretario di Stato americano Powell, che all’ONU presentò una fialetta di armi chimiche fasulla, o dei rapporti riservati dell’intelligence, anche essi falsi, esibiti dal premier inglese Blair?); così come per la ventilata presenza di al-Qaida in Afghanistan; ed ancora, per la punizione che Sarkozy volle infliggere a Gheddafi per aver represso nel sangue una rivolta.

Sono tutti scenari di tragiche guerre, in cui siamo stati trascinati per i capelli anche noi italiani, senza che i nostri passati governi (soprattutto quelli di Berlusconi) abbiano mai osato spiegarne le ragioni all’opinione pubblica e chiederne il motivo ai bellicosi fautori, facendosi illustrare quali fossero i benefici per il popolo italiano.

Quale era il delitto, l’affronto, il danno contro l’Italia che l’Iraq, l’Afghanistan e la Libia ci avevano causato in misura tale da giustificare un nostro atto di guerra? Oppure, quale era la loro minaccia alla nostra indipendenza, libertà, scambi commerciali? E quale è stato il nostro tornaconto, in termini politici, della partecipazione a quelle guerre criminali? E perché, soprattutto, si è reso necessario violare il dettame dell’art.11 della nostra Costituzione ?

Ma torniamo alla Siria. Era proprio necessaria questa escalation con la scusa della guerra chimica? Per ottenere che cosa? Chi ne ha tratto vantaggio a livello politico, militare, economico?

Nella guerra di bugie e di propaganda la vera vittima è stata la verità.

Gli organi di informazione dei Paesi aggressori hanno diffuso a profusione la tesi che bisognava dare una lezione a Assad, accusato di aver utilizzato gas contro la sua popolazione ribelle. Ma ciascuno lo ha fatto per far dimenticare alla propria opinione pubblica la precipitazione del consenso e dell’indice di gradimento. Trump, definito boss mafioso, incolto ed impulsivo, dall’ex direttore della CIA Comey, ha imposto agli Stati Uniti una politica estera schizofrenica, rinnegando in toto l’azione del suo predecessore, litigando con tutti, imponendo dazi contro le regole del libero commercio, esaltando l’esigenza del muro con il Messico e il pugno duro contro gli immigrati, mettendo indietro gli orologi ai tempi della guerra fredda, e sostituendo i passi diplomatici con bordate di tweet come un adolescente coatto. Macron è alle prese, con uno scontro frontale senza precedenti, con la classe del pubblico impiego e del trasporto pubblico, con le Università in lotta per la riforma delle politiche del lavoro a danno dei lavoratori stessi; dopo che la Gran Bretagna se ne è andata dall’UE vuole assurgere ad una posizione di supremazia in Europa, punzecchiandoci “en passant” con qualche umiliazione di troppo. Theresa May, dal canto suo, non sa come barcamenarsi nel negoziato della Brexit e tenta di superare, con il richiamo al patriottismo, la crisi nei rapporti con la Russia (causata da una nebulosa vicenda di avvelenamento di una ex spia russa, nella cui assurda catena di espulsioni siamo stati coinvolti come valvassini) ed ha finito per cacciarsi nel mezzo di una contestazione dell’opinione pubblica per aver ignorato il Parlamento.

Gli altri attori sono stati la Turchia da una parte e la Russia e l’Iran dall’altra: Paesi guidati da veri autocrati che hanno represso ogni libertà di stampa. Il primo (membro della Nato), favorevole all’azione militare nella speranza di dare un’altra batosta all’irredentismo curdo (che però è alleato degli americani), e di guadagnare influenza su una fetta di territorio siriano come “buffer zone”; il secondo, pur facendo la faccia feroce, ha ottenuto- senza perdite- il riconoscimento dello status di protettore del regime siriano (con basi militari aeree e navali che vi resteranno in permanenza); il terzo, ha conquistato il ruolo di playmaker nella politica siriana e libanese.

Nell’atrio del palazzo della pace dell’Aja, sede della Corte permanente di Arbitrato e della Corte Internazionale di Giustizia, sorge un gruppo scultoreo, allegoria della guerra, in cui, belve di grande corporatura azzannano e sbranano quelle di piccole dimensioni, mentre, in un angolo, stanno impassibili quelle di media stazza.

