
Tempo di elezioni e, prima ancora, di sondaggi. Le Destre rischiano di vincere e la Lega cresce, anche nel Meridione. Che fare? Semplice: risvegliare l’orgoglio sudista contro uno Stato che è pur sempre il frutto dell’invasione piemontese.
Da un articolo apparso sul Corriere della Sera del 6 agosto, apprendo di una mozione presentata da tutte le forze politiche al Consiglio regionale della Puglia per istituire una giornata dei meridionali morti in occasione dell’unificazione italiana, proponendo la data del 13 febbraio, quella della resa della piazzaforte di Gaeta.
L’articolista scrive cose incaute, sostenendo che la lotta al cosiddetto brigantaggio, anche se si protrasse per circa un decennio, provocò, più o meno 20.000 morti, tra briganti, civili e soldati.
In realtà non fu così. La guerra, perché di vera guerra si trattò, impegnò quasi 250.000 uomini tra soldati, carabinieri e guardie nazionali, provocò oltre 600.000 vittime, devastò ampie zone del Meridione e lasciò ricordi funesti. A guerra finita, cominciò l’emigrazione e la natalità decrebbe paurosamente. Complessivamente, tra il 1861 ed il 1870, nel Meridione scomparve quasi un milione di persone.
Nella generale ignoranza della storia patria, va ricordato che tra i morti meridionali vi furono anche quelli che combatterono nelle fila di Garibaldi, gli insorti siciliani, Rosolino Pilo, Ippolito Nievo ed altri. Chi si vuole commemorare, tutti i morti, o solo i “briganti”? E gli stranieri, che erano sia dall’una sia dall’altra parte, fino alla legione ungherese che combatté i “briganti” con Cialdini e La Marmora ?
Trovo difficile che l’orgoglio sudista possa cominciare dalla resa di Gaeta. Fu una resa onorevole, come al solito il Re s’imbarcò per l’esilio (i Re s’imbarcano sempre), ma ben altre date, forse, potrebbero essere più significative: quella dell’eccidio di Pontelandolfo e di Casalduni oppure quella della fine dell’ultima resistenza borbonica, a Civitella del Tronto, che resistette ancora, dopo la resa di Gaeta. Resistette forse troppo, perché i difensori furono tutti fucilati, compreso un prete.
Il nostro Paese non ha ancora fatto i conti con la sua storia, nemmeno recente. Forse c’interessiamo troppo a quella degli altri, anche se fino ad un certo punto.
La verità è che il nostro Risorgimento fu un’impresa straordinaria, tenuto conto delle difficoltà politiche allora esistenti, della presenza di uno Stato pontificio che prima protesse e poi perseguitò i briganti, delle velleità di un Re di un piccolo Paese, il Piemonte, che violò tutti trattati che c’erano e invase mezza Italia, delle connivenze e delle impotenze internazionali. Fu un mix di fortuna, corruzione, spavalderia e coraggio.
Oggi in Italia si parla male di Garibaldi e si sottovaluta Vittorio Emanuele II. Ma chi, se non uomo come Garibaldi, avrebbe avuto il coraggio con poco più di mille uomini, di affrontare l’esercito di uno Stato plurisecolare, in un territorio “straniero”, in nome di una vaga idea d’Italia? Chi, repubblicano convinto e massone fervente, come Garibaldi, si sarebbe acconciato a passare la mano al Re del Piemonte, sempre in virtù di questo ideale?
Vittorio Emanuele aveva vinto una guerra contro l’Impero austriaco con l’aiuto non disinteressato dei Francesi. Era possibile una rivalsa austriaca e la Francia aveva perduto troppi uomini per aiutare di nuovo il Piemonte. Vittorio Emanuele rischiò, con un’incoscienza stupefacente, invadendo gli Stati pontifici, il che avrebbe potuto dare un eccellente casus belli al governo austriaco (ma Vienna, però, era stremata). L’esercito piemontese, poi, entrò nel territorio di uno Stato amico, il Regno delle Due Sicilie, con dei pretesti formali ridicoli, per dar man forte alle forze di Garibaldi dopo la battaglia del Volturno e ricevette in cambio un Paese sconfitto. Quali uomini, oggi, rischierebbero così?
