
Prima di iniziare questo nuovo anno a cimentarmi con le mie pubblicazioni periodiche, devo procedere con un chiarimento rivolto a chi mi legge. Una precisazione che mi secca fare, ma doverosamente ne sono costretto, perché mi sta molto a cuore.
Ricevo, e non è la prima volta, da alcuni miei amici corrispondenti, alcuni anche scrittori e giornalisti pubblicisti, strane considerazioni su quello che scrivo che francamente mi lasciano perplesso e talvolta amareggiato. C’è, infatti, chi mi accusa di essere troppo filo putiniano, chi mi dice che sarei un tifoso di Trump, e chi mi giudica molto accondiscendente nei confronti della politica di governo della Meloni. Addirittura sarei, per loro, addirittura un neo fascista. Insomma, a detta di costoro, sono un soggetto a cui qualcuno (chi?) ha messo un marchio. A questi soggetti, adepti della marchiatura e malati dell’appartenenza, auguro di guarire presto e di riacquistare un sano rapporto con la realtà e con la libertà.
La marchiatura, com’è risaputo, è l’operazione di apposizione di un segno distintivo (marchio, bollo, tatuaggio) su persone (gli schiavi), oggetti, merci o bestiame per identificarne la proprietà, l’origine, la qualità o la conformità alle norme.
Il marchio è appartenenza, una delle parole più potenti e ambivalenti della lingua italiana, in quanto significa contemporaneamente: radicamento (appartengo a qualcosa e mi riconosco parte di essa); possesso (qualcosa appartiene a me, è mia, sotto il mio controllo); esclusione (chi non appartiene viene automaticamente messo fuori).
Mi preme rassicurare questi amici adepti della setta del marchio (che d’ora innanzi definirò marchiatori), e tutti gli altri miei corrispondenti, che – non da oggi – sono libero, volontario, non prendo soldi da chiunque e non mi riconosco in alcuna linea ideologica, religiosa e politica, in quanto appartengo alla mia coscienza e solo ad essa. Conseguentemente, non possiedo niente e nessuno, nemmeno la verità, che è invece rivendicata come possesso dai marchiatori. Non sono controllato e non controllo. Sicuramente, non appartenendo e non volendo che altri o altro mi appartengano, sono escluso dalla setta del marchio, la qual cosa, chiaramente, mi rende felice e orgoglioso.
Più i marchiatori mi vogliono marchiare, etichettare, bollare e più sono sicuro di svolgere al meglio il mio impegno da volontario, che è quello dell’analisi, dell’informazione e non della propaganda, cosa che piace molto agli adepti del marchio.
Il marchiatore, quando si rapporta con te, ad esempio, si chiede e ti chiede, se sei cristiano. Se tu gli rispondi di no, allora vuole sapere quale sia la tua appartenenza. Gli rispondi: nessuna. Non ho una religione. Quindi, il marchiatore ti etichetta come ateo. Vagli a spiegare, al poveretto di scarsa intelligenza e non a caso “appartenente”, che tu non sei ateo, perché alla parola theós non attribuisci il significato di Dio, ma ritieni interessante e a te risonante quanto emerge da una lettura del Prologo del Vangelo di Giovanni, altrimenti detto “Inno al lógos”, laddove il vocabolo lógos è associato a quello di theós, implicante azione. Nel Prologo del Vangelo di Giovanni o Inno al Lógos, leggiamo:
“Nelprincipio era il Lógos, il Lógos era presso Theón, e il Lógos era Theós.” Se theós deriva dai verbi theeîn, correre e theâsthai, vedere, il sostantivo theós andrebbe tradotto con “colui che procede verso l’evidenza”, e dà, pertanto, l’idea di in un continuo manifestarsi, di un’azione, ossia di energia al lavoro. In questo senso il lógos è il Demiurgo: secondo la filosofia antica (da Platone allo gnosticismo), il dio minore, artefice e governatore dell’universo.
È possibile pensare che esista un Principio principiante e ordinante, senza che a questo si attribuisca l’identità di un Dio trascendente di una qualsiasi religione? Principio la cui azione è theós, nel senso di procedere verso l’evidenza? Per l’idiota marchiatore chi la pensa in questo modo è ateo. L’adepto del marchio possiede – solo lui – il timbro della verità.
Ma veniamo alle questioni della politica. Sulla guerra in Ucraina chi scrive si avvale delle fonti OSINT (Open Source Intelligence), ossia tutte le informazioni disponibili pubblicamente, sia online che offline, raccolte e analizzate per scopi di intelligence, investigazioni, sicurezza informatica e giornalismo; includono social media, forum, siti web, media tradizionali, documenti governativi, pubblicazioni accademiche, dati geografici, registri pubblici.
