Il sogno della democrazia

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Nella mia vita sono stato abbastanza stravagante, mi sono occupato di tutto un po’, di argomenti molto vari. E’ che sono un animale estremamente curioso. Ma, nella mia stravaganza, la democrazia, la teoria della democrazia, è stata un filo costante. Nella particolare situazione in cui attualmente ci troviamo, per gli avvenimenti in corso che stanno coinvolgendo le nostre istituzioni parlamentari, mi sento tenuto a fare alcune riflessioni su questo antico e mai sopito amore.

L’avventura istituzionale che usiamo chiamare “democrazia”, salvo sparuti casi, ha vita breve. Inizia ad avere, in forme limitate, una qualche diffusione nell’ultima parte del ‘800, perviene alla prima forma di suffragio universale agli inizi del ‘900, e diventa fenomeno di massa nel mondo occidentale solo dopo il 1945. Si tratta, in breve, di un’assoluta novità sul piano storico.

Malgrado le infinite discussioni sul “mondo liberal-democratico”, in realtà esiste di diritto solo un mondo liberale o un mondo democratico, che solo saltuariamente possono percorrere dei tratti di strada assieme.

Nella concezione liberale il diritto di voto, i diritti politici in generale, sono connessi al diritto di proprietà: ha precipuamente diritto a decidere soltanto chi ha economicamente “qualcosa da perdere”. La tendenza naturale della prospettiva liberale va dunque verso un’oligarchia censitaria (quella che i greci definivano Timocrazia, un tipo di governo in cui diritti e doveri del cittadino sono stabiliti secondo classi censitarie, cioè in base alle ricchezze possedute. Se ne trova menzione per la prima volta nell’antica Grecia, in particolare in Platone e Aristotele), estensibile fino a diventare una specie di democrazia censitaria, atteso che il ceto proprietario, benestante e con reddito elevato, sia assai diffuso.

Considerato che gli interessi delle società liberali e quelli della democrazia sono coincidenti solo in minima parte, le società soprannominate “liberal-democratiche” nate nel secondo dopoguerra hanno dedicato soltanto esigue energie alla crescita delle condizioni per l’esistenza di una democrazia.

Per circa una ventina d’anni, fintantoché il ricordo delle distruzioni 1914/1945 era ancora vitale (e fino a quando il comunismo poteva apparire come un’alternativa) le nuove società democratiche hanno ravvisato la necessità di prendersi cura della democrazia. Lo hanno in un certo modo fatto sul piano istituzionale, ma particolarmente sul piano formativo, accrescendo la base della pubblica istruzione e conferendo al sistema mediatico pubblico anche alcune funzioni educative. Purtroppo, quei venti/trenta anni dell’ultimo dopoguerra sono stati demoliti dalla svolta neoliberale, che ha decisamente invertito il senso di marcia, ritornando a grandi passi alle condizioni da inizio ‘900.

Oggi, come avveniva cent’anni fa, il fattore maggiormente decisivo per la formazione del cittadino rimane ancora il retroterra familiare di cui si può avvantaggiare, e ciò rappresenta la base più importante per sperare in un posizionamento socialmente ed economicamente dignitoso.

Da tempo, ormai, l’ascensore sociale è fuori servizio, il classismo (un classismo peraltro senza classi riconosciute) infierisce sotto mentite spoglie e il divario tra ricchi e poveri è di nuovo ai suoi massimi storici. Con l’avvento della nuova fase della neoproletarizzazione che ha caratterizzato il passaggio sempre più consistente delle persone dalla piccola borghesia al proletariato, cioè dalla condizione di lavoratore autonomo, proprietario dei mezzi di produzione a quella di lavoratore salariato, dipendente da un imprenditore pubblico o privato, cresce, in proporzione, anche l’esercito dei nuovi cafoni di Fontamara, così come realisticamente descritti da Ignazio Silone nell’omonimo suo primo romanzo: ignoranti, ingenui, onesti, perfettamente manipolabili.

