
Ho descritto le ragioni del NO e di quelle del SI. La mia coscienza intellettuale è a posto. Correttamente, ho diviso la mela in parti eguali. Questa mio atteggiamento informativo ha suscitato molte reazioni. Quello che penso, in realtà, è diverso da quello che ho scritto per spiegare le ragioni dell’una e dell’altra parte. Cercherò di spiegarmi.
Partiamo da un presupposto che non c’è, e cioè che il nostro sia un Paese serio.
In un Paese serio, la Costituzione è il fondamento, la struttura portante della comunità nazionale. Nel ’47 i Padri costituenti adottarono principi che forse non sono immutabili, ma che vanno ancora bene perché, fino ad ora hanno retto. Hanno retto male o è colpa di chi, di volta in volta, o non li ha applicati o li ha stravolti? Questa è la prima domanda.
La seconda è che, in un Paese serio, un Governo intelligente, dopo settant’anni e tanti cambiamenti epocali, è più che legittimato a rivolgere una domanda ai cittadini: vi sta ancora bene la Costituzione repubblicana o pensate di volerla aggiornare? Basta un SI od un NO, senza tante polemiche. Non s’è fatto.
Come aggiornarla dovrebbe venire dopo, possibilmente non a colpi di fiducia e senza ingerenze di Governo.
Passiamo alla terza domanda, quella vera. Quanti sono i cittadini italiani veramente interessati a questo referendum? Diciamo la verità: agli Italiani non gliene frega nulla. Tra politici e intellettuali il gioco è ardito, controverso, passionale ma mettiamoci nei panni di chi non ha lavoro o di chi l’ha perduto.
Pensiamo al 40% dei giovani che sono allo sbando, a chi ha una pensione di 600 euro mensili, a chi fa la fila nelle astanterie degli ospedali, a chi sta a combattere, non si sa bene perché, in varie parti del mondo, ai giovani laureati che pensano di andare all’estero perché qui non ci sono speranze. Pensiamoci. Che gliene frega se i Senatori saranno un centinaio di meno o se il CNEL sarà abolito? Nulla.
È un po’ come se gli elettori fossero chiamati a decidere se la pizza dei politici dovrà essere al pomodoro con le acciughe oppure ai quattro formaggi. Interessa loro, non tutti gli altri. Che gliene viene in tasca, al cittadino? Nulla.
I problemi del Paese, quelli fondamentali, sono tre o quattro. Poi ce ne sono almeno altri mille, ma vediamo i principali, che peraltro sono ben noti.
La metà dell’Italia è in mano alla criminalità. Il resto è in mano alla corruzione politica. Questo è un nodo fatale. Altro che attirare gli investimenti esteri!
L’immigrazione è un fatto ormai strutturale. L’Europa non può aiutarci per varie ragioni. Se ci desse retta, si spaccherebbe. Noi facciamo gli albergatori del sottomondo, a spese nostre. Quanto può durare? Finché gente avveduta (sic!) ci mangia sopra? Non c’è ancora una politica seria per affrontare efficacemente questo fenomeno.
Tutta l’Italia è in una crisi economica profonda che dura, ormai, da parecchi anni. Siamo il fanalino di coda del continente, solo prima della povera Grecia. Le riforme economiche del Governo non sono servite: solo marchette, distribuite qua e là, in funzione dei vari tornei elettorali. Tanta buona volontà, non c’è dubbio, ma il bilancio dello Stato è in perdita, il debito pubblico aumenta, la tassazione, dice Renzi, diminuisce, ma, guarda caso, non è affatto vero e cresce quella locale. Però il cittadino è uno: le tasse le paga tutte e ne paga di più.
Quarto aspetto, e qui ci metto scuola, giustizia, sanità, trasporti, infrastrutture. Siamo ancora all’Anno mille (i mille giorni del governo Renzi). E poi, dove sono andate a finire tutte le famose promesse sulla riforma della pubblica amministrazione e su quella fiscale che prevedeva immediate riduzioni di tributi, imposte e tasse? E dove, ancora, gli impegni per i cospicui tagli della spesa pubblica improduttiva; E, dove vagheggia il progetto per il poderoso rilancio degli investimenti? E, che fine hanno fatto i necessari e doverosi controlli sui flussi immigratori? Per non dire anche della farsa della soppressione delle province che, al contrario, prevede la permanenza delle Prefetture, laddove il Prefetto, autorità locale sicuramente non eletta dal popolo, riceverà ordini dal governo centrale. E, ne potrei citare ancora, ed ancora tante, di promesse infrante.
