10 giugno 1940

10 giugno 1940: quando l'Italia si consegnò alla guerra di Mussolini | Rep

L’anniversario è quasi passato sotto silenzio. Invece, agli smemorati per opportunismo e a quanti forse neppure lo sanno, va ricordato che il 10 giugno 1940, il capo del governo, Benito Mussolini, comunicò dal balcone di Palazzo Venezia che l’Italia aveva dichiarato guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. Dimenticare e ignorare fa male. Ricordare no. Può aiutare a non sbagliare un’altra volta, a non mettersi inutilmente contro chi è più forte.

Non è possibile, nell’epoca presente, capire qualcosa degli avvenimenti, sfuggire al disorientamento generale, evitare l’imprudenza nell’agire, giocare un ruolo utile nella politica o nella società e persino essere semplicemente un uomo colto, senza solide conoscenze di storia e soprattutto senza avere il piacere della storia, come si ha quello della poesia o dell’arte.

Eppure, bisogna veramente capire questa verità elementare, questa seconda evidenza: la storia non è affatto il passato. Il passato non è che una parte della storia: quella che vediamo nel tempo, quando volgiamo il nostro sguardo all’indietro. Ora, la storia non è nel tempo, che è soltanto una misura artificiale, inventata dall’uomo per avere dei punti di vista: essa è una forza che viene dalle origini, che trascina il passato su di noi e che ci conduce con esso nell’avvenire. Noi la realizziamo, ma essa, la storia, ci ha già fatti come siamo. Ecco perché il passato, anche quello remoto, è sempre vivo, sempre presente, ci condiziona sempre. È come quegli alberi nell’ora in cui il sole si corica all’orizzonte, quegli stessi alberi che noi abbiamo lasciato indietro, ma le cui ombre passano sopra le nostre teste e ci precedono sul cammino.

La grande utile funzione della storia è quella di correggere ininterrottamente le nostre tendenze verso l’illusione e l’astrazione, ponendo sulla bilancia il contrappeso del reale. Essa c’insegna inequivocabilmente che fra le teorie più giuste, generose e seducenti e la loro applicazione nella vita sociale, deve necessariamente inserirsi la lezione dell’esperienza. Cosa particolarmente necessaria negli ambienti dove si tenderebbe a risolvere tutto con il ragionamento puro e con la semplice metafisica. Nel suo “Trattato sulla prudenza”, saggiamente, San Tommaso d’Aquino dichiara che non si può prevedere l’avvenire se non attraverso la conoscenza del presente e soprattutto del passato. Le conoscenze storiche sono un elemento di quella prudenza politica indispensabile all’uomo di Stato, per cui ne rappresentano il magazzino di esperienze a uso della politica.

L’oblio, il disprezzo della storia, andrebbe considerato come uno dei più gravi fenomeni degenerativi e di barbarie. In effetti, il fenomeno non cesserebbe di essere per la società, quello che è la perdita della memoria per l’individuo. Ma se l’uomo perde la memoria prenderà come guida solo i suoi istinti. Ed allora, come le cronache dell’epoca ci hanno descritto, facciamo tesoro di quanto avvenne a Roma in quell’afoso lunedì di inizio giugno del 1940 , il giorno 10 di ottanta anni fa per l’esattezza, quando il “culto feticistico della guerra” ebbe il sopravvento, quando Benito Mussolini si affacciò dal balcone di Palazzo Venezia per pronunciare uno dei discorsi più pericolosi e imbarazzanti di sempre.

Sono le ore 18, il vicesegretario del Partito Nazionale Fascista, Pietro Capoferri, incita il popolo accalcato nella piazza e la prepara al saluto fascista, per accogliere il Duce che appare al balcone indossando l’uniforme da primo caporale d’onore della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. “Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania! Ascoltate!” esordisce con queste parole, Benito Mussolini, da quel balcone diventato anch’esso famoso, e prosegue :

“L’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano”.

Nella piazza piena all’inverosimile, il Duce viene più volte interrotto dall’esultanza della folla che sembra sfrenatamente entusiasta e pronta ad imbracciare le armi, ma ovviamente il discorso estremamente populista e demagogico tende a strappare gli applausi: “L’Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa, ma tutto fu vano” dichiara Mussolini, e prosegue: “…un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia…”, parla di catene il Duce e ancora esalta la folla dicendo: “Noi impugniamo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l’accesso all’Oceano”.

