
La bocciatura della riforma non è il frutto di un solo fattore, ma l’esito di una convergenza di elementi politici, comunicativi e di contesto che l’esecutivo non è riuscito a governare.
Il primo, decisivo, riguarda il terreno della narrazione. Il fronte del Sì ha mostrato una evidente incapacità nel contrastare l’impostazione del No, che ha incardinato il dibattito su un registro apocalittico: la riforma come minaccia alla Costituzione, come strappo irreversibile all’equilibrio democratico.
Una rappresentazione forte, emotivamente mobilitante, che non è mai stata realmente disinnescata. Al contrario, è stata subita. In politica, quando si accetta il frame dell’avversario, si è già in ritardo. E in questo caso il ritardo si è tradotto in sconfitta.
A questo si è aggiunto un clima internazionale che ha inciso più di quanto si sia voluto ammettere. La postura dell’esecutivo è apparsa eccessivamente passiva rispetto alle dinamiche mediorientali, in particolare nel rapporto con il ruolo degli Stati Uniti e di Israele. L’impressione diffusa è stata quella di un allineamento automatico, di un atlantismo acritico incapace di articolare una posizione autonoma e credibile. In un’opinione pubblica sempre più sensibile ai temi della sovranità e dell’equilibrio internazionale, questa percezione ha alimentato distanza e sfiducia.
Non meno rilevante è stato il fattore economico. L’arrivo del caro carburanti ha avuto un impatto diretto e quotidiano sulla vita dei cittadini, trasformandosi in un indicatore tangibile del malessere.
Quando il costo della vita cresce e le risposte appaiono deboli o inefficaci, ogni passaggio politico diventa un’occasione per esprimere dissenso. Il voto, in questo senso, ha travalicato il merito della riforma per diventare anche un giudizio sul presente.
Infine, ha pesato il tema dell’etica pubblica. Le condotte moralmente disinvolte da parte di esponenti apicali del Ministero della Giustizia hanno progressivamente eroso credibilità in un ambito – quello della legalità – che richiederebbe invece rigore assoluto.
La vittoria del No, dunque, non va semplicemente interpretata come una bocciatura del contenuto della riforma.
È il prodotto di una somma di fattori: una comunicazione talvolta inefficace, una linea internazionale percepita come subordinata, difficoltà economiche crescenti e un deficit di credibilità etica manifestato proprio dai vertici di quel ministero che proponeva la riforma.
Elementi che, intrecciandosi, hanno orientato il voto ben oltre il quesito formale, trasformandolo in un segnale politico più ampio e profondo.
Ma, diciamolo anche in modo più chiaro e realistico, il sistema mediatico filogovernativo non ha svolto il proprio compito più importante: interrogare il potere, metterlo in discussione, evidenziarne limiti e contraddizioni. Non ha “suonato la sveglia” di fronte a segnali evidenti di disagio nel Paese: il crescente senso di insicurezza legato alle tensioni internazionali, in particolare mediorientali; le difficoltà economiche diffuse; la distanza sempre più marcata tra istituzioni e cittadini.
Ancora più grave è stata la sottovalutazione del sentimento popolare e, soprattutto, di quello giovanile, che si muove spesso in direzione opposta rispetto alla narrazione dominante. Invece di tentare di ricucire questa frattura, si è scelto di ampliarla, insistendo su una comunicazione unidirezionale, acritica e autoreferenziale.
Sul piano della campagna referendaria, gli errori sono stati evidenti. Il messaggio è risultato confuso, dispersivo, incapace di centrare il punto.
Nel dibattito sono stati inseriti temi estranei – casi di cronaca, paure sociali, riferimenti emotivi scollegati dal merito della riforma – contribuendo a disorientare l’elettorato. Si è parlato di tutto, tranne che dell’essenziale.
A ciò si è aggiunta una strategia comunicativa discutibile fino all’ultimo momento, con tentativi tardivi e percepiti come strumentali – come misure presentate a ridosso del voto, quali la temporanea riduzione delle accise – che non hanno fatto altro che aumentare lo scetticismo.
In altre parole, la politica ha perso la bussola. E i media, invece di correggere la rotta, hanno accompagnato questa deriva, rinunciando al proprio ruolo critico.
Con una matita, gli elettori hanno fatto ciò che la politica non aveva avuto il coraggio di fare. Hanno ricordato che il potere non appartiene ai palazzi, ma a chi li riempie di voti.
È un principio antico, che ritorna ciclicamente quando la distanza tra governanti e governati diventa troppo ampia. E quando il popolo si risveglia, la politica non può più far finta di niente.
La sconfitta, allora, non è un incidente. È uno specchio.
E in quello specchio non c’è un elettorato da biasimare, ma una classe dirigente – politica e mediatica – che deve interrogarsi profondamente. Il mea culpa, in questo senso, non è un atto di debolezza, ma di responsabilità. Significa riconoscere che qualcosa non ha funzionato nella comunicazione, nell’ascolto, nella capacità di interpretare il Paese reale.
A questo punto, la faccenda non si esaurisce con i tre capri espiatori: Delmastro, Bartolozzi e Santanchè. Il governo non può non assumersi la responsabilità politica dell’esito referendario. La Meloni non si dimette, come ha sempre detto, ma almeno per un minimo di sensibilità politica un passaggio alle Camere lo dovrebbe fare, una richiesta di fiducia o una verifica di governo.
Isernia, 26 marzo 2026