
Scuole sempre più svuotate per il calo demografico degli studenti, famiglie assenti, giovani senza desiderio: questa, purtroppo, la realtà in cui stiamo vivendo. Assistiamo passivamente al collasso emotivo dei giovani e all’indifferenza degli adulti.
C’è un’intera generazione che non sogna più. Non per ribellione, ma per resa. Il futuro per i giovani non è più una promessa. Il sapere non serve più. Il pensiero è un lusso. Il futuro è un miraggio. È il nichilismo, quello vero, quello che Nietzsche temeva: Manca lo scopo, manca la risposta al perché, tutti i valori si svalutano. E noi adulti? Guardiamo altrove, mentre i ragazzi affondano.
La famiglia moderna? Un disastro. Non ascolta, non educa, non accompagna. I figli crescono “come le piante”, cioè da soli, nel silenzio. E la scuola? Annaspa, svuotata di senso, schiacciata dalla burocrazia e dalla tecnica. Sì, la tecnica: il nuovo dio.
La tecnica non è un mezzo. È un mondo. Non siamo noi a decidere come comunicare, perché l’ha deciso la tecnica e noi ci siamo rigorosamente adeguati. Non è più l’uomo a usare gli strumenti; sono gli strumenti a usare l’uomo. E tutto ciò che non è razionale – dolore, amore, sogno – diventa rumore da eliminare.
Il risultato? Ragazzi incapaci di sentire. Di provare empatia. Di riconoscere l’altro. Tutti nasciamo con l’empatia, ma se non la coltiviamo, la perdiamo. E quando la perdiamo, succede che i ragazzi che delinquono, che ammazzano, che stuprano, quando rispondono ai giudici, dicono: “che cosa abbiamo fatto?” Non c’è risonanza emotiva. Non c’è coscienza. Solo alienazione.
E noi, invece di educare, regaliamo. Il primo omicidio che i genitori fanno ai figli è sul desiderio. Parlano poco, compensano con regali. Ma il regalo estingue il desiderio. Lo uccide. E senza desiderio, non c’è slancio, non c’è vita.
La maggior parte delle persone si rifugia nella speranza. Ma non è così: “O ti dai da fare, o se ti limiti a sperare non succede proprio niente”. L’ottimismo è una favola cristiana. Una scusa per non agire.
Il cristianesimo non è solo una religione, è un modo di pensare. Un modo di ragionare che vede il passato come male, il presente come redenzione e il futuro come salvezza. Questa struttura di pensiero, secolarizzata, permea anche la scienza e persino la psicoanalisi. Ma cosa succede quando questa visione collassa?
Ci troviamo in uno spaesamento totale. E la tecnologia, lungi dall’essere la soluzione, diventa parte del problema. La tecnica deve sempre migliorare, perché la politica è stata messa fuori gioco dall’economia e, meglio ancora, dalle lobby della finanza speculativa. Ma questo sviluppo continuo, definito impropriamente progresso, non porta necessariamente a una vita migliore. Siamo sicuri di essere più felici dei nostri nonni?
Se non torniamo a educare – davvero, profondamente, con presenza e ascolto – ci estinguiamo. Non come specie, ma come civiltà.
Serve coraggio. Serve pensiero. Serve carne, non pixel. Serve risonanza emotiva, non notifiche. Serve desiderio, non consumo. Serve dire ai giovani: il futuro non è una trappola, è una possibilità. Ma per farlo, dobbiamo smettere di mentire. E cominciare a educare.
La sfida è immensa, ma non impossibile. Richiede un ripensamento radicale del nostro rapporto con la tecnologia, con l’educazione, con noi stessi. Richiede di riconnetterci con quelle parti di noi che la razionalità tecnica vorrebbe eliminare. Richiede di riscoprire il valore del corpo, del sogno, dell’irrazionale.
Perché ogni notte viene fuori dalla nostra follia quello che propriamente noi siamo. E forse, è proprio da questa follia, da questo caos creativo, che possiamo ripartire per ridare senso e direzione alle nostre vite.
Isernia, 2 dicembre 2025