Quando parliamo di “crisi della democrazia”, facilmente, per riflesso consolidato, il pensiero va a modelli come quello abbastanza noto della Repubblica di Weimar, il Regime politico instaurato in Germania dopo la Prima guerra mondiale, nel periodo tra il novembre 1918 e il 1933, allorquando l’incapacità di un sistema di democrazia parlamentare di dare risposte alla popolazione finì miseramente per spianare la strada al più famoso e malfamato dei dittatori.

Ed è piuttosto vero che il fallimento di una democrazia può sfociare nella ricerca dell’uomo forte, in grado di impugnare con mano salda le redini del paese e mettere fine all’inconcludente “cicaleccio dei politicanti”.

Tuttavia, questa modalità di avvicendamento di una democrazia in bancarotta è rozza e rischiosa e contiene ancora elementi premoderni e preliberali: l’autocrate, il dittatore, non è altri che una versione laica del vecchio modello regale, che richiama, a sua volta, le società gerarchiche tradizionali. Qui l’uomo forte rappresenta nostalgicamente la proiezione moderna dell’antico condottiero e cerca di trovare un’investitura, puntando su questo aspetto, cioè sulla forza militare, sulla capacità di controllare il tutto con la violenza. Il dittatore è prima di tutto uomo d’armi, o almeno così vuole essere considerato, e in ogni caso fa affidamento su quella dimensione di potere. Dall’ammiraglio ungherese Miklós Horthy al generalissimo Franco, il Caudillo spagnolo, dal generale cileno Pinochet al caporale dell’esercito bavarese Adolf Hitler, tanto per riferirci a tempi alquanto recenti, il dittatore con le sue pretese origini guerriere è in pratica un’alternativa obsoleta, con venature quasi romantiche, rispetto alle democrazie.

In questa visione, il nostro timore che il fallimento di democrazie sempre più traballanti porti una volta di più al passo marziale delle parate militari, o delle remote adunate oceaniche in Piazza Venezia, è una preoccupazione inappropriata. Non perché non possa nuovamente accadere, ma quel tipo di esito del tracollo democratico non è adeguato all’attuale momento storico, almeno qui da noi. Il recente colpo di Stato militare in Myanmar, messo in atto dalle forze armate birmane la mattina del 1º febbraio per rovesciare il governo di Aung San Suu Kyi, difficilmente, se non quasi impossibile, si sarebbe potuto avverare se quella nazione del sudest asiatico si fosse trovata geograficamente e politicamente collocata in Europa.

Oggi, la stessa funzione, invece, può essere esercitata in modo congruente dal Tecnocrate.

Il Tecnico, così come era il Dittatore, è il nuovo soggetto che garantisce lo snellimento delle procedure amministrative e il ripristino dell’ordine nel caos della politica squallida dei politicanti. Il Tecnico, in forza del suo carisma che gli deriva dall’essere una figura super partes, professionalmente competente, riporta l’ordine formale anche all’interno di questi luoghi degenerati a mercato rionale e teatrino della recita democratica.

Allo stesso modo di come avviene per il Dittatore, il Tecnocrate viene investito di “charisma”, perché portatore di salvezza, così come in passato avveniva per il Condottiero. Egli possiede l’esclusivo dominio delle nuove competenze belliche, ossia quelle economico-finanziarie, che sono il modo attuale con cui ci si fa prevalentemente la guerra.

Qualcuno potrebbe ipotizzare che l’Italia, con la sua particolare predilezione per i governi tecnici (Ciampi, Dini, Monti, ora Draghi), sia divenuta un caso estremo e particolare. In effetti, ci sono tutti i segnali perché, come avvenne già per il fascismo, l’Italia anche questa volta voglia fungere da precursore. In altri Paesi i governi sono spesso, strutturalmente, governi tecnici: i loro leader applicano già gli indirizzi della tecnocrazia economica, o senza remora alcuna si adeguano alla stessa. Il ricorrere ad un tecnico esterno è solo un atto disperato, richiesto quando i partiti (per scelta volontaria o per acclarata incapacità) non sono già a guida tecnocratica, come sta accadendo da noi.

La direzione in cui vanno gradualmente sviluppandosi, o meglio regredendo, tutte le “liberal-democrazie”, è quella di un peggioramento progressivo della componente democratica, ridotta a pura plateale gesticolazione preelettorale, e di un suo rimpiazzo con una tecnocrazia liberale, come oligarchia della classe che gode del maggior benessere economico (pochi fortunati paperoni) e di chi ne cura gli interessi.

