
Ormai è risaputo che Netanyahu e Trump sono due leader spregiudicati, affamati di potere e pronti a usare la forza come strumento della politica. Due uomini cinici che sembrano muoversi nel mondo con la convinzione che tutto possa essere sacrificato in nome dei propri interessi e che, nella loro voracità politica, stanno presentando al pianeta un conto che altri sono chiamati a pagare. E quel conto, ormai, arriva fino a casa nostra. Arriva al distributore di benzina. Entra nelle bollette. Si infila nel prezzo della spesa, nei costi dei trasporti, nei bilanci delle imprese. E, alla fine della catena, arriva sempre nello stesso posto: nelle tasche delle famiglie.
Non voglio fare un ragionamento geopolitico globale. Non ne ho né la competenza né, francamente, la voglia. Voglio parlare di una cosa molto più semplice: di quello che succede quando apro una bolletta, faccio rifornimento alla macchina o vado al supermercato. Non so se esista qualcuno, da qualche parte del mondo, che davanti a una bolletta energetica o al prezzo del carburante riesca a provare entusiasmo vedendo i numeri salire. Io so soltanto che m’incavolo. Mi arrabbio da mesi e continuo a chiedermi perché dovrei essere chiamato a pagare, per la mia quota parte, le ambizioni di Trump e quella che considero l’arroganza politica di Netanyahu, mentre entrambi sostengono di agire per difendersi e, addirittura, per difendere anche noi. Ma da chi? Noi italiani, con l’Iran, abbiamo avuto per decenni rapporti commerciali, economici ed energetici. Se qualcuno decide di affrontare una guerra, se ne assuma anche il costo. Lo faccia con i propri soldi. Non con i miei.
Mi sono rotto le scatole a furia di sentire il premier israeliano dire all’ONU che sta combattendo anche per noi. E ne ho abbastanza, allo stesso modo, di ascoltare Zelensky raccontare che il sacrificio dell’Ucraina serve a difendere l’Europa. Io non voglio che qualcuno prenda le mie difese se il prezzo di questa presunta difesa è una vita quotidiana nella quale ogni aumento diventa un’altra difficoltà, un’altra rinuncia, un altro conto da far quadrare. Non ho bisogno che qualcuno combatta per me mentre io devo combattere con il conto in banca. Perché alla fine viene spontaneo chiedersi: che cosa dovrei dividere, ormai, con quei Paesi? La sicurezza? La gloria? O soltanto la fame?
E poi c’è la guerra. L’ennesima guerra preventiva. Questa volta contro l’Iran. Ancora una volta accompagnata dall’ombra della minaccia nucleare e da una narrazione nella quale l’intervento militare viene presentato come una necessità, quasi come l’unica strada possibile. Una storia che evoca precedenti drammatici: dalle accuse rivolte a Saddam Hussein alla vicenda di Gheddafi, passando per le armi di distruzione di massa e per quelle minacce strategiche che, nel corso degli anni, sono state utilizzate per giustificare operazioni militari dalle conseguenze enormi e durature.
Ed è proprio qui che dovremmo fermarci. Non per assolvere nessuno. Non per difendere l’Iran. Non per prendere le parti dell’uno o dell’altro. Ma per farci una domanda elementare: quanto costa davvero una guerra? E, soprattutto: chi paga? Perché dietro le dichiarazioni dei capi di Stato e di Governo ci sono i mercati. Ci sono il petrolio e il gas. Ci sono i trasporti, le assicurazioni, l’industria militare, il debito pubblico, i tassi d’interesse. Ci sono aziende che possono guadagnare dalle crisi. E ci sono milioni di cittadini che, invece, ne pagano il prezzo.
Gli americani stessi stanno pagando il costo del conflitto. Secondo gli ultimi dati, al 1° agosto 2026 le operazioni militari statunitensi contro l’Iran erano già costate circa 38 miliardi di dollari, con una spesa aggiuntiva stimata in circa tre miliardi al mese qualora il conflitto fosse proseguito. Ma il conto non rimane nei bilanci della Difesa. Il conto viaggia. Passa attraverso l’energia. Passa dallo Stretto di Hormuz, una delle arterie fondamentali del commercio mondiale, attraverso cui prima della guerra transitava una quota pari a circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale. Quando quei traffici rallentano, il prezzo dell’energia reagisce. E quella reazione, prima o poi, arriva anche qui.
In Italia, a settembre, l’inflazione armonizzata è salita al 4,1% su base annua, in aumento dal 3,2% di agosto, con l’energia indicata tra i principali fattori dell’accelerazione. E questo, per me, è il punto. Perché la guerra non è soltanto quella che vediamo nei telegiornali. Non è soltanto il missile che parte, il palazzo che crolla, il fumo che sale. La guerra è anche quella che arriva silenziosamente sul nostro conto corrente. È il carburante che costa di più. È il trasporto che rincara. È il cibo che aumenta. È l’impresa che paga più energia e trasferisce una parte di quei costi sui consumatori. È il negoziante che deve scegliere se aumentare i prezzi o rinunciare a una parte del proprio margine. È la famiglia che, alla fine del mese, scopre che con lo stesso stipendio compra un po’ meno di prima. È una guerra che magari non vediamo e non sentiamo esplodere, ma che riesce comunque a entrare nelle nostre vite.
E allora torna la domanda. Siamo davvero sicuri che il conto della guerra venga presentato a chi decide di farla? Perché la guerra ha quasi sempre qualcuno che ordina, qualcuno che combatte e qualcuno che paga. E troppo spesso queste tre persone non coincidono.
Quanto agli israeliani, non credo sia giusto parlare di un intero popolo come se fosse una cosa sola. Un popolo non è il proprio governo, così come una società non può essere ridotta alle decisioni di chi la governa. Ma è altrettanto difficile ignorare la sensazione di trovarsi davanti a una politica che sembra ormai incapace di concepire la sicurezza se non attraverso la forza militare. E quando la polvere da sparo diventa la lingua della politica, il rischio è terribile: che la pace finisca per sembrare una resa. Ma perché dovremmo pagare noi il conto delle scelte di due leader spregiudicati che, peraltro, sono contestati anche all’interno dei loro stessi Paesi?
Forse la domanda vera non è nemmeno più se Trump e Netanyahu abbiano ragione o torto. La domanda è molto più terra terra. Chi paga? Perché mentre loro parlano di sicurezza, deterrenza, vittoria e interessi nazionali, noi continuiamo a fare rifornimento di carburante, pagare bollette, fare la spesa. Continuiamo a lavorare. Continuiamo a contare gli euro. Continuiamo a cercare di arrivare alla fine del mese. E alla fine, ancora una volta, amaramente, scopriamo che il conto è arrivato prima a noi che a quelli che hanno deciso di presentarlo.
A tutto questo non c’è politica monetaria che possa reggere di fronte all’avanzare di queste forme di speculazione messe in piedi prima dalla pandemia del Covid e subito dopo dalla messa in campo dei conflitti che di fatto nessuno vuol fare cessare per tenere in piedi questo sistema speculativo.
Anche per tale ragione la maggioranza degli italiani non va più a votare manifestando la sfiducia alla classe politica, sia di centro destra, di centro sinistra o di qualcos’altro di questo nostro Paese dove sono tornati d’attualità i lamenti danteschi : “Ahi, serva Italia di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincia ma bordello”.
Isernia, 6 ottobre 2026