Chi scrive non prende per buona la “verità” di agenzie profumatamente pagate dall’Unione Europea (vedi i documenti in merito reperibili on line) dove si descrivono le magnifiche sorti e progressive di un branco di funzionari e di burocrati, dalla Ursula von der Leyen in giù, funzionali al “IV Reich” della Merkel, general contractor per l’Europa, alla finanza globalista e alle multinazionali, che invadono e vessano la vita dei cittadini.
Quando si prende in esame un fatto si deve guardare in faccia la realtà, non quello che chi comanda la setta del marchio dice di pensare.
Se vuoi capire cosa accade in Ucraina devi anche esaminare cosa dicono gli esperti occidentali, possibilmente quelli ucraini, i quali geolocalizzano i movimenti del fronte e quando questi ti dicono che Pokrovsk è caduta, significa che è caduta. Quando il “Kyiv Independent” o il “Kyiv Post” o l’”Ucrainska Pravda” ti danno le informazioni sulla corruzione del Paese, con i minimi particolari, devi capire che questa non è propaganda putiniana.
Tuttavia l’idiota marchiatore non vuole l’esame della realtà; vuole stabilire l’appartenenza. Se sei neocon, neo colonialista; in altri termini se ti adegui alla propaganda inglese e dell’Unione Europea puoi godere del marchio di appartenenza, altrimenti il tuo marchio è quello di putiniano o di fascista e sei escluso e ostracizzato, a volte anche insultato.
La logica dell’idiota marchiatore è figlia di quella dello schiavismo coloniale, che tanto piace ai neocon e ai neo colonialisti globalisti.
Se dici che i “pro-Pal” e i “flottiliani” sono in rapporto con Hamas, sei un “poveruomo”. Poi arrivano le denunce e le manette alla rete di Hamas in Italia e i marchiatori stanno zitti e si nascondono.
Se dici che ti piace l’Occidente, ma non quello delle ideologie green e woke, sei un fascista o un putiniano? Non è così. Molto più semplicemente condividi quanto afferma, ad esempio, J.D.Vance, che non è russo e tantomeno putiniano, ma americano sano di mente.
E se stai dalla parte di chi, come il professore James Hankins, uno storico intellettuale americano specializzato nel Rinascimento italiano, che si congeda da Harvard in quanto in quel luogo di studi e ricerche importanti, internazionalmente riconosciuto, la storia della civiltà occidentale risulta antiquata in favore di una indistinta nebulosa come la storia globale, cosa sei? Fascista? Putiniano? Peggio: Trumpiano, che è il concentrato di fascista putiniano. Hankins è un grande studioso del classicismo, fonte della modernità occidentale. In una lettera ha scritto che grandi talenti sono sacrificati in nome della cultura woke e di un rigetto e disprezzo di sé dell’Occidente.
“Quando non si insegna ai giovani che cosa sia la civiltà – ha scritto saggiamente il professore James Hankins – si scopre che le persone diventano incivili”.
Hankins cosa è? Un putiniano? Un fascista? No. Hankins è un sano di mente irritato per quanto avviene negli atenei progressisti Usa, in quanto il classicista non deve, se liberale, essere per forza un progressista, può anche essere serenamente conservatore. Ma non è questo l’importante. L’importante da comprendere è che l’errore è nell’esclusione e nel senso di colpa e di odio di sé che ha portato, come lamenta Hankins, alla decapitazione di una storia della nostra civiltà e della sua coscienza di sé, che non può che produrre il suo opposto, l’inciviltà.
A raccontarci il grido di dolore del professor James Hankins è Federico Rampini sul Corriere della Sera, il quale esordisce, nel suo articolo, affermando che il più grande studioso USA del Rinascimento italiano si è dimesso per protestare contro la follia anti-occidentale che sta cancellando la nostra cultura dal curriculum degli studenti.
“Se si vuol capire la crisi delle università di élite in America – scrive Rampini – ecco una testimonianza d’eccezione: l’addio a Harvard di uno dei più grandi studiosi della cultura classica occidentale, un italianista di fama mondiale. È un divorzio pubblico, annunciato e motivato perché Harvard ha ripudiato questa tradizione culturale: la nostra”.
Ecco, nelle parole di James Hankins, riportate da Federico Rampini, le motivazioni dell’abbandono di Harvard: “Due settimane fa ho tenuto la mia ultima lezione a Harvard University, dove sono stato professore di storia per quarant’anni. Quattro decenni di esperienza in una delle principali università del mondo mi hanno offerto un punto di osservazione privilegiato per seguire la progressiva sostituzione della storia dell’Occidente con la storia globale. Questo cambiamento è una parte della ragione per cui le giovani generazioni si trovano oggi in uno stato di disorientamento morale e intellettuale. Sono arrivato al termine di un contratto quadriennale che avevo firmato nell’autunno del 2021. In quell’anno decisi che non volevo più insegnare a Harvard. Venivamo da quasi due anni sottoposti al rigido regime Covid dell’università. Si trattava di una forma di governo emergenziale che rispecchiava fin troppo fedelmente l’accettazione acritica, da parte dell’intero Paese, in nome della presunta “Scienza” sostenuta dal potere pubblico, di invasioni tiranniche della vita privata. A Harvard ai professori veniva imposto di tenere le lezioni con la mascherina e di svolgere i seminari su Zoom. Nessuna delle due pratiche era compatibile con la mia idea di educazione liberale.”
