Disegni strategici e convulsioni preelettorali

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Nella testa di Draghi c’è un disegno. Può riuscire come non riuscire, ma ha un senso comune. Italia e Turchia sono due avamposti molto importanti nel Mediterraneo. Manca la Spagna per chiudere il cerchio, ma potrebbe, forse, non tardare ad aggiungersi ai due. Strategicamente, questa mossa mette sotto protettorato europeo tutto il resto, dai traffici navali all’immigrazione, dalla rotta petrolifera a quella dei cereali, dalle velleità russo-egiziane ai controlli internazionali antidroga.

A fronte di questo disegno, in Italia, il caos politico e la mancanza di idee si evidenziano, appunto, nell’impotenza dei partiti.

Per il primo anno l’emergenza pandemia e l’aiuto PNRR dall’UE, hanno consentito a Draghi di applicare positivamente la sua comprovata professionalità di manager economico nel rispetto delle procedure parlamentari. Ma, poi, lo scoppio della guerra in Ucraina ha fatto saldare i forti legami professionali preesistenti tra Draghi e gli ambienti finanziari USA impegnati a sostenere ” tout court ” gli abbai di Biden e della NATO.

Lungo tale percorso, si è via via diffusa, su vari temi dall’Ucraina all’economia, la moda del privilegiare le decisioni prese sotto il cappello Draghi. Con il Parlamento eletto dai cittadini sistematicamente messo al corrente dopo. Così in tema Ucraina, Draghi è cresciuto nella stima degli Occidentali, ma ha perso consensi in patria. Emblematico il suo schierare l’Italia sul sì alla richiesta di Erdogan per ampliare la NATO, dimenticando che i primi di aprile scorso aveva qualificato lo stesso Erdogan un dittatore che perseguita i curdi e opprime gli oppositori. E in tema di economia, Draghi ha sottovalutato le conseguenze in Italia delle sanzioni economiche contro la Russia (conseguenze molto pesanti nei settori fulcro dell’energia e delle provviste alimentari), non ha colto, in ossequio alle disposizioni USA, la contraddizione tra inviare le armi all’Ucraina e la necessità di sostegni all’economia interna per i bisogni dei singoli e delle famiglie, messe in grave difficoltà dall’alta inflazione, con i suoi effetti negativi a livello degli oneri sul debito pubblico e sul potere di acquisto.

Ora, nei limiti del possibile, Draghi punta all’autosufficienza, energetica e alimentare, alla sicurezza e al coordinamento militare internazionale, al contenimento dell’immigrazione. Nel frattempo, i partiti che lo sostengono guardano solo alle elezioni.

Già: le elezioni, un rischio comune per tutti. Il nuovo assetto del prossimo Parlamento mette in crisi il precedente sistema. Sarà una battaglia assai aspra nella quale, finora, mancano le regole: quale sarà la legge elettorale?

Stando ai sondaggi, sembrerebbe che i due partiti più importanti risulteranno essere Fratelli d’Italia e il PD, la Meloni e Letta. Tutti gli altri dovrebbero avere degli sbandamenti significativi.

Il rischio che la Meloni possa davvero essere maggioritaria mette in fibrillazione tutti gli altri, specie i suoi compagni di strada, la Lega di Salvini e Forza Italia di Tajani (Berlusconi di fatto, è fuori gioco). Teoricamente, una Meloni sovranista, pochissimo europeista, apparentemente populista, pseudo liberista ma stato-capitalista, con una sua classe dirigente piuttosto raffazzonata e con alleanze ambigue nell’estrema destra, non è rassicurante.

Immaginare un’Italia sola, libera e indipendente, è un’utopia pericolosa. Nessuno è libero, in questo mondo, dai vincoli del sistema: un vaso di coccio fra vasi di ferro. Una navigazione procellosa verso il disastro.

I suoi riottosi compagni di strada sono in declino. La Lega, dopo le disastrose acrobazie politiche di Salvini, non fa altro che perdere i consensi. Il suo leader, dopo il clamoroso abbandono del governo giallo-verde, non ne ha imbroccata una: una disfatta dopo l’altra. Boria e vuotaggine tante, ma i risultati sono stati tutti negativi. Appiattito su Draghi, medita riscosse, un Don Chisciotte tardivo in salsa lombarda.

Forza Italia è costantemente in calo, come il tè nelle tazzine di porcellana offerto alle vecchie signore all’ora del merletto. Non è più una forza significativa. Si aggrappa alle presunte glorie del Presidente eterno (come nella Corea del Nord), un Berlusconi un po’ imbambolato dall’età, dagli acciacchi e dalle disavventure giudiziarie. Come riempitivo va bene, ma non dà sapore al condimento. Se il meglio è Tajani, figurarsi il resto.

L’alternativa alla Meloni è il Pd, cioè Letta. In realtà non è un’alternativa, perché il Pd è al governo da cinque secoli, con compagni di viaggio tra i più diversi e con un’eredità pluridecennale di cose malfatte oppure solo annunciate e poi rimaste nel limbo.

Anche Letta, come Salvini, in genere le ha sbagliate tutte. Tanto per citarne le ultime, si è appoggiato ai 5Stelle e il Movimento è franato, ha proposto “il campo largo” e anche Prodi, l’icona massima della sinistra, ha sentenziato che non è un’ipotesi praticabile dopo la dipartita di Di Maio dal Movimento. Il fatto è che della gente dei 5Stelle non ci si può fidare: troppo velleitari, troppo banderuole e, soprattutto, troppo ignoranti.

A fronte del disegno strategico di Draghi ci sono le convulsioni di Conte. Dimezzato dall’uscita di Di Maio, con uno straccio di partito in continua ebollizione e privo di un progetto politico, Conte crede ancora di essere (e si comporta come tale) il leader del partito di maggioranza relativa, ma non è più così. Scalpita, non si capisce bene cosa voglia, ma lo vuole subito. Minaccia di non votare la fiducia al governo se si mettono a rischio il reddito di cittadinanza (ricordate Di Maio che dal balcone gridava al popolo: abbiamo sconfitto la povertà?) e un’altra perla del Movimento: il rifiuto degli inceneritori a Roma, per tentare di risolvere il problema dell’immondizia capitolina.

Conte, infatti, è un duro. Sui principi non molla, ma ha il cuore tenero: minaccia l’uscita dal governo e tuttavia promette l’appoggio esterno. E allora? Ma che razza di buffonata è? La stessa per la quale al governo dei 5Stelle andavano bene tutti, la Lega e il PD e l’ammucchiata finale, purché lui ne fosse il Presidente, lui, ” l’avvocato del popolo “.

Se Draghi fosse un impertinente, taglierebbe corto e gli direbbe “Grazie dell’offerta, ma forse è meglio se mi dimetto, sciogliamo le Camere e domani si vota. Così vediamo quanto realmente conti tu.”

Ma Draghi non è un maleducato e ha una notevole scorta di pazienza. Fra le molte cose serie di cui deve occuparsi in questo frangente, un po’ di sollazzo ci vuole e va bene anche Conte. Non succederà nulla, all’insegna dell’epidemia crescente, del taglio delle forniture energetiche, della crisi idrica, dell’economia prossima al collasso, della guerra che si trascina in Ucraina e di altre simili questioncelle di poco conto.

Cosa volete che sia un inceneritore in più o in meno? Non è una questione di Stato, ma è appunto l’unica in cui i 5Stelle rimasti possono dire qualcosa, credendo di saperne più di tutti gli altri.

Aspettando le elezioni ne vedremo di tutti colori, magari un’accoppiata Renzi-Meloni-Di Maio.

7 luglio 2022

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