Stranamente, non c’è quasi nulla o anima viva che vi si opponga. Le sconcertanti invocazioni da parte di dotti e sedicenti democratici (addirittura si definiscono “di sinistra”) di un governo della “competenza” seguono una ferrea logica interna, una logica di cui chi le pronuncia è completamente ignaro.

La competenza viene invocata e sollecitata a fronte del cedimento delle istituzioni democratiche, crollo che ha ragioni del tutto evidenti, ma che nessuno vuole riconoscere come tale.

I nostri eroi protagonisti della liberal-democrazia ci hanno raccontato per decenni, con abituale saccenteria, che non c’era alcuna necessità di “prendersi cura della democrazia”, di coltivare il governo democratico del popolo, il “demos”. A questo, ci avrebbe pensato automaticamente la mano invisibile del mercato, come per miracolo.

Naturalmente, queste idee mettevano in risalto la loro integrale subordinazione ad un modello liberale, che si immaginavano magicamente coincidente con quello democratico, tanto da esimerli da qualunque compito e fatica: è un mondo estremamente bello quello in cui non devi spremerti le meningi per fare alcun progetto, non devi realizzare riforme o promuovere indirizzi, ma basta che persegui (spudoratamente) il tuo proprio interesse e questo, magicamente, produrrà il migliore esito per tutti.

In tal senso, i liberal-democratici rappresentano gli officianti del culto della Provvidenza Laica, dove farsi gli affari propri e lasciar fare (il laisser faire che riassume il principio secondo il quale lo Stato non deve imporre alcun vincolo all’attività economica) si convertono nel migliore dei mondi possibili.

Ma, com’era facile immaginare, al termine di questo processo la Provvidenza si è manifestata portando d’un colpo alla luce non la democrazia, che è agonizzante e prossima alla sepoltura, ma la tecnocrazia dell’interesse privato. In effetti, la “competenza” che viene invocata e richiesta (il numero degli editorialisti che lo ha fatto in questi giorni è davvero impressionante), non ha alcun grado di parentela con la saggezza dei governanti di una qualsiasi Repubblica di Platone, ma è la capacità nella gestione delle regole economico-finanziarie del tardo capitalismo, aderendovi servilmente.

Nessuno può prevedere se o quanto successo avrà il governo Draghi che sta per nascere, ciò ha un’importanza relativa. Il fatto vero è che viene percepito, a giusta ragione, come un salto di qualità rispetto alla misera situazione in cui il Parlamento è precipitato. Si tratta di un governo che anche gli ipovedenti hanno visto arrivare da lontano. Un governo in cui l’alto profilo (come aveva preannunciato il presidente Mattarella) di ciò che era “all’altezza dei tempi” era cristallino a prescindere dalla persona chiamata a presiederlo e a formarlo. E, nel momento in cui il presidente della Repubblica ha conferito l’incarico esplorativo a Draghi è stato come se tutto d’un tratto la configurazione di tutti gli elementi avesse raggiunto armoniosamente la sua struttura unitaria: tutte le caselle ora erano a posto (assecondando la teoria della Gestalt).

Nel nostro caso non siamo di fronte a nessuna forzatura, ed è proprio questo che sconcerta anche tutta quell’accozzaglia di politicanti, quei partiti e la miriade di gruppi e sottogruppi (i cosiddetti cespugli) che si dimenavano forsennatamente per fare chissà quali ulteriori disastri in Parlamento. D’un tratto, scoprono che un abile Tecnocrate è proprio la figura che era predisposta ad essere occupata da tempo, e sono stupefatti di quanto “giusta” e provvidenziale gli appaia quella scelta.

Resta la questione di fondo che non verrà ammessa ancora per parecchio tempo, ma che è un dato di fatto. Il punto sostanziale vero è che quanto è accaduto rappresenta l’emblema della fine di un’epoca e segna l’inizio di una fase diversa: il breve sogno della democrazia è già finito. Il mio sogno, invece, continua e spero che un giorno non troppo lontano si avveri.

10 febbraio 2021

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