L’INFINITO

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Questo scritto resta un elaborato propedeutico, elementare, preparatorio, iniziale, preliminare e puramente introduttivo alla trattazione dell’Infinito.

Il concetto di Infinito già al tempo dei Greci vedeva i primi pensatori, quali Aristotele e Platone, che ne davano soprattutto un’impostazione negativa perché, per gli stessi, l’idea di infinito e quella di perfezione si opponevano.

Invero, per Platone, l’infinito è ciò che non si lascia penetrare dall’idea, che sta alla base della sua filosofia; per Aristotele l’infinito è l’assenza del limite, cioè della forma; è ciò al di là del quale vi è sempre qualcosa, ossia l’imperfetto, l’incompiuto. Successivamente, con l’avvento del Cinquecento-Seicento, pensatori come Giordano Bruno rivaluteranno, considerandole più favorevolmente, le teorie sull’Infinito, e soprattutto, per capire e dare una spiegazione all’Infinito, si aiuteranno con il ricorso all’astronomia. Giordano Bruno come sappiamo sarà messo al rogo il 17 febbraio 1600, soprattutto a causa dei suoi scritti, già messi all’indice, per le affermate teorie copernicane.

Giordano Bruno sosteneva, al contrario di Aristotele (fautore della teoria geocentrica), che era il sole al centro del “nostro sistema” e, in più, andava oltre, sostenendo che il nostro sistema non era l’unico ma, al di fuori, vi era un’infinità di altri mondi e di altri universi. Per Giordano Bruno, in tutto l’Universo non vi è una posizione centrale, come invece era predicato dal geocentrismo.

Dopo Giordano Bruno, pure Galileo Galilei sostiene le teorie sull’eliocentrismo, anche aiutato dalle sue osservazioni al telescopio, ma molti e molti anni ancora ci vorranno perché queste “vere teorie” possano trovare luce.

Finito l’incipit, non proprio breve, entro nel vivo dell’argomento.

Infinito deriva dalla parola latina finitus, cioè “limitato” con prefisso in negativo e, in matematica, è indicato dal simbolo ∝, un otto reclinato, significato aritmetico di Infinito fin dai tempi antichi. (Sebbene venga considerato un segno squisitamente matematico la sua origine risale addirittura alla preistoria, essendo stato rintracciato su pitture rupestri, graffiti, persino ossa intagliate. Il suo significato esoterico esprime l’idea di un esistere soggetto a un ciclo di rinascite e di reincarnazioni: i due cerchi rappresentano infatti la vita e la morte).

Il simbolo dell’Infinito, in matematica, oltre alla forma di otto rovesciato (“lemniscata”, derivante dal latino lemniscus, cioè nastro), può assomigliare ad un serpente che si morde la coda, ad un nastro, ad una linea che si può tracciare senza mai staccare la penna dal foglio, senza un principio né una fine.

Questa figura simbolica è stata ideata dall’inglese John Wallis nel XVII secolo, il più grande matematico britannico prima di Isaac Newton.

Il simbolo, pur essendo stato ideato nel 1655, fu però accettato ed utilizzato sistematicamente solo dal 1800.

In questo otto reclinato, si può intravedere il nodo di Savoia o nodo a otto o nodo d’amore ed è presente sul contorno di molte monete.

Nondimeno, il nodo a otto simbolicamente rappresenta il legame del creatore con il creato, la mediazione tra Dio e l’uomo e la natura e, quindi, il collegamento tra l’essere umano ed il divino.

“L’idea di Infinito, nel senso di qualcosa che non ha principio né fine, che non ha limite e che si protrae senza limiti, è sempre esistita nella mente umana, inoltre ha sempre interessato, affascinato, ma anche spaventato l’uomo” .

Da sempre, la mente dell’uomo ha cercato di misurarsi con l’Infinito e, pertanto, con l’incognito, l’incommensurabile ed indefinibile, che stimolano la ricerca e la scoperta della immaterialità e soprannaturalità.

