La grande rapina a danno dell’intera umanità

La povertà è vecchia quanto il mondo, abbiamo sempre detto. Come peraltro la ricchezza. Entrambe, in una società naturalmente ordinata, deriverebbero dai talenti di ciascuno e dalla capacità /volontà di utilizzarli. Il problema sta nel fatto che non viviamo più in una società “naturale”, ahimè.

È la competizione, sovente selvaggia e senza regole, che oggi regge le fondamenta delle comunità. Dalle più piccole alle più grandi. E ricchezza e povertà vengono immaginate entrambe come risultato di essa o come frutto di intrighi, fortuna o sfortuna.

La prima, nella società dominata dal consumismo è comunque diventata una sorta di oggetto del desiderio: ammalia anche quando è lontana e appartiene alla irraggiungibile cuspide della piramide umana e, piuttosto che suscitare interrogativi su come correggerne le storture, provoca emulazione sia pure epidermica e di facciata.

La seconda, la povertà, viene vista, di conseguenza, come qualcosa da rimuovere e confinare nei paraggi delle stazioni ferroviarie o sotto qualche porticato alla mercé di autorità tolleranti o anche intransigenti.

In realtà le povertà attuali, per come si configurano in un contesto globalizzato caratterizzato dalla progressiva concentrazione della ricchezza, altro non sono che avvisaglie di un degrado strutturale dell’economia e dell’organizzazione sociale che domina e caratterizza il mondo.

In termini quantitativi i poveri finiscono per essere avanguardie di un esercito ben più consistente che con il tempo arruolerà il mondo intero, oltre che i singoli popoli e le rispettive nazioni. Se il mondo, le nazioni, i popoli, non faranno più di qualcosa per impedirlo.

Stiamo assistendo ad una inarrestabile polarizzazione della ricchezza in testa ad un piccolo numero di individui che controllano gli Stati e, per essi, le risorse del pianeta. A fronte di questa cuspide, la base della piramide sociale si allarga spaventosamente sino a provocare lo schiacciamento assoluto di essa.

Il fenomeno è planetario. La globalizzazione, imposta a suo tempo come un percorso virtuoso di ampliamento del progresso, redistribuzione della ricchezza, lotta alla povertà, si è tradotta in una rapina a danno dell’intera umanità.

All’epoca, l’idea era quella di un mondo di lillipuziani in pace con la schiera dei nuovi Gulliver, con i quali avrebbero sviluppato la capacità di far avanzare l’umanità con la cooperazione, la condivisione delle tecnologie e dei mercati, la fisiologica disponibilità dell’approvvigionamento finanziario, la condivisione dell’innovazione, il tutto basato sul ruolo ordinatore dello Stato.

Ma, a monte della globalizzazione, la finanza speculativa si organizzava e metteva le mani sulla ricchezza degli individui, degli Stati e del mondo intero.

L’indebitamento fu la leva per scardinare il mercato e sovvertire il ruolo dello Stato come fondamentale soggetto di politica economica, per come ce lo avevano raccontato all’università.

L’indebitamento e l’autonomia delle banche centrali, contrabbandata, quest’ultima, per una scelta virtuosa, oltre che necessaria, per arginare le derive inflazionistiche degli Stati, si sono rivelate come il più potente grimaldello per scardinare ruolo e funzioni dello Stato, inteso come espressione della volontà dei popoli che lo animano e lo abitano. In tal modo, hanno dimenticato che alla base della corretta gestione degli Stati non sono gli strumenti che si muovono in automatico ( in realtà si muovono per effetto delle manovre di chi quegli strumenti aziona), ma la saggezza di chi è chiamato a governare. È lì, il discrimine tra governo virtuoso e gestione dissennata.

Lo stesso Faust, al quale pure Mefistofele aveva svelato il potere della carta moneta, ne era consapevole. E Platone ne era convinto, così come il poliedrico pensatore arabo Averroè e poi il grande Keynes e il nostro indimenticabile Federico Caffè, prima che le tecniche gestionali soppiantassero le scienze economiche. Queste sono state poste in soffitta ed al loro posto hanno messo la cosiddetta scienza manageriale che privilegia la gestione, non la programmazione. Lo stato delle cose e non la visione del futuro. L’interesse individuale/aziendale e non il benessere/felicità collettivi.