Ma, non erano questi i temi delle dolci note e suadenti melodie ripetutamente suonate dal nostro impettito pifferaio di Hamelin?
Vogliamo parlare d’Europa? Fare la faccia feroce con un avversario in difficoltà è facilissimo. Maramaldo ne è un illustre esempio. Renzi ha deciso di cavalcare il cavallo degli euroscettici per ragioni elettorali. Sa benissimo che non possiamo fare a meno dell’Europa e tanto meno di Draghi. Altro che leader del rinnovamento europeo! Se tutta la nostra politica europea si basa nell’astenersi su una cosa inutile, si dà un segnale che non conta nulla.
Questo referendum migliora la vita dei cittadini? Non si sa. Parlo di quei cittadini che tirano a campare, che maledicono la burocrazia, che devono pagare tutto, che sono intralciati nella loro vita ogni giorno da uno Stato che non esiste se non per complicare loro la vita e che, a torto od a ragione, sono preoccupati per la loro sicurezza personale, dato che la giustizia non funziona. Parlo del benzinaio, della badante, del conducente di autobus, del piccolo artigiano, del pensionato, della gente comune, proprio di quella che si definisce la “pancia” del Paese.
Può il cambiamento della Costituzione, come voluto dal Governo, contribuire (non risolvere) ai problemi di cui sopra? No. L’obiezione corretta è che è un referendum costituzionale, non può affrontare tutto lo scibile. Giusto.
Ma questo referendum, inutile nella sostanza ai fini di quanto innanzi detto, molto pasticciato nelle proposte, che cosa suggerisce agli elettori? Qualche cambiamento: poca roba. Già il fatto del cambiamento, però, è clamoroso. Ma attenzione, cambierà qualcosa?
L’elettore comune, non il lettore dell’Espresso o de Il Fatto Quotidiano o di Libero, non sa nulla di Costituzione, non gli interessano i giochi di poteri del Palazzo, vota 5Stelle perché sono contro tutto, e lui pure è contro tutto. Certo, non è un politico sagace, non legge i giornali, non segue i dibattiti televisivi. Lui combatte ogni giorno contro le insidie e le buche delle nostre vie malridotte, contro tutti gli autovelox e le trappole dei limiti artificiosi disseminati a iosa sulle strade che percorre ogni giorno, contro la sporcizia onnipresente del Paese, contro gli inquinamenti ambientali, contro le frodi alimentari, contro il potere invasivo ed arrogante delle multinazionali, contro il carovita, contro trasporti pubblici scadenti, contro le file interminabili per qualunque cosa, contro una burocrazia inutile e dominante, contro la malasanità, contro la perenne ingiustizia, contro le continue prevaricazioni dei forti, contro i provvedimenti salva banche, contro le mazzette che gli chiedono se vuole qualcosa di legittimo, contro le bugie, l’ignavia e l’indifferenza dei politici, contro chi lo fa appena sopravvivere ma non vivere. Combatte inutilmente contro l’inefficienza globale. Non ha altro da pensare. È troppo occupato per tirare a campare.
Lo chiamano a votare. Adesso, si ricordano di lui. Ogni tanto il potere ha bisogno di una rinfrescata di democrazia. Voterà, sperando in un briciolo di cambiamento in meglio, ma senza illusioni, o voterà contro, perché non si fida dei cambiamenti e teme di stare peggio.
Conclusione: andiamo a votare perché, come sancisce il secondo comma dell’art.48 della nostra Costituzione, è un dovere civico. Non votiamo con i risentimenti, ma esercitiamo il diritto di scelta in maniera cosciente e consapevole, senza farci incantare dalle note ingannevoli dei pifferai di turno, dai discorsi dell’ultima ora e dal mondo mediatico. Soprattutto, cerchiamo di votare per i nostri interessi legittimi, se ci sono.
Isernia, 22 novembre 2016