“L’anno precedente l’università si era inginocchiata collettivamente durante l’Estate di George Floyd (le proteste di massa guidate da Black Lives Matter dopo l’uccisione dell’afroamericano a Minneapolis da parte di un poliziotto, NdA). Pensavo che si trattasse di un vuoto gesto di virtù esibita, ma mi sbagliavo: ebbe conseguenze serie sul modo in cui conducevamo le nostre attività. Nell’autunno del 2020, esaminando le candidature ai programmi di dottorato, mi imbattei in un candidato eccezionale, perfettamente adatto al nostro corso di studi. Negli anni precedenti sarebbe balzato immediatamente in cima alla graduatoria. Nel 2021, però, un membro della commissione ammissioni mi disse informalmente che ‘quella cosa’ (cioè ammettere un maschio bianco) ‘quest’anno non poteva succedere’. Nello stesso anno, uno studente universitario che avevo seguito come tutor, di un’intelligenza fuori dal comune, letteralmente il miglior studente di Harvard – vincitore del premio per il laureando con il miglior curriculum accademico complessivo – fu respinto da tutti i programmi di dottorato ai quali aveva fatto domanda. Anche lui era un maschio bianco. Telefonai a diversi amici in varie università per capire perché fosse stato respinto. Ovunque mi raccontarono la stessa storia: le commissioni di ammissione ai dottorati in tutto il Paese stavano seguendo lo stesso protocollo non scritto che valeva anche da noi. L’unica eccezione che trovai a questa esclusione generalizzata dei maschi bianchi era una persona che era nata donna. Credo che Harvard oggi stia seguendo una rotta migliore sotto la guida del suo attuale presidente, Alan Garber. La reazione alla sconcertante indifferenza dell’università verso le manifestazioni antisemite seguite alle atrocità del 7 ottobre 2023, ha costretto la Harvard Corporation – l’organo che sceglie il presidente – a cercare una guida sicura. Ciononostante, ritengo di poter utilizzare molto meglio il mio tempo e la mia esperienza nella mia nuova sede istituzionale – la Hamilton School of Classical and Civic Education presso la University of Florida – anziché a Harvard. Il motivo è semplice: la Hamilton School è impegnata nell’insegnamento della storia della civiltà occidentale. Quando la pedagogia progressista ha sostituito i corsi sulla civiltà occidentale con la storia globale, si è prodotto un danno serio alla socializzazione dei giovani americani. Quando non si insegna ai giovani che cosa sia la civiltà, si scopre che le persone diventano incivili”.
Ecco cosa è la setta del marchio; è la setta degli stalinisti e dei nazisti travestiti da progressisti, i quali se non condividi le loro idee, ossia non “appartieni”, ti marchiano a fuoco con gli epiteti più vari: putiniano e fascista sono attualmente i più diffusi.
Scrive Dario Frabbri su “Domino” di dicembre 2025: “Niente di più complicato che leggere gli eventi correnti. […]. Dunque, più che improbo decrittare la guerra d’Ucraina nel suo divenire. Tanto più partendo dall’Europa occidentale, luogo privo di strumentario e percezione storica”.
Se non si inquadra la guerra tra Mosca e Kiev nel processo di abbandono del globalismo per approdare al multipolarismo, si rischia solo di fare il gioco dei marchiatori, che dividono il mondo tra buoni e cattivi, ovviamente presumendo di essere loro a detenere il potere della certificazione.
In senso stretto oggi la posta in gioco è ben riassunta nel titolo di “Domino”: “Ucraina agli americani, Donbass ai russi”, ma questa è lettura tattica. La strategia riguarda i nuovi assetti del mondo e qui, i marchiatori, essendo gli scagnozzi di un mondo morente, hanno il solo ruolo di sputare veleno contro chi cerca di capire, non di tifare.
Il dovere di chi scrive per informare non è tifare, ma cercare di comprendere, per trasmettere al lettore notizie e, se ci riesce, anche chiavi di lettura della realtà. Questo è quello che cerco umilmente di fare. Lo faccio come volontario, spontaneamente, per puro diletto, senza chiedere un emolumento qualsiasi, diversamente da chi impropriamente mi accusa, perché la libertà si conserva anche in questo modo.
Il resto lo lascio ai seguaci del marchio, ai quali auguro di guarire e di liberarsi dall’appartenenza, che è il contrario della libertà. Gli adepti del marchio sono degli schiavi che si sono venduti a un padrone.
Isernia, 2 gennaio 2026