Peraltro, una delle grandi aspirazioni e bramosie della scienza moderna è conoscere bene e a fondo l’Infinito.

Anche gli uomini primitivi, probabilmente, alzando lo sguardo al cielo, percepivano in qualche modo questa idea di immenso, di grandissimo, di Infinito.

In matematica si parla di Infinito prevalentemente negli “insiemi”.

Intuitivamente, un “insieme” non contiene un numero finito di componenti e consente un’infinità inesauribile di elementi sempre aggiungibili all’ultimo numero determinato.

Sappiamo che la successione crescente dei numeri naturali è infinita perché : fissato un numero naturale è sempre possibile trovare un numero maggiore di esso.

Si parla di Infinito non solo in matematica ma anche nella fisica, nella metafisica, nella poesia (Giacomo Leopardi con la sua poesia “L’Infinito”; Giuseppe Ungaretti con la sua poesia “Mattina”, composta dalle splendide parole: “M’illumino d’immenso”), nella pittura (De Chirico con il quadro che intitola “Nostalgia dell’Infinito”), nella musica (Bach con le “Fughe”; Gustav Mahler con la sua Ottava Sinfonia, ove ben si coglie la comunione del musicista con L’Infinito).

In Fisica, con il concetto d’Infinito, si studiano le leggi che regolano quella parte del reale che più si avvicina al detto concetto.

L’Universo, dopo le rivoluzionarie scoperte di Copernico, è sempre stato associato all’idea di Infinito.

Nondimeno, in Fisica, l’Universo è ancora in espansione dalla esplosione avvenuta con il Big Bang. L’espansione, per alcuni fisici, continuerà all’infinito, mentre, per altri, la materia esistente collasserà di nuovo in un unico punto, dando così origine al tanto temuto “Big Crunch”, ovverosia all’ipotesi che sostiene: che l’universo cesserà di espandersi e finirà per collassare su se stesso.

In filosofia, l’Infinito è la qualità di ciò che non ha limite o che non può avere una conclusione perché , appunto, Infinito, cioè senza-fine.

L’Infinito nel Cristianesimo coincide con Dio, con il concetto di Infinito che si carica di connotazioni e caratteristiche filosofico-trascendenti, attraverso una ricerca di conciliazione ed intesa tra finito e Infinito, tra uomo e Dio.

L’Infinito, in Cina, nella teoria sulla struttura dell’universo di Xuan-ye datata nel 220 a.C., era descritto ed individuato come cielo senza forma e senza limiti, rappresentando così l’Infinito astronomico.

Anassimandro (Mileto, 610 a.C. circa – 547 a.C. circa, filosofo greco antico presocratico e primo cartografo ) definiva e indicava “l’Infinito come immortale … e indistruttibile. Principio degli esseri è l’Infinito … da dove infatti gli esseri hanno origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo”.

Anche Aristotele nel IV secolo a.C. (Stagira 384-83 a.C. – Calcide 322 a.C., filosofo e scienziato greco antico noto come il “filosofo dell’immanenza”, ove immanenza è concetto filosofico metafisico antitetico a quello di trascendenza) affronta il problema dell’Infinito nel suo terzo libro della Fisica, dove rileva che: “la scienza della natura studia le grandezze, il movimento e il tempo, ciascuno dei quali necessariamente è Infinito o finito (…)” e quindi “converrà a chi si occupa della natura meditare sull’Infinito, se esso è o non è; e se è, che cosa mai esso è”.

Aristotele conclude che il pensiero e la natura si muovono in maniera differente tanto che la dimensione dell’Infinito, propria del pensiero, del tempo e del movimento, non appartiene agli oggetti sensibili e/o alle grandezze.

