
Vorrei sostenere una tesi scomoda, ma difficilmente eludibile: gli Stati Uniti rappresentano il più grande pericolo che l’umanità abbia mai corso, non per una deriva recente, ma per la continuità storica della loro azione.
Dalla fondazione a oggi, gli USA sono la più grande macchina bellica del pianeta. Sono lo Stato di gran lunga più aggressivo, la nazione che ha fatto più guerre dalla sua fondazione, che ha rovesciato più regimi e fomentato più colpi di Stato e destabilizzato intere regioni del mondo. Con l’unica eccezione di Pearl Harbour, questa potenza militare non è mai stata impiegata in senso strettamente difensivo, ma come strumento di tutela ed espansione di propri interessi economici e geopolitici.
Sono anche l’unico Paese al mondo, non dimentichiamolo, ad avere utilizzato bombe atomiche sulla popolazione civile inerme, inaugurando una soglia di violenza irreversibile nella storia umana.
Ma la forza americana non si esercita solo con le armi. Al contrario, il suo vero capolavoro strategico è il grande soft power (il dolce potere persuasivo) del pianeta. Una capacità senza precedenti di modellare l’immaginario globale, di cui Hollywood è il principale braccio armato, capace di creare nel mondo un’immagine di sé integralmente fantastica e di farne contemporaneamente un’arma egemonica. In questo senso, Hollywood non è semplice industria culturale, ma un autentico apparato ideologico: produce miti, giustificazioni morali, autoassoluzioni narrative che trasformano l’impero in racconto edificante.
Accanto al cinema di Hollywood, oggi questo ruolo, il secondo braccio armato, è svolto dai social media internazionali, tutti incardinati in California (sono pochi quelli cinesi e un paio i giapponesi) e tutti a disposizione, per qualunque pressione o indirizzo, della National Security Agency (NSA, Agenzia per la Sicurezza Nazionale, un organismo del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America). Il risultato è che gli USA sono una potenza capace di colpire simultaneamente corpi, economie e coscienze.
Emblematico anche il paradosso fondativo. Sono uno Stato che stermina i popoli nativi (pellerossa) e poi ci fa sù migliaia di film, per presentarsi di volta in volta con tutte le parti in commedia: come coraggioso conquistatore esportatore di civiltà o come animo nobile, sensibile e pentito, simpatetico con la dolorosa sorte degli indiani.
Questo Paese è guidato da un’oligarchia a base finanziaria che lascia alla minoritaria plebe votante opzioni come quelle fra Trump e Biden, cioè scelte da farsi tra una padella demente e una brace squilibrata. In ogni caso ogni rappresentante politico, dal Senato alla Presidenza, anche quando più presentabile, è manipolabile e condizionato, potendo venire eletto solo se si è indebitato e/o compromesso a peso d’oro con i maggiorenti del Paese.
Questa nazione sta informalmente dichiarando guerra al mondo intero, lasciando la scelta tra la sottomissione con tributi e la devastazione (economica e/o militare).
L’attuale proposta di Trump di portare il budget militare dalla cifra già record di 1.000 miliardi di dollari a 1.500 miliardi di dollari ( per un confronto: Russia 109 miliardi, Cina 320 miliardi) significa una sola cosa: guerra illimitata, poi talvolta sarà guerra ibrida, talaltra “polizia internazionale”, qualche volta un bombardamento una tantum, altre volte un’invasione come si deve.
Ovviamente, il pluridecennale lavaggio del cervello, cui siamo stati sottoposti in Occidente, farà sì che schiere di diversamente astuti vedranno in questo dire un qualche mitico “antiamericanismo”, e si sbracceranno a spiegarti che la vera minaccia è Putin che vuole arrivare a Lisbona, o è la Cina che vuole imporci il suo sistema di “credito sociale”, o sono i “comunisti”.
Ma, al netto di questi (non pochi) signori che pensano in modo differente, la semplice verità è che oggi gli USA rappresentano il più grande pericolo che l’umanità abbia mai corso. Perché la supremazia statunitense non è la difesa, ma il sistema di dominio.
Dire questo, non è un sentimento di opposizione, diffidenza o avversione verso gli Stati Uniti, ma un’analisi del potere quando diventa totalizzante: militare, culturale, simbolico.
È un invito a guardare oltre il mito, e a interrogarsi sul prezzo reale dell’egemonia globale.
Isernia, 13 gennaio 2026