
C’è una nuova sceneggiata sul palcoscenico della geopolitica: il prossimo incontro in Alaska tra due leader che ormai sembrano più cera che carne, Putin e Trump. Un siparietto che sa di vecchio, di muffa, di museo delle cere, ma che si spaccia per grande summit destinato a “ridisegnare” il mondo. La location? L’Alaska, perché a Roma, prima sede proposta, sarebbe stato imbarazzante: lì Putin rischia le manette per il mandato internazionale della Corte penale dell’Aia, e nessuno ha voglia di vedere un vertice trasformarsi in una puntata di “Chi l’ha visto?”. Così, l’invito fatto da Trump a Putin in Alaska ha non solo un significato enorme dal punto di vista geopolitico ma, allo stesso tempo, costituisce anche una sberla all’Unione Europea e alla sua Corte penale internazionale, che è talmente internazionale da non essere riconosciuta da Usa, Russia, Cina, India, Turchia, Israele e Arabia Saudita, ossia dai maggiori attori del nuovo assetto mondiale.
Con il vertice in Alaska, ossia in casa Usa, il segnale che gli Stati Uniti intendono dare al mondo e, in particolare agli europei, è che la Russia non è più un nemico, che è un confinante e un attore geopolitico con il quale poter trattare. Questa è la nuova realtà.
Non è improbabile, anzi, è altamente possibile, che Putin e Trump, prima di discutere di Ucraina concordino come gestire la risorse del condominio artico, dal momento che in quella parte del globo sono dirimpettai, per cui un accordo si rende quanto mai necessario. Un patto tra i due vicini di casa sembra essere fondamentale per la gestione delle grandi rotte marittime nell’Artico che stanno diventando navigabili a causa dello scioglimento dei ghiacci marini. Inoltre, le risorse del sottosuolo artico sono di grande interesse geopolitico ed economico, grazie alla loro abbondanza e valore strategico.
Secondo stime dell’US Geological Survey (2008), l’Artico custodisce circa il 13% delle riserve globali di petrolio non ancora scoperte (90 miliardi di barili) e il 30% di quelle di gas naturale (1.669 trilioni di piedi cubi), di cui l’84% si trova in aree offshore. Inoltre, la regione è ricca di minerali critici come terre rare, litio, rame, nichel, cobalto, zinco, e minerali di ferro, essenziali per la transizione energetica e le tecnologie verdi.
Dopo aver fatto i dovuti conti sul condominio artico, può entrare in gioco l’Ucraina che, non a caso, è esclusa, per ora, dalle trattative. Chiaramente non ammessa alle trattative è l’Europa, sia nella sua versione anglo-francese, sia in quelle dell’Unione Europea. Il Vecchio Continente si è autocondannato all’inesistenza geostrategica e l’UE è solo una pletora di chiacchiere che si erge su una montagna di oltre 30 mila burocrati che occupano i palazzi di Bruxelles e pertinenze connesse.
Nella loro fantasia i due autocrati, il russo e l’americano, si immaginano come due giocatori di RisiKo pronti a spartirsi territori e destini, senza che il resto del mondo abbia voce in capitolo. Come se dopo tre anni di guerra, milioni di sfollati e centinaia di migliaia di morti, l’Ucraina, dopo l’incontro condominiale a due, potesse sedersi, solo in seconda battuta, sorridente al tavolo delle trattative per accettare le loro somme decisioni e qualunque compromesso.
L’Unione Europea, (che entrambi snobbano) in questo copione è relegata, sempre nella loro immaginazione, al ruolo di comparsa: spettatrice in platea, pronta ad applaudire a comando, fingendo di assistere a un evento “storico”, mentre in realtà si tratta dell’ennesima farsa che non cambierà neanche mezza virgola della storia. Un déjà-vu che sa di nostalgia tossica per i vecchi tavoli di Yalta, quando pochi uomini si dividevano il pianeta tracciando linee sulle mappe come se fossero bambini con i pastelli. Solo che oggi la storia non è più una cartina geografica da colorare: è un mosaico complicato di alleanze, diritti e popoli che non hanno intenzione di essere governati a colpi di accordi privati tra leader logorati.