Mentre Aristotele definisce l’Infinito come l’assenza del limite, l’imperfetto, l’incompiuto, tanto che al di là dell’Infinito c’è sempre qualcosa, Platone considera l’Infinito ciò che non si lascia penetrare dall’idea.

“L’eccesso, il difetto, l’Infinito, non hanno luogo nella cosa, ma nel pensiero.”

Aristotele, e così Kant più di due millenni dopo, considerano il problema dell’Infinito nella realtà materiale, ossia l’esistenza o meno di un universo materiale di dimensioni infinite, di una realtà spazio-temporale illimitata.

Filippo Bruno conosciuto come Giordano Bruno (Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600), filosofo, scrittore, ex frate domenicano, nonché fondatore di una setta d’iniziati (c.d. Giordanisti, in Inghilterra ed in Germania, che si riunivano in circoli precursori delle logge massoniche), elaborò la concezione dell’Infinito come Universo nell’universo eliocentrico copernicano, dando origine all’astronomia moderna.

Ecco alcune citazioni di G. Bruno sull’Infinito: “Non è cosa naturale né conveniente che l’Infinito sia compreso, né esso può donarsi finito: percioché non sarebbe Infinito.” “Uno dunque è il cielo, il spacio immenso, il seno, il continente universale, l’eterea regione per la quale il tutto discorre e si muove. Ivi innumerabili stelle, astri, globi, soli e terre sensibilmente si veggono, ed infiniti raggionevolmente si argumentano. L’universo immenso ed Infinito è il composto che resulta da tal spacio e tanti compresi corpi.”

Giordano Bruno è stato strenuo sostenitore della infinità dell’universo e, con il “Deus Naturaque”, con l’analogia tra macro e microcosmo (con richiamo evidente alla “Tavola smeraldina” di Ermete Trismegisto), ha raffigurato simbolicamente un Intelletto creatore ed ordinatore di tutto ciò che è in natura.

“La qual natura (come devi sapere) non è altro che Dio nelle cose. … In tutto c’è vita.” (Giordano Bruno, “Spaccio de la bestia trionfante”, 1584).

In definitiva, Giordano Bruno, nella cosmologia, ha intuito l’infinità dello spazio e l’unità nell’Infinito o nell’immenso, occupandosi della coincidenza tra Infinito divino e Infinito materiale.

Anche il filosofo tedesco Ludwig Andreas Feuerbach (Landshut, 28 luglio 1804 – Norimberga, 13 settembre 1872), certamente tra i più influenti critici della religione ed esponente di spicco della sinistra hegeliana, ha considerato l’Infinito identificandolo con Dio e con la ragione umana nella sua purezza.

Per Feuerbach, l’Infinito non esprime altro che l’essenza dell’uomo … l’uomo avverte la propria insicurezza e cerca la salvezza in un essere personale, Infinito, immortale e beato, cioè in Dio.

Feuerbach asseriva che: “L’intelletto è l’essere Infinito e l’infinità si fonda sull’unità dell’esistenza e dell’essenza. Finito, perciò, è ciò che può essere confrontato con altri individui della stessa specie; Infinito è ciò che è simile solo a se stesso, non ha uguali … Tale è, appunto, l’intelletto … non ha nulla accanto e fuori di sé, che possa essergli sostituito; è incomparabile, perché è, esso stesso, la fonte di tutte le comparazioni; è incommensurabile, perché è la misura di tutte le misure, perché noi misuriamo tutto con l’intelletto; non può essere subordinato a nessun essere superiore, a nessun genere, perché è, esso stesso, il principio di tutte le subordinazioni, subordina a se stesso tutte le cose e tutti gli esseri”.

La percezione della volta celeste, per l’Uomo, è quella di una immensità senza limiti, di uno spazio a perdita d’occhio, di un mondo incredibile, enorme e straordinario, di uno spazio cosmico che ci si schiude dinanzi, con tale profondità da far paura e che apre l’orizzonte sull’Infinito spirituale.

