L’inganno delle mance

Con toni solenni e appena prima della scadenza elettorale delle regionali ultime, il governo aveva annunciato l’introduzione di un taglio del cuneo fiscale che permette di estendere il bonus di 80 euro ideato da Matteo Renzi (introdotto dall’art. 1 del D.L. n. 66/2014, e confermato a regime dalla legge di Stabilità 2015), sia nell’entità – giungendo a un valore massimo di 100 euro – , sia nella platea dei beneficiati: oltre 700 mila lavoratori in più. Immediatamente, zelanti giornalisti della stampa e della televisione hanno provveduto a strombazzare la notizia ai quattro venti, preannunciando con enfasi l’arrivo della manna dal cielo.

Ovviamente, nessuno non può compiacersi che a quasi 16 milioni di lavoratori giunga un piccolo sgravio, ma ci sono almeno due cose che proprio non collimano in questa vicenda, e la seconda discende dalla prima.

I nostri governanti possono prendersi anche la libertà di chiamare le cose come vogliono, ma un buon giornalismo dovrebbe porsi il problema di capire se le definizioni date dal governo siano corrette o no. Il taglio del cuneo fiscale è stato accettato passivamente per come annunciato e ha imperversato sui titoli di ogni testata, ma questo provvedimento, in assoluto, non può essere fatto passare per un taglio del cuneo fiscale. Infatti, il cuneo fiscale rappresenta la quota che separa il reddito netto dei lavoratori dal costo lordo sostenuto per l’azienda.

Tagliare il cuneo fiscale diventa una iniziativa importante poiché riduce il costo del lavoro, favorendo, di conseguenza, le condizioni che permettono alle imprese di svilupparsi, assumere nuove unità lavorative, espandersi, investire. Insomma, è una buona manovra utile, se applicata, a combattere la disoccupazione.

Diversamente, il rimborso fiscale destinato ad alcuni lavoratori, secondo criteri di reddito, che è stato promulgato (con un impatto di oltre 3 miliardi di euro sul bilancio pubblico), non costituisce affatto un taglio del cuneo fiscale, assolutamente non riduce in alcuna parte il costo del lavoro per le imprese, non ha una funzione di incentivo alle assunzioni e, pertanto, non determina alcun miglioramento alla disoccupazione. E’ una piccola mancia, volutamente architettata in clima elettorale, che non risolve i problemi del nostro Paese.

Eppure, quello della disoccupazione, dovrebbe essere un problema ben noto: a 12 anni dallo scoppio della Grande crisi finanziaria, il tasso di disoccupazione in Italia è ancora pari al 9,7%, ed è quindi sorprendente, sgradevole, vedere le organizzazioni sindacali, soprattutto le storiche Cgil-Cisl-Uil, festeggiare per questo provvedimento, questa irrisoria “mancetta”, oltretutto dopo aver aspramente contestato, all’epoca, il bonus Renzi da 80 euro. Le iniziative dei politici andrebbero valutate per quello che sono effettivamente, non in base alle simpatie verso chi le introduce.

Ancora una volta, purtroppo, ci troviamo di fronte all’ennesima situazione che racconta molto della politica e dei problemi economici della nostra sempre più povera Italia. Una riforma fiscale, forse, sarebbe stata più onerosa, ma sicuramente avrebbe agito in termini strutturali, non creando sperequazioni tra lavoratori che usano contratti diversi.

Il motivo per cui accadono continuamente queste vicende risiede nel fatto che le rappresentanze politiche tendono, nella loro continua rotazione al governo, a legiferare in favore delle categorie di cui si sentono rappresentanti e a danno delle altre, confidando in un giro di compensazioni e risarcimenti che potrà arrivare dai governi successivi. Volendo fare un esempio: il centrosinistra, oggi, aiuta i salariati; il centrodestra, domani, promette fiscalità agevolata alle partite Iva; una futura coalizione potrebbe occuparsi dei dipendenti pubblici o dei pensionati; un’altra, invece, cercherà di trovare facilitazioni per gli esuberi dei dipendenti delle banche.

In tutto ciò è debellata, come fosse una perniciosa malattia, l’idea che qualcuno possa seriamente governare curando gli interessi del Paese nel suo insieme, invece che a tutela di alcuni contro altri. Chi dovesse farlo, sarebbe visto come un traditore del suo elettorato, che si sente legittimato ad attendersi riconosciuto il proprio “risarcimento” dopo la vittoria elettorale.

Il problema vero, pertanto, risiede nelle aspettative degli elettori, nella implicita domanda politica che viene espressa.

Come incalliti giocatori del Superenalotto, gli italiani votano sperando di “vincere”, di aver trovato colui che risolve i loro problemi e quindi si sentono di poter “vivere di rendita”.

Dovremmo piuttosto abituarci all’idea che governare bene è una cosa ben diversa, che la cultura del “jackpot ” milionario, che fa sognare di risolvere i problemi della vita per generazioni, è semplicemente una piacevole irraggiungibile illusione, non può e non deve essere applicata in politica, il cui ruolo è, semmai, quello di costruire piccole conquiste a piccoli passi

Invece, la frenesia di trovare il politico, quello che finalmente dovrebbe risolvere i nostri problemi, ci consegna perennemente alla delusione, all’amarezza nel vedere le speranze naufragate, alla continua voglia di ricompilare e giocare disperatamente l’ennesima schedina.

Se fossimo un tantino più coscienti e mettessimo da parte la rabbia che in tutto questo la frustrazione ci provoca, sicuramente ne guadagneremmo … almeno in salute.

4 febbraio 2020

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