Con l’indebitamento e la cesura tra banca centrale e Stato iniziò la stagione delle privatizzazioni e della trasformazione delle Istituzioni in contenitori “simil aziendali”: tolto il pubblico dall’economia, la politica economica deperì fino a scomparire. Dalle privatizzazioni dell’industria si passò alle privatizzazioni dei servizi, Sanità e Scuola in testa, e siamo arrivati a oggi.

Il villaggio globale si è rivelato un violento caravanserraglio. Gli Stati sono divenuti strumenti in mano alla finanza speculativa ipercapitalistica. Questa, ha preso a controllare ogni ganglio vitale della società e, a sua volta, è divenuta lo strumento del controllo planetario dell’economia attraverso il monopolio della finanza, il controllo degli indebitamenti, il possesso dell’industria strategica, della tecnologia, delle risorse della Terra e finanche dello spazio interplanetario.

Il futuro? Il ritorno del Medioevo della globalizzazione, con magnati, ipercapitalisti e oligarchi padroni del mondo, in luogo dei vecchi sovrani, imperatori, feudatari e grandi elettori.

La prospettiva? Un mondo incapace di ribellarsi, precipitato nel dominio esclusivo dei nuovi “grandi” ed un popolo sempre più prono, sprovveduto, privato dei suoi caratteri costituenti, impoverito, disarticolato al proprio interno, combattuto tra rassegnazione, rabbia, frustrazione, spigolatura di privilegi a scapito degli altri, costantemente alla ricerca di sopravvivere con questue, sotterfugi e scorciatoie, in balia di modelli e comportamenti imposti dai detentori della finanza ipercapitalista.

Corruzioni, evasioni fiscali, disuguaglianze esasperate, lavoro precario, nero e grigio, fuga dei cervelli verso le big tech e le metropoli da queste dominate, la finanza et similia, abbandono dei territori, invecchiamento della popolazione, sono altrettante cartine di tornasole della nuova realtà planetaria.

I processi e i fenomeni evidenziati non sono isolate eccezioni. Si tratta di una deriva planetaria conclamata, se è vero quel che molti prevedono:

– che tra non molti decenni la popolazione mondiale si dimezzerà;

– che il pianeta è sotto scacco di un piccolo gruppo di speculatori che controllano gli imperi che vanno a ricostituirsi;

– che i popoli vengono aggrediti e barattati per le loro risorse naturali;

– che i genocidi sono impunemente perpetrati;

– che le istanze dei popoli sono disconosciute;

– che la guerra totale a bassa intensità alimenta una spudorata corsa alle produzioni militari, a discapito dei servizi sociali;

– che l’economia si avvita su consumi sempre più esigui;

– che la crisi dei vecchi apparati e sistemi produttivi appare irreversibile ed il mercato legato alla fisiologica produzione e consumo è in progressivo disfacimento.

Nel contempo, la competizione tra gli imperi (economici, finanziari e/o militari) sta ridisegnando il mappamondo geopolitico in funzione dei loro interessi, attraverso accordi di spartizione del Pianeta in zone di influenza, in attesa della resa finale dei conti.

L’Ucraina, la Palestina, Taiwan, il Venezuela, l’Africa Sub sahariana, sono le prime vittime sacrificali. Ma non saranno le uniche.

Anche la disgregazione dell’Europa è nel mirino, e non solo secondo il super miliardario Elon Musk, per il quale l’UE andrebbe abolita e la sovranità restituita ai singoli Stati, ma lo conferma anche il recente documento – “Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America” – , con cui la Casa Bianca ha messo nero su bianco, per non lasciare spazio ad equivoci e a dubbi, quello che pensa dell’Europa, a cominciare da una critica pesante alle tendenze autoritarie in atto. “Ci opporremo – è scritto nel documento – a restrizioni anti-democratiche, guidate dalle élite, sulle libertà fondamentali in Europa, nell’Anglosfera e nel resto del mondo democratico, specialmente tra i nostri alleati”.

Non meno pesante la critica alle politiche europee degli ultimi decenni: “Rifiutiamo le disastrose ideologie del “cambiamento climatico” e del “Net Zero” che hanno gravemente danneggiato l’Europa, minacciano gli Stati Uniti e sovvenzionano i nostri avversari”.

Oltre a queste critiche il documento dedica un capitolo apposito all’Europa che distrugge, pezzo per pezzo, quanto è stato fatto e viene fatto da Maastricht a oggi. Insomma, Il benservito all’Unione Europea è chiaro ed esplicito; ma questa è un’altra storia.

Isernia, 6 dicembre 2025

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