Per l’Uomo di “buona volontà”, il percorso della vita dovrà tendere verso la Verità e verso l’Infinito Universo.

Sorge spontanea l’analogia con l’Infinito leopardiano, ove si ascende ad un mondo di luce e verità, per placare le inquietudini e raggiungere la pace.

Si ricorda che Giacomo Leopardi, nella sua vita, fu afflitto romanticamente dall’infelicità esistenziale.

Questo, il suo “Infinito” (scritto fra il 1819 e il 1821) :

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quiete

io nel pensier mi fingo, ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo mare»

Il poeta, seduto davanti ad una siepe, immagina – oltre questa – spazi interminabili, che vanno anche al di là della linea dell’orizzonte che la siepe nasconde. Richiamato alla realtà da un rumore, da una sensazione uditiva, estende il suo fantasticare anche all’immensità del tempo. L’Infinito, dunque, nella sua poesia, ha una duplice valenza: spaziale e temporale.

Leopardi ha colto ed intuito l’Infinito spaziale, che viene visto nella negazione della realtà fisica a cui è sempre abituato: gli spazi sono interminati, i silenzi sono sovrumani, la quiete è profondissima. Pertanto, l’Infinito, nella visione leopardiana, non è un Infinito reale, ma il frutto dell’immaginazione dell’uomo ed una visione metafisica.

Va quindi trattato in senso trascendentale,platonico, con riflessione, meditazione e approfondimento dei concetti etici e morali universali.

Nell‘Infinito, Leopardi si concentra decisamente sull’interiorità, sul proprio io, e lo rapporta ad una realtà spaziale e fisica, in modo da arrivare a ricercare proprio l’Infinito.

Dalla siepe del Leopardi, al vuoto del cosmo, il pensiero dell’uomo di cultura si è soffermato spesso e volentieri sulla distanza, sul tempo, sul sentimento, sui tanti e diversi modi di sentire ciò che ci circonda, sulla volontà di provare ad afferrare quanto di impalpabile lontano sfugge alla comprensione, quanto di impenetrabile c’è nella mente e di inestinguibile c’è nei sensi di ognuno .

La volta celeste che raffigura l’infinità del cosmo, quale sistema ordinato e/o armonico, rappresenta un limite all’orizzonte visivo che consente un’apertura all’Infinito spirituale.

Quando gli uomini delle più remote epoche di civiltà volgevano lo sguardo all’infinito cielo, non vedevano solo le stelle fisiche ma anche le intelligenze che le governavano.

Pertanto, la volta celeste simboleggia meglio di ogni altra metafora l’Infinito, quale luogo di ascesa dell’Uomo , volto alla ricerca dell’Infinito spirituale.

La contemplazione dell’Infinito che ci circonda e l’attenta ed ammirata osservazione del cielo stellato sono una delle manifestazioni più grandiose della natura, che suscitano il desiderio di conoscere più a fondo, con l’aiuto della scienza astronomica, l’universo in cui viviamo.

Al tempo stesso, l’immensità della quale siamo spettatori e la sfida che essa propone alla nostra stessa capacità di immaginare origine e confini, ci porta anche a riflettere su noi stessi, sulla nostra collocazione nel mondo, sul senso della nostra vita sulla Terra.

Questo protendere all’Infinito, oltre la volta, ci invita ad elevare il nostro pensiero sino a raggiungere le stelle più vicine, onde conquistare la verità e trovare la giusta via che ci permetta di illuminare le nostre ricerche sull’Infinito come non finito.

Di fronte all’eterno mistero delle stelle, ogni immaginazione che rechi in sé le dimensioni dell’Infinito è appropriata.

L’Infinito, per l’uomo della preistoria, come per quello moderno, rappresenta l’anello di congiunzione tra la realtà e l’irrealtà delle nostre vite, che unisce armoniosamente il cielo e la terra.

Isernia, 9 novembre 2017.

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