La verità, comunque, è che un vertice a due, oggi, non ha alcun peso reale: il mondo multipolare non si piega più ai capricci di due ex protagonisti in cerca di rivincita. È un tentativo disperato di riesumare carriere già archiviate, di far credere che la polvere sia oro e che due salme politiche possano ancora decidere il destino del pianeta. Ma la storia, questa volta, non sarà così gentile da lasciare loro la penna per scriverla.
Intanto, c’è da dire che mentre Trump parla di pace, gli Stati Uniti sotto sotto preparano il terreno per nuovi conflitti. La partita fa parte degli strascichi e delle questioni lasciate aperte dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, tanto quanto quella in gioco in Ucraina. L’incontro di ferragosto in Alaska tra Trump e Putin servirà anche a capire meglio come le due potenze intendono ridisegnare lo scacchiere geopolitico che al centro continua ad avere, come sempre, la questione dell’accesso alle fonti energetiche.
La cerimonia di pochi giorni fa alla Casa Bianca, durante la quale i leader di Armenia e Azerbaijgian hanno firmato un accordo che pone fine al loro conflitto iniziato nel 1988, con l’Armenia che ha fatto significative concessioni territoriali, è semplicemente un’estensione del piano che gli Stati Uniti hanno già cercato di attuare contro la Russia usando l’Ucraina come intermediario.
Sebbene non sia incluso nell’accordo, l’Armenia avrebbe intenzione di ritirarsi dalla CSTO entro l’inizio del 2026. (La CSTO è l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, un’alleanza militare creata il 15 maggio 1992 dalla Russia in Eurasia, composta da sei Stati post-sovietici: Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan). Inoltre, stando a quanto trapelato, in cambio della mediazione per la firma dell’accordo, gli Stati Uniti avrebbero anche promesso segretamente l’adesione alla NATO ad Armenia e Azerbaigian, che darebbe alla NATO accesso al Mar Caspio attraverso il corridoio di Zangezur, ridisegnando nuovi equilibri regionali e sfidando le rotte commerciali di Russia e Cina.
Per quanto molti dettagli restino riservati, sono emersi alcuni aspetti chiave. Gli Stati Uniti – o un ente internazionale da essi delegato – otterrebbero il controllo operativo del corridoio lungo 43 chilometri che attraversa la provincia armena di Syunik, garantendo un transito sicuro e ininterrotto tra la terraferma dell’Azerbaijgian e la sua exclave di Nakhchivan. Questo corridoio funzionerebbe come una rotta commerciale dedicata, consentendo la libera circolazione di merci e persone senza interferenze armene, evitando di fatto i controlli di confine interni dell’Armenia, offrendo un transito terrestre più diretto Est-Ovest e facilitando il commercio tra Azerbaijgian, Turchia ed Europa. L’Iran ha giurato di opporsi all’attuazione del corridoio. La presenza statunitense è vista come un accerchiamento della Russia e un’escalation della competizione sulle rotte commerciali vitali, territori dove Pechino e Mosca hanno a lungo cercato di consolidare la propria influenza.
Ed ecco il problema. Invece di allentare le tensioni e ridurre la minaccia della NATO, Trump con il nuovo grande gioco nel Corridoio di Zangezur, se prende seriamente in considerazione l’idea di far entrare Armenia e Azerbaigian nella NATO, appoggiando un piano della NATO per continuare l’accerchiamento della Russia, prepara il terreno per un nuovo più che probabile conflitto.
Il 15 agosto, tra la freddezza glaciale dei calcoli strategici e il caldo scontro delle percezioni politiche, si gioca una partita che potrebbe ridisegnare la mappa della sicurezza europea. In Alaska non si parlerà solo di pace: si misurerà il peso reale della forza di ciascuno dei due orsi. Non dimentichiamo che gli orsi dell’Alaska, come gli stessi Trump e Putin, sono tra i predatori terrestri più grandi al mondo. Sebbene possano sembrare pacifici, in realtà, sono animali estremamente pericolosi.
Isernia, 12 agosto 2025