
Il Governo israeliano ha ordinato il controllo completo della Striscia con un massiccio attacco militare e lo sfondamento della roccaforte di Hamas a Gaza City: una condanna di esecuzione e sfollamento per 1,2 milioni di persone. In attesa di deportarli tutti, si cerca di sfoltire quotidianamente la popolazione di Gaza con il blocco quasi totale di cibo, acqua ed elettricità, con l’obiettivo di affamarla a morte e di costringerla quindi a trasferirsi a causa della carestia. Un crimine di guerra che richiede un’azione globale.
Nello stesso tempo aumentano gli assalti dei coloni ebrei della Cisgiordania ai villaggi palestinesi in Cisgiordania, nel tentativo di allontanarli con le buone o con le cattive. Giudea e Samaria sarebbero a portata di mano, si tratta di gestire un milione e passa di indigeni. Quale il modello alla fine del processo, non è dato conoscere. Anche se i segnali non mancano: prende forma il piano ormai apertamente rivendicato dagli esponenti sionisti. L’obiettivo finale è la costruzione del Grande Israele dal Mare al Fiume, come nella profetica mappa che Benjamin Netanyahu mostrò alle Nazioni Unite.
La comunità internazionale protesta con toni vibrati. Persino la Germania, il Paese comprensibilmente meno propenso a criticare Israele, si associa alla generale indignazione. Ma è solo fumo. In Medio Oriente si sta giocando una nuova partita fra gli alleati occidentali che vede la posizione europea, non dell’Unione nel suo insieme, stridere con la posizione americana. In Europa prevale lo scrupolo umanitario e legalitario, in America l’ossessione per il dominio del più forte quale che siano gli strumenti adoperati.
Finalmente l’ONU, per la prima volta, ha dichiarato ufficialmente la carestia a Gaza: mezzo milione di palestinesi stanno affrontando condizioni di miseria catastrofiche, che includono fame, indigenza e morte. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha lanciato l’allarme: circa 132.000 bambini di Gaza soffrono di una grave malnutrizione che mette a rischio la loro vita e che la situazione a Gaza non può continuare “impunemente”. Al contrario, Netanyahu ha il cinismo di negare l’indigenza e di sostenere che gli appelli dell’ONU siano solo propaganda. Niente riesce a fermare la cinica volontà di sterminio della giunta sionista indifferente agli appelli dell’ONU, delle Organizzazioni internazionali e di molti degli Stati del mondo.
La Palestina, oggi, è il volto sfigurato della modernità. È l’infanzia che brucia sotto i droni, è il lutto che non ha più tempo di compiersi, è la polvere delle case sventrate che si mescola con quella memoria millenaria che l’Occidente pretende di non vedere, perché troppo impegnato a specchiarsi nella propria menzogna.
Io non voglio qui scrivere un articolo politico. Non mi interessa la diplomazia, né l’analisi geopolitica, né il conteggio macabro dei morti. Voglio parlare di ciò che non ha più voce, che viene ridotto a “danno collaterale”, a cifra, a numero. Voglio parlare dei bambini palestinesi che stanno lentamente morendo di fame, del loro sguardo spalancato, senza più innocenza, che assiste alla distruzione come se fosse un’eclissi abituale.
L’ideologia che uccide oggi in Palestina non è nuova: è la stessa che ha incendiato i campi di sterminio, che ha bombardato Hanoi, che ha colonizzato l’Africa, che ha umiliato il Sud del mondo, e anche il nostro Sud – quello contadino, analfabeta, poetico – svuotato, svilito, all’occorrenza imbellettato per gli spettacoli della TV.
In Palestina oggi non si combatte una guerra, si perpetua un massacro. Non c’è simmetria, non c’è dialogo, non c’è pace possibile tra chi detiene il potere delle armi e chi ha solo la propria carne da offrire per essere sacrificata. Eppure, l’Occidente – con la sua stampa igienizzata e il suo moralismo selettivo – continua a parlare di “diritto alla difesa”, quando la difesa è diventata macabro sterminio e la giustificazione una forma sublime di ipocrisia.
Gaza è un delirio di fame, sete, sangue ed esplosioni, un’orgia dove solo i diavoli godono. Mi rivolgo, allora, a chi ha ancora occhi per vedere: osservate Gaza. Non guardatela come un teatro di guerra, ma come un Cristo crocifisso ogni giorno. Un Cristo laico, collettivo, che grida nel deserto dell’informazione, tra il silenzio delle università, il cinismo dei governi, la viltà degli intellettuali.
E noi, noi italiani che abbiamo conosciuto la Resistenza, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, che abbiamo pianto per la strage di Marzabotto, che abbiamo costruito la nostra identità democratica sulla memoria dell’oppressione…, noi dovremmo essere i primi a riconoscere chi è l’oppresso e chi l’oppressore.
Messe da parte le formali biascicate e flebili dichiarazioni di accusa espresse dalla premier Meloni e dal Ministro degli Esteri Tajani, siamo diventati complici anche noi, con la nostra indifferenza, con la nostra paura di dire a voce alta e in modo chiaro e netto ciò che è scomodo. Non si può stare zitti. Non ora. Non davanti a un popolo che viene schiacciato con metodo, mentre il mondo guarda altrove o finge di non capire.
Chi ha occhi deve usarli per vedere. Chi ha voce, per dire ciò che è inaccettabile. Chi ha mani, per scrivere ciò che non si vuole leggere. Non esistono più scuse. Non c’è neutralità possibile. L’indifferenza è già complicità. Chi tace, acconsente. Chi finge equilibrio, parteggia per il più forte.
In un tempo che scorre tra lo spettacolo e l’oblio, c’è ancora chi sente il dovere di sporcarsi con la verità. Una verità che non è elegante, che non si insegna nelle università, che non piace nei salotti: quella che grida sotto le macerie, che dorme nei campi profughi, che muore senza telecamere. Non per denunciare. Ma per restare umani.
E oggi, essere umani significa questo: stare dove il mondo si vergogna di guardare. Stare lì, tra chi non ha più casa, né sogni, né speranza. Stare lì, senza chiedere nulla, se non che la verità venga detta. Finalmente. A qualunque costo.
Che cosa resta dell’uomo quando gli si toglie la terra, la lingua, la storia, la casa? Che cosa rimane se non una nudità assoluta, un urlo disarmato che si perde nel deserto dei telegiornali, tra gli spot pubblicitari e i deliri dei talk show?
La Palestina non è un caso geopolitico: è il nostro specchio. È lì che vediamo ciò che siamo diventati. E ciò che, forse, non smetteremo mai di essere.
Isernia, 23 agosto 2025