Poi, cominciò una guerra civile che nessuno si sarebbe aspettato. Parliamone, visto che nessuno ne parla e nei libri di storia dei nostri ragazzi la questione è pressoché ignorata.
L’esercito borbonico contava circa 100.000 uomini e la marina da guerra borbonica era di tutto rispetto. Ciononostante, il tutto si disfece come neve al sole, in Sicilia ed in Calabria, grazie all’incapacità del Re e ad ammiragli felloni, generali vecchi ed incapaci, nobili impotenti e voltagabbana. Tranne qualche caso isolato, il sistema crollò come un castello di carte. Solo pochi restarono fedeli alla monarchia borbonica, ma ormai era troppo tardi.
La resistenza cominciò subito dopo l’occupazione piemontese, che fu colta di sorpresa. Orgoglio ferito, fedeltà alla monarchia, odio contro il “piemontese” occupante furono la miscela iniziale cui, poi, s’aggiunse il banditismo tradizionale. La questione delle terre demaniali, unitamente a quella della coscrizione obbligatoria, dette fuoco alle campagne ed iniziò una guerra civile che durò un decennio, fra massacri e fucilazioni.
Tra il 1861 ed il 1865 si combatté nell’America del nord la guerra di secessione americana. Gli Unionisti entrarono in guerra con 186.000 uomini, i Confederati con 150.00. In cinque anni le perdite, in una guerra convenzionale, furono, all’incirca di oltre 600.000 persone, tra militari e civili.
Nel Meridione, per dieci anni, la guerra civile impegnò circa 250.000 uomini, tra soldati, carabinieri e guardie nazionali, oltre ad una legione ungherese, contro, al massimo, 60.000 partigiani filo borbonici (soldati e sottufficiali del disciolto esercito del Re di Napoli, briganti e sostenitori vari). La guerra causò lo stesso numero di vittime, se non superiore, a quello del conflitto nordamericano.
Mentre, però, si conosce tutto o quasi della guerra americana, non ci sono dati attendibili per quanto riguarda l’Italia, né per il numero dei morti, ne per quello dei prigionieri né per quello delle esecuzioni. Nell’eccidio di Casalduni Pontelandolfo i dati oscillano fra i 13 morti ed i 3.000 !
Un velo colpevole di silenzio si è steso sulla tragedia meridionale, parlando di Italiani e degli “altri”, come se gli altri non fossero stati anch’essi italiani, ma piuttosto stranieri.
I meridionali, anche se con ferocia inaudita (peraltro ricambiata), difesero le loro terre da quella che consideravano un’invasione, come in effetti fu, difendendo la loro patria ed il loro Re. Se avessero vinto, sarebbero stati glorificati. Avendo perso, se ne è quasi perduta la memoria,
Un gesto di pacificazione sarebbe stato quello di riconoscere la dignità dei vinti, nell’inevitabile processo di unificazione della penisola. Il divario fra il Nord ed il Sud, che inficia ancora una comune idea di patria, nasce proprio da questa diversa visione di ciò che fu, in realtà, una vera e propria guerra civile.
Ne abbiamo conosciuta un’altra di guerra civile, in tempi molto più recenti, ed un analogo silenzio sui vinti ha scavato un altro solco fra chi combatté da una parte e chi da un’altra.
In una simile circostanza un dittatore, da molti deprecato, Francisco Franco, al termine della guerra civile spagnola, volle dedicare a tutti i caduti di quel sanguinoso conflitto il complesso cimiteriale della Valle de los Caìdos, nel segno di una difficile ma ritrovata unità nazionale.
Falsificare la storia, abbattere i simboli del passato, cancellare la memoria degli eventi è degno del fanatismo integralista dell’ISIS, non certo di popoli civili.
Anche sfruttare un falso meridionalismo di maniera per fini politici è infame. Il Consiglio regionale pugliese dovrebbe riflettere ed informarsi, prima di deliberare sciocchezze e, comunque, proprio per la dignità del Meridione, scegliere una data più appropriata, non quella d’una capitolazione.
Isernia, 13 agosto 2017