Mussolini cita il nemico e lo accusa di affamare il popolo: “È la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra; è la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto, è la lotta tra due secoli e due idee”. Il Duce cita e dedica un saluto al Fuhrer, il Capo della grande Germania alleata, e conclude con la tanto famosa, quanto nefasta parola d’ordine: “Vincere! E vinceremo!” In quel piglio da condottiero ancora per poco saldo al potere, in quella retorica militaresca, vero emblema del regime, erano racchiuse le ragioni della nostra prevedibile disfatta.

Il re, Vittorio Emanuele III, approvò l’intervento, convinto delle brevità delle operazioni belliche e dell’importanza di sedersi da vincitori al tavolo delle trattative di pace. Del resto, ci eravamo seduti al tavolo della guerra con l’auspicio “cavouriano” di poterci sedere, in pochi mesi, al ben più redditizio banchetto della pace. Credevamo di poter ottenere lo stesso risultato ottenuto dal conte di Cavour quando si ingraziò inglesi e francesi impegnati nella Guerra di Crimea, inviando a loro sostegno le truppe del Regno di Sardegna e ottenendo in cambio un appoggio nella Seconda guerra d’indipendenza.

I quotidiani annunciavano l’entrata in guerra con titoli a caratteri cubitali. La gente, in pubblico, fingeva ottimismo, commentava positivamente per paura di essere accusata di antifascismo, ma tra le mura domestiche, nel silenzio della propria casa e a bassa voce esprimeva profonda preoccupazione.

Trascurando la follia di quella grave decisione, la sua estrema mancanza di logica e la sua barbarie, considerando che costituì una pugnalata alla schiena ai danni della Francia già messa in ginocchio dall’avanzata nazista sul suo territorio, divenne, per buona sorte, anche la tomba di quel demone chiamato fascismo.

Come ben sappiamo, il costo da pagare fu altissimo: una tragedia che costò al mondo intero circa sessanta milioni di morti e al nostro Paese una devastazione senza precedenti, oltre alle disastrose campagne sul fronte greco-albanese e russo, alla mattanza di Cefalonia, alla dichiarazione di Roma città aperta, all’occupazione nazista, a episodi di una ferocia inumana come la strage delle Fosse Ardeatine e a eccidi come quelli di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, ai bombardamenti, alle distruzioni di interi quartieri di città, di paesi ridotti a macerie, di morti di decine di migliaia di poveri innocenti fanciulli, donne, anziani.

Il 10 giugno 1940, ottant’anni fa, fu il giorno della vergogna, dell’abisso, della sconfitta della dignità. Fu il giorno in cui naufragarono vent’anni di promesse tradite, di sogni infranti. Fu il giorno in cui il fascismo mostrò il suo vero volto: intollerabile, ferino, guerrafondaio. E fu il giorno in cui anche la monarchia di casa Savoia, che non si era opposta né alla Marcia su Roma né alle Leggi razziali, né a nessun aspetto del fascismo, specie negli anni ruggenti della sua ascesa e del suo consolidamento, si giocò, di lì a poco dopo, la propria permanenza alla guida della Nazione.

L’Italia è repubblica grazie all’esito del referendum istituzionale di domenica 2 e lunedì 3 giugno 1946, ma anche grazie a quel maledetto giorno 10 giugno 1940, perché è allora che il Duce commise l’errore fatale di sentirsi onnipotente e pose le basi del suo annientamento.

Ricordare quel discorso di ottanta anni fa, e soprattutto ciò che ne è derivato, è indispensabile per non ripetere quei crimini, per contrastare il falso mito del fascismo, per ribattere con elementi concreti a chi sostiene che abbia realizzato anche cose buone, che vanno opportunamente considerate e valutate, e per ribadire che non può esservi nulla di effettivamente buono in una dittatura fondata sulla soppressione di ogni libertà di pensiero, di parola e d’azione.

Quel 10 giugno fu, per l’Italia, l’inizio della fine. E’ un obbrobrio il cui triste ricordo non ci abbandonerà mai, soprattutto per quelli che hanno vissuto quelle tristi pagine della nostra storia e che oggi, seppure anziani, sono ancora vivi.

10 giugno 1940

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