Plasticamente, questo monumento rappresenta esattamente quello che accade ora in Siria. Le grandi potenze si dividono le spoglie esauste della Siria, mentre le medie potenze come Germania, Italia e Spagna, stanno in disparte a guardare. Eppure, anche in questo stare alla finestra, c’è qualche differenza: mentre la Merkel aveva anticipato la propria astensione ben prima che partissero i missili americani, Gentiloni ha atteso che l’attacco si consumasse per rilasciare una dichiarazione abbastanza dura, che però lascia spazio al sospetto che l’Italia non abbia partecipato a nessuna operazione militare, nemmeno come supporto logistico delle basi, solo perché nessuno ce le ha chiesto.

Trump, May e Macron hanno fatto un’esercitazione di guerra con missili veri, mettendo a repentaglio la pace mondiale. A loro, dei poveri siriani sottoposti a questo martirio

permanente, non importa cinicamente un bel nulla, né il bombardamento di alcune istallazioni militari può arrecare alcun giovamento. Hanno dimenticato in fretta le lacrime versate per quel corpicino di bambino siriano, profugo e naufrago innocente, raccolto esanime sulla spiaggia turca, la cui foto fece il giro del mondo. Non hanno avuto pietà per gli oltre 500 mila morti civili, per le sofferenze dei milioni di profughi, per la sorte dei ribelli contro il regime di Assad, dapprima armati, finanziati, sostenuti e incitati alla rivolta e poi abbandonati alla loro sorte di morte, né per i guerrieri curdi Peshmerga che si sono sacrificati contro l’Isis.

L’unico obiettivo di questa forma di neo colonialismo è quello di mantenere il controllo sul Medio Oriente.

Se ci si sofferma a considerare chi abbia guadagnato e chi abbia perso da questa prova di forza americana, con la collaborazione anglo-francese, è facile ammettere che i venditori di armi hanno fatto un grosso affare ingrassando i loro portafogli. Sia da parte americana, come da parte russa, c’è più di un magnate dell’industria bellica che ha brindato. Da fonti informative accreditate, si apprende che le azioni delle industrie di armamenti americane hanno avuto un balzo in borsa del 5% in un solo giorno, dopo un trend positivo che dura da alcuni mesi del 45% (ogni missile sparato è costato al contribuente 800 mila dollari, per un totale di 80 milioni di dollari andati in fumo); mentre da parte russa c’è praticamente il via libera a massicci rifornimenti di armamenti missilistici alla Siria, che erano stati sospesi l’anno scorso proprio per compiacere l’Occidente.

Sul piano strettamente politico-diplomatico, escono cancellati, nel ruolo di proposta di politica estera e di garanzia per la pace, tanto l’ONU, per via del blocco dei veti incrociati delle super potenze, quanto l’UE, che ha dimostrato di non sapere andare al di là delle ottuse misure di austerity e di non avere alcuna voce in capitolo su temi che attengono alla stabilità, alla pace ed alla sicurezza internazionale.

Gli USA, persistendo nella demenziale strategia del nulla e del caos, già sperimentati nel dopo Saddam Hussein e nel dopo Gheddafi, non hanno nessuna alternativa politica ad Assad e saranno costretti a riportare a casa, senza aver ottenuto niente, i duemila soldati americani infiltrati nel Nord-Est curdo della Siria, dove affiancano i Peshmerga alleati di Assad contro l’Isis, ma considerati terroristi dalla Turchia di Erdogan.

Strategicamente, Assad ha avuto la garanzia che, nonostante tutto, può restare al potere in un Paese totalmente distrutto, dato che le varie Cancellerie si sono affrettate a dichiarare che il loro obiettivo non era più la rimozione del regime siriano. La Russia, che aveva minacciato pesanti ritorsioni contro le basi di lancio dell’attacco missilistico, ha ottenuto dai comandi americani di concordare le traiettorie del bombardamento, tenendo al riparo da ogni minima conseguenza le sue basi aeree e navali e in definitiva accettando (per scena) che fossero distrutti alcuni edifici vuoti senza vittime. Turchia e Iran, seppure lontano dai riflettori delle contraeree, hanno ribadito che sono parti essenziali della sistemazione futura della Siria.

18 aprile 2018

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